Sulla nostra pelle. Geografia culturale del tatuaggio, Paolo Macchia, Maria Elisa NannizziProf. Paolo Macchia, Lei è autore con Maria Elisa Nannizzi del libro Sulla nostra pelle. Geografia culturale del tatuaggio edito da Pisa University Press: perché sin dalla notte dei tempi popoli di ogni epoca e luogo si sono di­segnati la pelle?
La pratica di disegnarsi la pelle appare un qualcosa che accompagna la storia dell’Uomo fin dalle epoche più antiche, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di mummie che portano dei disegni tatuati avvenuti in diverse aree del Pianeta anche molto distanti fra loro: sicuramente, il tatuaggio costituisce una forma assolutamente immediata di comunicazione visiva all’interno di un gruppo umano che, anche nel caso di popoli che non conoscevano la scrittura, permetteva di condividere informazioni in modo efficace. Oltre a ciò, sicuramente, non è da trascurare il forte impatto dato da fatto che il tatuaggio (come la scarificazione e le altre modificazioni corporali) va a toccare quanto di più sacro ha l’Uomo, ovvero il suo corpo e quindi si presta molto bene a “fissare” in modo indelebile valori e ideali che si ritenevano importanti e basilari.

Per quale motivo civiltà e gruppi umani così diversi hanno usato il tatuaggio per manifestare idee, credenze e valori?
Sicuramente l’immediatezza di un mezzo di comunicazione come il disegnarsi la pelle ha costituito un punto di forza per l’adozione da parte di vari popoli e culture del Mondo di questa antichissima pratica e, oltretutto, la versatilità del tatuaggio e del suo poter assumere forme e colori continuamente diversi permette una sua infinita declinazione di usi. Ovviamente, come per ogni forma di comunicazione all’interno di un gruppo umano, è necessario che tutti i componenti del gruppo conoscano il significato dei vari segni e simboli usati, conoscendo, per così dire, l’alfabeto che sta alla base di quel particolare linguaggio. Alcune antiche culture, soprattutto del Pacifico Meridionale, avevano sviluppato un complesso alfabeto di disegni e motivi atti ad esprimere una notevole quantità di significati, che andavano dal ribadire il ruolo di ogni individuo all’interno del corpo sociale al sottolineare i momenti di passaggio di ogni componente come ad esempio il passaggio dall’età giovanile a quella adulta fino a caratterizzarsi come segni di devozione alle divinità o addirittura come mezzi di seduzione ed erotismo.

Come ha fatto questa antichissima pratica ad attraversare millenni di storia senza mai sparire, ma anzi mutando e adeguandosi in continuazione ai cambia­menti che hanno interessato la civiltà umana?
Proprio per il sue essere una manifestazione versatile e immediata, facilmente adeguabile alle esigenze che via via si presentavano nei gruppi umani durante la loro evoluzione storica: come nel caso di qualsiasi altro mezzo di espressione, anche per quello che riguarda la pratica di disegnarsi la pelle ciascun popolo ha usato il mezzo per esprimere quello che era importante sottolineare e comunicare, esprimendo, quindi, quelli che erano i valori fondanti la società. Al tatuaggio è successo esattamente quanto è capitato a tutte le altre manifestazioni culturali dell’Uomo, siano esse legate al modo di abbigliarsi o di abitare, alle espressioni artistiche o agli aspetti folkloristici: mutando le esigenze del gruppo umano, evolvendo il sistema di valori e di riferimento, cambiando – in breve – quelle che sono le condizioni storiche, economiche, sociali delle popolazioni, anche le loro manifestazioni culturali mutano e si riallineano a quelle che sono le nuove esigenze. Così anche la pratica di disegnarsi la pelle, che nel corso della storia e presso le diverse popolazioni della Terra, è stato usato per esprimere concetti e valori talora diversissimi e lontani fra loro.

Il tatuaggio ha ripetutamente cambiato il proprio significato ed è stato marchio di infamia e di appartenenza, distintivo sociale e segno magico, mezzo di ribellione e simbolo di libertà fino a diventare quell’accessorio di moda che oggi vediamo addosso a milioni di persone: come è stata possibile questa continua risemantizzazione?
La “risemantizzazione” fa parte dell’evoluzione di qualunque manifestazione culturale dell’Uomo che – non dimentichiamoci, oltre che essere “un animale territoriale”, che al pari delle altre specie viventi deve fare i conti con le condizioni presentate dall’ambiente naturale, è anche “un animale speculativo”. I gruppi umani, quindi, mutano e aggiustano il proprio sistema di valori, le proprie priorità, cercando di adeguarli alle mutevoli condizioni in cui si trovano a vivere: evolvono i sistemi produttivi, mutano le architetture territoriali e i rapporti fra popoli, si trasformano le strutture sociali; e la pratica di disegnarsi la pelle, come molte altre manifestazioni culturali, evolve a sua volta, mettendosi, per così dire, al servizio di quello che il gruppo umano di volta in volta vuole esprimere e sottolineare. La “risemantizzazione”, in definitiva, altro non è che l’ennesima prova della estrema versatilità che questo strumento ha nell’opera di espressione delle varie istanze culturali dei gruppi umani, cosa che – a sua volta spiega – la lunghissima persistenza storica della pratica nel corso dei millenni.

Come si è svolta la millenaria storia di questa forma di co­municazione?
Volendo semplificare al massimo, possiamo individuare tre fasi fondamentali in questa lunga evoluzione storica e geografica della pratica del tatuaggio: la fase tradizionale delle origini, una fase per così dire etnica, nella quale il disegnarsi la pelle era una espressione fortemente sociale, parte del più vasto patrimonio di simboli e pratiche attraverso le quali si esprimevano i valori e le regole dei gruppi umani. Allora il tatuaggio era qualcosa di istituzionalizzato e rigidamente regolato, la cui realizzazione esulava dalla volontà del singolo che, in quanto parte del gruppo, per così dire lo subiva. Una seconda fase di occidentalizzazione, seguita al contatto fra gli Europei e le culture che ne facevano uso e che introduce la pratica del disegnarsi la pelle nella cultura europea: da allora il tatuaggio segue tutte le grandi rivoluzioni che hanno interessato la società occidentale, soprattutto nel passaggio a un modello economico industriale e in seguito postindustriale, che ne ha profondamente cambiato l’architettura sociale in direzione di un superamento della società tradizionale e della creazione di un modello che vede al centro prima di tutto il singolo individuo. La pratica di tatuarsi esprime via via quelli che sono i mutamenti che si manifestano, dando voce – o meglio dando immagine – a quelle che sono le varie istanze portate avanti da tali mutamenti. Infine vi è la fase contemporanea, quella della globalizzazione, nella quale il tatuaggio, rielaborato e occidentalizzato, viene riesportato in tutto il Mondo: nasce la body-art, discendente della pratica del tatuaggio tradizionale ma da essa molto lontana. Seguendo le evoluzioni della società occidentale, il tatuaggio contemporaneo si individualizza, diventando una espressione del singolo, e diventa un bene di mercato, soggetto a mode, tendenze, continui cambiamenti del gusto. Fase che molti definiscono di banalizzazione e svuotamento ma anche fase di definitiva affermazione globale del tatuaggio nella quale, inoltre, il disegnare la pelle si fa arte.

Nel libro si analizza anche l’esempio di una delle civiltà che più hanno fatto uso del tatuaggio come forma di comunicazione e di espressione culturale, i Maori della Nuova Zelanda che, con il loro ce­lebre Tā Moko, tanto hanno influenzato l’attuale fortuna della body-art contemporanea: quale significato assume nella cultura Maori il tatuaggio e in che modo tale esempio si è imposto nella nostra società?
Il moko Maori nasce all’interno di un contesto, quello polinesiano, costituito da un pot-pourri di culture e popoli in cui il tatuaggio godeva di un elevato ed importante grado di prestigio. Esso infatti era strumento primario per dare risposta ad una serie di credenze e istanze sociali e culturali di natura rituale, gerarchica identitaria, erotica, bellica, protettiva e spirituale, che erano fondamento stesso dei microcosmi indigeni presenti in tale area.

Non distante quindi dal caleidoscopico mondo polinesiano di cui era frutto e risultato, il tatuaggio maori non mancava sicuramente di rivestire quei ruoli precedentemente citati, tuttavia, esso seppe trovare fonte di distinzione nella marcata connotazione di carattere identitario che i Maori ne diedero.

Chiaro che l’idea di identità non è nuova al mondo polinesiano, ma se è vero che questo seppe coniugarla in riferimento al contesto genealo­gico, quello maori ne riconobbe un duplice aspetto, individuale e collettivo, trovando per entrambi modo di rappresentazione. A livello individuale, il moko esprimeva una sorta di carta d’identità: attraverso la decodificazione di una serie di simboli (che quasi costituivano un alfabeto e che potevano essere letti ed interpretati come un libro) si consentiva la conoscenza di un dato individuo nei suoi tratti salienti quali la famiglia, il rango, la professione o addirittura l’eventuale ascesa o discesa sociale. A livello collettivo, invece, il tatuaggio maori diventava un mezzo che consentiva il passaggio da individuo biologico o naturale, a individuo sociale. Un uomo infatti non poteva definirsi tale se sprovvisto del suo tatuaggio e solo tramite questo poteva essere riconosciuto e accolto come membro della comunità correttamente istruito e pronto ai suoi precetti.

È difficile dire in che modo tale esempio si sia imposto nella nostra società. Noi occidentali, non abbiamo mai vissuto il tatuaggio nei modi e nelle maniere con cui le tribù polinesiane e gli stessi Maori lo percepivano. Con lo sbarco in Europa, il tatuaggio ha chiaramente avuto una risemantizzazione, tuttavia qualche tratto comune si è mantenuto, ma ritengo che più che da una fattore culturale, sia dipeso da questioni insite della natura umana di mostrare sulla pelle quella che potremmo definire “l’immagine dell’io”. L’uomo ha da sempre usato la pelle come strumento per comunicare se stesso, la propria identità e la propria storia. Indubbiamente anche oggi usiamo la pelle per parlare di noi e, se vogliamo quindi dire di aver preso qualcosa, è in quest’ottica che va osservato il tatuaggio. Esso mantiene questo aspetto di strumento comunicativo e di linguaggio grafico che era presente anche nella comunità maori, tuttavia, la differenza sta nel fatto che oggigiorno non esiste più un apparato simbolico codificato e condiviso che tutti possono capire, leggere ed interpretare, come avveniva all’interno delle tribù primitive; nel contesto contemporaneo la pelle non parla più a tutti, ma parla al singolo: solo lui infatti può dare significato e ragione ai disegni con cui si decora. (risposta di Maria Elisa Nannizzi – n.d.r.)