Prof. Sergio Tramma, Lei è autore del libro Sulla maleducazione edito da Raffaello Cortina. Maleducazione è un termine dallo spiccato carattere d’antan: quale rilevanza assume, nella società contemporanea, la questione della maleducazione?
Sulla maleducazione, Sergio TrammaMaleducato, maleducazione, è vero, sono termini d’antan, che rimandano al passato, quando, oltre a servire per descrivere e catalogare un comportamento o una persona, erano anche un giudizio pesantemente negativo che poteva procurare disappunto, delusione, se non vera e propria sofferenza in chi lo riceveva. Oggi è un giudizio che sicuramente è vissuto come meno socialmente pesante ed etichettante, anche se per qualcuno potrebbe ancora generare malessere. Forse, visti i tempi che corrono, sono altri i concetti, le parole o le frasi che potrebbero fare male alle persone: non essere vincente o sufficientemente competitivo, non saperi imporre, sembrare troppo accomodante e via discorrendo.

La questione della maleducazione è comunque molto rilevante anche nella società attuale come in tutte le società di ogni epoca e luogo, essendo un indicatore della mancata o insufficiente acquisizione dei comportamenti ritenuti necessari per instaurare, in generale, delle relazioni tra le persone e, in particolare per comportarsi come “si deve” nel caso diversità di età, di genere, di autorità. Ovviamente, tutti da discutere i contenuti, le forme e la bontà di tali regolatori sociali.

Quali connotati assume oggi la maleducazione?
Negli ultimi decenni, e in particolare negli ultimi anni, la maleducazione ha ampliato progressivamente il campo della sua manifestazione e comunicabilità, le sue espressioni qualitative e quantitative risentono, e molto, delle possibilità di essere comunicate a una platea sempre più vasta, quasi di diventare spettacolo. La maleducazione non sta solo nelle relazioni vis à vis o in quelle che avvengono per mezzo della stampa tradizionalmente intesa, anche se in quest’ultimo caso non è mai stata molto diffusa (è diversa dalla diffamazione) perché, in un certo qual modo, i tempi necessari alla stampa, e le persone che ne sono coinvolte, assumono la funzione di filtro e di effettivi moderatori. Oggi la televisione, cessata la sua antica, e pur discutibile funzione “pedagogica”, in particolare dopo l’avvento delle TV commerciali ha ampliato in modo enorme la possibilità di essere e mostrarsi maleducati, anche perché la maleducazione dell’urlo e della rissa, le passioni vomitate addosso agli altri, il parlare di sé a sproposito fanno, come suole dirsi, audience e in quanto tale sono incoraggiate e fatte passare come un modo di essere più liberi e sinceri. Un ulteriore salto è stato compiuto con il web che ha reso pressoché illimitate le possibilità di esibire la propria maleducazione, senza alcuna auto-censura dovuta al buon gusto o alla consapevolezza che la maleducazione può provocare malessere nelle persone alle quali è rivolta.

Quali linee concorrono a delineare il piano su cui si struttura la maleducazione in quanto tale?
Penso che se si potesse disegnare un piano geometrico sul quale poggiano tutte le possibili manifestazioni della maleducazione, o almeno, buona parte di esse, tale piano sarebbe delimitato da molte linee. Alcune possono essere indicate. Innanzitutto, come precedentemente accennato, l’espansione di una comunicazione senza filtri e auto-censure. Poi, la difficoltà, se non la vera e propria impossibilità, a delineare degli esseri umani ideali sufficientemente credibili e condivisibili che, tra le altre caratteristiche, abbiano anche quella della beneducazione come una sorta di obbligo morale. Non esistono più tipi umani in grado di costituire modelli sufficientemente forti e attrattivi, e questo per molti aspetti può essere considerato anche un bene perché, in passato come oggi, molti di tali modelli sono considerabili del tutto negativi, pensiamo al modello del patriarca o della donna sottomessa, o al modello derivabile da una relazione fortemente asimmetrica tra chi, per esempio, aveva disponibilità economiche e posizioni di potere e chi no. E questo della fine, reale o presunta, di modelli forti, comporta anche una riflessione obbligata su quale beneducazione fosse associata a tali modelli: una beneducazione del comando, del rispetto formale e del disprezzo sostanziale. Vi erano però anche dei modelli virtuosi. Oggi la questione che si pone, diciamo così, è che siamo liberi di scegliere tra una variegata offerta di modelli deboli, cioè poco duraturi e condivisi, e non in tutti riscontriamo atteggiamenti che possiamo definire di beneducazione, anzi risultano attrattivi anche perché maleducati.

Quale irriducibile distanza esiste tra la cultura della beneducazione e quella della maleducazione?
Distanze variabili, alcune volte una lontananza siderale, altre quasi impercettibile se non una vera e propria sovrapposizione. Provo a spiegarmi con un esempio che si riferisce ai nostri tempi di pandemia. Mi è capitato di osservare che in qualche dibattito televisivo alcuni uomini, si rivolgevano alle donne presenti appellandole “signore” e gli uomini con il titolo di “professore” o “dottore”, pur essendo sia le donne che gli uomini collocati nello stesso ambito professionale e livello gerarchico. Ineccepibile buona educazione formale e, nello stesso tempo maleducazione di fatto che nasceva da una certa cultura attorno ai ruoli di genere maschili e femminili.

Maleducazione e beneducazione sono però distanti, e molto, se le consideriamo un derivato del modo di concepire l’altro, se tale altro lo consideriamo cioè degno in sé di essere “trattato bene”, senza fare riferimento a particolari tratti d’identità o caratteristiche peculiari. Ecco che, in tal senso, la beneducazione imporrebbe di contenere nella giusta misura le proprie emozioni e passioni, non esibirle a sproposito e oltre una soglia fisiologica, non pensando che l’altro esista solo in funzione dell’ascolto dei propri lamenti o in quando spettatore di narcisismi banali.

Come si manifesta la maleducazione nel quotidiano della contemporaneità?
Si manifesta tanto nelle forme consuete quanto in nuove, in ambienti tradizionali come in quelli innovativi. Fermo restando che beneducazione e maleducazione sono concetti relativi che cambiano nel tempo e da luogo a luogo, possiamo dire che si manifesta in tutti quei comportamenti che producono imbarazzo o malessere, soprattutto quando ciò è intenzionale. Infatti, esiste una maleducazione consapevole di essere tale quanto una non consapevole di esserlo, si potrebbe dire che la prima nasca da insufficiente o inefficace educazione, la seconda può essere invece riconducibile a una sorta di “altra educazione”, che derivi cioè i suoi atti da concezioni diverse rispetto a quelle prevalenti in un certo luogo o contesto sociale. Infatti, trattando il tema, non si deve cadere nell’errore di considerare tutti i comportamenti associati alla buona educazione come validi in sé e, al contrario, la maleducazione sempre e comunque come qualcosa di negativo in assoluto. Spesso e volentieri i comportamenti considerati maleducati sono poi diventati diffusi e accettati come espressione di “nuove normalità” che si sono progressivamente imposte. In fondo, così come una persona beneducata potrebbe affermare di essere stata qualche volta maleducata, ogni periodo è stato maleducato nei confronti di quello precedente.

Quale parte hanno, in tale processo, i media?
Come detto una funzione importante, quella di palcoscenico che si rivolge potenzialmente a tutti e sul quale le maleducazioni messe in scena possono essere premiate. Ma, nello stesso tempo, possiede anche delle potenzialità virtuose, cioè può diventare anche il teatro dove si rappresenta la beneducazione.

Su quali presupposti può basarsi una “pedagogia della beneducazione”?
L’educazione delle persone di qualsiasi età a cortesia, buone maniere, gentilezza, forme funzionali di civiltà, avviene negli stessi luoghi nei quali si è educati alle cattive maniere, alla scortesia, all’inciviltà. Non esistono circuiti separati, non vi sono dei luoghi deputati all’una o all’altra. E penso che la buona educazione, ma questo vale anche per l’educazione alla cittadinanza o alla legalità, non si insegni con delle pratiche esortative più o meno associate a sanzioni o a minacce di esclusione sociale. Non serve a molto esporre la buona educazione, descrivere nel dettaglio le regole del galateo, fermo restando che si possa trovare un galateo sufficientemente duraturo e condiviso. Bisogna “lavorare” sul senso che hanno le buone maniere (sintetizzo con questa espressione tutta una serie di comportamenti auspicati, antagonisti alla maleducazione), su come sono state storicamente costruite e, molte delle quali, trasformate o abbandonate nel corso del tempo, sulle contraddizioni che sono a loro strutturalmente connesse, sul piacere e sul dispiacere che procura rispettarle o l’infrangerle. In altri termini, non tentare operazioni impositive o trasmissive ma di sviluppo della comprensione critica dei nessi tra beneducazione e maleducazione, certo tutto ciò dimensionato in relazione all’età delle persone coinvolte e ai luoghi dove una tale intenzione formativa si colloca: la famiglia piuttosto che la scuola, o una qualsiasi attività formativa nella quale è centrale, o comunque presente, la relazione con l’altro.

Sergio Tramma è professore ordinario presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca dove insegna Pedagogia generale e Pedagogia sociale e interculturale presso il Corso di Laurea in Scienze dell’educazione. Il suo campo di ricerca è costituito dai nessi tra educazione e contemporaneità con un particolare interesse per i mutamenti dello scenario educativo territoriale e sociale. Tra le sue recenti pubblicazioni: L’educazione sociale, Roma-Bari, 2019; L’educatore imperfetto. Senso e complessità del lavoro educativo. Terza edizione, Roma, 2018; Pedagogia sociale. Terza edizione, Milano 2018.

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