Sull’inutilità della storia di Giovanni Sole

Sull'inutilità della storia, Giovanni SoleLa storia è una concatenazione di eventi che si succedono l’uno dopo l’altro. Come esperti muratori, armati di cazzuola, cemento e mattoni, mettendo un fatto sull’altro, gli storici ricostruiscono le vicende del passato. La causa di ogni avvenimento è dimostrata dagli effetti, nell’effetto risulta l’immagine della causa e la conoscenza dell’effetto porta alla conoscenza della causa. I ragionamenti si basano sulla convinzione che a determinati eventi ne seguono regolarmente altri, che tutto ciò che è accaduto ha una o più cause e sarebbe potuto accadere in modo diverso soltanto se le cause fossero state diverse. Gli storici cercano di risalire alle cause che hanno determinato l’evento e, di causa in causa, ritengono di trovare una spiegazione, ma la storia scorre senza interruzione, non c’è mai un inizio o una fine. Nietzsche scriveva che lo storico nella sua continua preoccupazione di voler cercare le origini diventa un gambero, vede solo all’indietro e finisce per credere all’indietro.

Lo storico dovrebbe essere neutrale e obiettivo e, tuttavia, gli avvenimenti sono ordinati e mostrati secondo la sua sensibilità, creatività e ideologia. La storia è iniziata quando si è cominciato a selezionare i documenti mostrando che tra essi vi è un concatenamento razionale, ma su ogni avvenimento accaduto si possono dare versioni e spiegazioni diverse. Verso la metà del Cinquecento, alcuni studiosi sostenevano che nel raccontare un avvenimento gli storici davano spiegazioni discordi sui fatti e, pur utilizzando fonti indiscutibilmente vere, potevano raccontarli aggiungendo, detraendo o mutando. Secondo l’opinione comune lo storico era tale fino a che stava nei «termini suoi» mentre, cercando di dare una spiegazione razionale ai fatti, diventava un filosofo. Lo storico, in fondo, ragionava come un filosofo e la stessa storia era una «filosofia composta d’esempi». Lo storico e il filosofo avevano come obiettivo comune la verità e così come i filosofi per dare forza ai ragionamenti citavano avvenimenti, gli storici usavano la filosofia per investigare le cause dei fatti: l’uno e l’altro mestiere, dunque, erano una medesima cosa.

La storia, rifiutando rigidi confini, aveva molte cose in comune con la poesia poiché, se il suo compito era quello di raccontare la verità dei fatti, per tenere desta l’attenzione dei lettori ricorreva anche all’arte di commuovere o amplificare. Il poeta, avvalendosi del verosimile, fabbricava le poesie su verità e menzogna, mentre lo storico, che aborriva il verosimile falso, adoperava talvolta il «verosimil vero» per stabilire la verità. Il fine della storia non era tuttavia diverso da quello della poesia poiché per lo storico non erano importanti gli eventi in quanto tali ma la descrizione e la riflessione su di essi. Con la sua arte egli modellava il racconto per renderlo scorrevole ed efficace e, in fondo, le sue narrazioni altro non erano che una poesia senza versi.

Pur partendo dall’analisi dei fatti attraverso le testimonianze, lo storico è a suo modo un romanziere così come un romanziere è a suo modo uno storico. Il romanziere costruisce i personaggi attraverso l’immaginazione e fa in modo che siano vivi; lo storico, servendosi delle fonti, rende vivi personaggi che non ci sono più. Raccontando il passato, gli studiosi s’imbattono in uomini e fatti che avrebbero meritato un approfondimento ma sono costretti a ignorarli per non rendere lunghi e noiosi i loro racconti. Un trattato di storia è un componimento letterario e gli storici, come i romanzieri, hanno dedicato allo stile lo stesso tempo dedicato alla raccolta e all’analisi dei documenti.

Cicerone definiva la storia fedele testimone dei tempi, luce della verità, custode della memoria, maestra del vivere e messaggera dell’antichità, ma già gli antichi filosofi notavano che gli individui, malgrado le storiche ammonizioni, ricadevano sempre negli stessi errori, come se il passare del tempo raffinasse la ragione senza renderli ragionevoli. Nutrivano seri dubbi sul fatto che la storia fosse maestra di vita e pensavano che, nel migliore dei casi, servisse solo ad alimentare la curiosità di persone oziose. I trattati storici lasciavano come lezione ai posteri un tragico palcoscenico di guerre sanguinose, rapine e sopraffazioni di popoli ai danni di altri popoli e di pochi individui su grandi masse. Dalla storia gli uomini traevano i concetti di eroismo, onore, sacrificio e patria che spesso erano utilizzati per fecondare l’istinto dell’uomo all’egoismo e a sopraffare i propri simili. La storia appariva come una scienza dell’infelicità umana, una sequenza di tragedie, crimini, follie e sventure e le poche epoche felici erano le pagine vuote della storia.

Nel 1778 Bocalosi sentenziava che la storia non insegnava niente e quindi era inutile. L’idea che l’immagine speciosa di personaggi illustri spingesse le persone a imitarli era una stolta credenza e, fra l’altro, per diventare immortali molti di loro avevano compiuto decine di scelleratezze e illustri delitti. Nel 1802, Melchiorre Delfico aggiungeva che la storia, incapace di procedere con i metodi sicuri della scienza, era simile a un romanzo, con la differenza che un bravo prosatore riusciva a parlare al cuore delle persone mentre lo storico appariva come un banditore: una volta soddisfatta la curiosità, la gente se ne andava senza alcuna emozione. La storia era maestra di vizi e causa di danni perché presentava con maggior frequenza imperfezioni, stravaganze ed errori dell’umanità. Essa non era altro che un susseguirsi di guerre, conquiste, rivoluzioni, tirannie, violenze e disastri e gli attori che riempivano la sua drammatica tela erano duci, despoti, guerrieri e fanatici mentre i popoli restavano sullo sfondo.

Le conclusioni cui giungeva Delfico erano amare. In qualunque modo si considerava la storia, essa non aveva nessuna utilità: né come severo tribunale della verità umane, né come museo di figure degne d’imitazione, né come repertorio di cognizioni utili all’uomo, né come fedele testimone de’ passati avvenimenti, né come quadro della vita umana, né come guida politica e morale. Essa si limitava a rappresentare ciò che avevano fatto gli uomini in un grande scenario in cui comparivano ombre e fantasmi che non avevano alcun rapporto reale con l’esistenza dei popoli. Mostrando la depravazione morale degli individui, favoriva all’opposto pregiudizi ed errori: insegnava che i popoli non furono mai felici e che, quindi, la felicità non era fatta per la specie umana, che gli uomini non erano mai stati liberi e che, quindi, la libertà non era adatta a loro. Gli uomini non avevano appreso niente dalla storia e il loro ostinarsi a rifare gli stessi errori era la vera lezione che essa insegnava. La storia, dunque, non era maestra di vita ma maestra di se stessa: con la storia s’impara la storia. In qualunque modo la si consideri, non ha alcuna utilità se non quella di soddisfare la curiosità di pochi lettori e gli interessi dello storico. Petrarca sosteneva che si scriveva per esercitare l’ingegno, per apparire tra la propria gente, per passare il tempo, per fuggire il tedio o per «medicare» la malinconia: infermità occulta e insanabile, la malinconia arrecava infinite cagioni e, se per guarire alcuni gettavano pietre, altri componevano libri.

Giovanni Sole è professore di Antropologia culturale e Storia delle tradizioni popolari all’Università della Calabria.

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