“Tanta ancora Vita” di Viola Ardone

Tanta ancora Vita, Viola ArdoneDal 23 settembre è in libreria per Einaudi Stile Libero l’ultimo romanzo di Viola Ardone, dal titolo Tanta ancora Vita. Con questo libro la scrittrice inaugura una nuova fase della sua produzione letteraria, pur riprendendo alcuni dei temi che l’hanno resa una delle voci più significative della narrativa italiana contemporanea. Dopo l’apprezzatissima ‘trilogia del Novecento’ – Il treno dei bambini (2019), Oliva Denaro (2021) e Grande meraviglia (2023) – in Tanta ancora Vita Ardone si affaccia con decisione sul presente, su un tempo che tuttora ci riguarda, quello della guerra in Ucraina.

Il prologo ci porta subito nel cuore del libro, nella fuga che dà il via a questo romanzo. Siamo nel febbraio 2022, qualcuno è in viaggio, porta con sé un passaporto, pochi soldi nascosti nei calzini e una foto con un indirizzo e un numero di telefono che spera non si sbiadiscano durante il viaggio. È un bambino di quasi dieci anni, si chiama Kostya, suo padre Roman l’ha lasciato alla stazione per aiutarlo a scappare da Mariupol’ e dalla guerra e raggiungere la nonna Irina in Italia. Sua madre è morta quando era piccolo, o almeno è quello che gli racconta suo padre, partito volontario per il fronte. Così il piccolo Kostya intraprende un lungo viaggio con uno zaino leggero e una prontezza ad agire propria di chi è cresciuto nel rumore delle bombe e con la certezza che sopravvive solo chi corre più veloce.

«Paura? Ho fatto no con la testa. Io sono come la guerra, gli ho detto, nessuno mi può fermare»

Kostya osserva il mondo con gli occhi di chi è stato costretto a crescere troppo in fretta, eppure conserva la lingua e la fantasia dell’infanzia. Gli adulti diventano figure caricaturali – i «puzzafiato», i controllori «occhidibue», i soldati «facciadipeste» – come se soprannominare le cose, deformarle, potesse renderle meno minacciose. Il risultato dell’unione di questi due mondi – quello dell’infanzia e della guerra – si ritrovano nell’immagine potentissima della scuola distrutta: «restava soltanto un quintale di briciole, come un enorme cracker al burro e cipolla finito nel fondo della cartella sotto il dizionario di inglese». È in passaggi come questi che emerge la forza della scrittura di Viola Ardone, la quale riesce ad accostare la quotidianità più banale – la merenda sgretolata nello zaino – alle macerie e alla polvere in cui sono stati ridotti gli edifici una volta luoghi di condivisione, di trasmissione del sapere, di uguaglianza. 

Il viaggio di Kostya lo porta a Napoli, sul pianerottolo di Vita Mezzanotte, un’insegnante di italiano per stranieri che da quattro anni vive rifugiata in casa dopo la perdita del figlio Cicù e la separazione dal marito. Proprio quel giorno, poco prima dell’arrivo di Kostya, Vita è nello studio del dottor Pirozzi, il quale le diagnostica un principio di depressione e la prepara ad affrontare un viaggio inevitabile: «La mente è tempesta. Lei viaggia? Viaggiavo. Bene, si prepari a visitare un continente sconosciuto. Quale? Sé stessa». In quel momento, Vita non sa ancora che la guerra sta per entrare in casa sua e che presto sarà costretta a fare i conti non più soltanto con sé stessa: «Ho passato quasi quattro anni a nascondermi, Cicù, avevo chiuso bene le porte, ma alla fine la guerra mi è piombata lo stesso fin dentro casa».

Vita affronta i giorni come può, insieme ad Orietta: è così che ha scelto di chiamare la sua depressione, con il nome di sua vecchia compagna delle elementari. Da tempo suo marito è andato via di casa senza più tornare e, al suo posto, c’è ora un pappagallo che porta il suo stesso nome e che tenta continuamente la fuga dalla gabbia, anche se spesso è proprio Vita a farlo uscire. In un’esistenza che descrive come una macchina «tutta spigoli e botte, con l’attrito dei giorni e la sabbia nel motore», a interrompere la sua solitudine c’è Irina, la governante e nonna del piccolo Kostya. Donna precisa, metodica, dedita al dovere, eppure anche lei conosce bene la perdita e il senso di colpa. La lunga permanenza di Kostya porterà i tre personaggi ad imparare a riconoscersi l’una nell’altra.

«Siamo rimasti vittime della stessa guerra»

Se Vita è la figura del dolore paralizzato, Irina incarna la condizione dello straniero e in un certo punto del testo, riflette sul ruolo che viene affibbiato agli stranieri in una società che non è la loro: «Noi stranieri siamo la polvere della società: invisibili e ubiqui. Restiamo in contatto col lato corporeo della vita dei nostri padroni, lo sporco, gli escrementi, i resti. Li osserviamo vivere e sappiamo molte più cose di quelle che loro sanno di noi. Sappiamo se hanno dormito o sono stati svegli, se sono a dieta o hanno messo peso, se hanno litigato col marito o hanno fatto l’amore, se hanno l’amante, se si sentono in colpa. E si sentono in colpa, quasi sempre, per tutto». Qui Ardone non racconta solo la guerra, ma anche la condizione di marginalità in cui si ritrovano gli stranieri, invisibili ma indispensabili, testimoni muti della vita altrui. Come molti, però, Irina non è ‘polvere’ bensì una donna colta, che ha imparato l’italiano leggendo Dante e ha studiato filosofia all’università di Kyiv. Attenta osservatrice, Irina guarda dal lato della ‘polvere’ e da quella prospettiva nulla le sfugge: le vite degli altri le appaiono trasparenti, tanto da coglierne dettagli che spesso restano invisibili persino a chi le abita.

In questo romanzo, Viola Ardone mostra ancora una volta la sua capacità di saper costruire immagini chiare e nette, capaci di restituire al lettore sensazioni precise. Vita descrive il suo dolore come un corpo estraneo che la soffoca, che la «sovrasta come il coperchio di plastica dei contenitori per alimenti, ermetico e a tenuta stagna». È un’immagine semplice, quotidiana, ma al tempo stesso fortissima, perché riesce a trasmettere al lettore la sensazione esatta di essere imbottigliati, imprigionati senza via d’uscita. Anche quando scrive della guerra che «ha fermato gli orologi» oppure lascia che un gesto apparentemente banale, quello di una donna che riconta le maglie del lavoro a maglia, diventi il segno del tempo che scorre, come se contare le maglie fosse contare i giorni della vita. Sono immagini concrete che non allontanano la tragedia, ma la portano a contatto diretto con chi legge.

«Il mondo dimenticherà le grida, di paura e vittoria, e niente resterà di tutte le voci che il rumore delle armi sempre cancella»

La memoria storica è uno dei temi portanti nei romanzi di Viola Ardone. In quest’ultimo libro, però, la memoria non riguarda un passato distante, ma una storia che ci attraversa nel presente. Non si tratta più solo di ricordare ciò che è già accaduto, ma di resistere all’oblio che la guerra produce mentre si consuma. È la paura di Kostya, che si chiede se il padre al fronte finirà per dimenticarlo. È in questo nodo tra memoria e dimenticanza che si innesta la scrittura di Ardone, che non pretende di dare istruzioni né soluzioni ma si fa ponte, costruisce passaggi, proprio come afferma durante l’incontro con Loredana Lipperini in occasione di Macerata Racconta: «La letteratura mette qualche mattoncino su cui possiamo camminare, non per dare istruzioni dell’uso».

Un altro dei temi fondamentali presenti nei romanzi di Ardone sono i legami umani, i rapporti familiari, la solidarietà che si accende anche nei momenti più bui. Lo dice l’autrice in un’intervista al Club del Libro: «le storie che racconto mi portano su determinate tematiche, che poi sono quelle che mi stanno a cuore: i rapporti familiari, il rapporto tra passato e presente, la libertà del singolo e di una comunità, i diritti e le battaglie silenti o rumorose, la solidarietà». In Tanta ancora Vita, questi temi trovano nuova forma. Ne è un esempio la maternità, mostrata nella sua ambivalenza: «darli alla luce significa in realtà darli al buio, al mondo sporco e polveroso, alla volgarità delle parole inutili, alla pistola e al coltello». Irina si definisce una madre traditrice per aver lasciato il proprio figlio a un padre alcolizzato ed essere fuggita all’estero in cerca di una vita migliore. Eppure, proprio questo strappo illumina un tema centrale del romanzo, ovvero la solidarietà e l’accoglienza verso i figli degli altri che, viene ribadito in più punto del testo, ci appartengono. Da questa consapevolezza nasce la spinta a ‘salvarsi salvando un altro’, che diventa il filo capace di legare i destini dei personaggi. «Perde chi resta solo», dice Roman, ed è come se ogni pagina del libro confermasse questa consapevolezza.

Forse il senso del libro sta proprio qui, nella capacità di spostare lo sguardo dall’io al noi. Siamo stati abituati a pensare ‘ognuno per sé’, ma serve la capacità di vedere le vite degli altri. Vita lo impara nel suo percorso, quando dal silenzio chiuso della casa si apre alle vite delle persone che la circondano. Questo romanzo è la dimostrazione che anche in tempi di guerra e di dolore la solidarietà è possibile. Ed è forse questa l’epica che Ardone ha voluto raccontare: quella di chi, pur ferito, riesce a camminare insieme agli altri.

Giorgia Carta