Sul riduzionismo. Dal riduzionismo teoretico al riduzionismo teorico, Aldo StellaProf. Aldo Stella, Lei è autore del libro Sul riduzionismo. Dal riduzionismo teoretico al riduzionismo teorico edito da Aracne: innanzitutto, cosa si intende col termine «riduzionismo»
Con il termine “riduzionismo”, in una prima approssimazione, si intende una particolare concezione epistemologica che è volta a formulare concetti e linguaggio di una determinata teoria scientifica nei termini di un’altra teoria scientifica, considerata però più basilare, cioè considerata fondamentale. Il riduzionismo sorge vincolandosi al meccanicismo, che è quella concezione secondo la quale la realtà può venire considerata come un insieme di enti che interagiscono tra di loro e che producono processi, tali che, dato il punto di partenza, è possibile determinare univocamente e a priori il punto d’arrivo, se si conosce la legge che sta alla base dell’interazione o del processo stesso. Per questa ragione, il meccanicismo si è inizialmente vincolato al determinismo. Il meccanicismo è stato considerato il modello fondamentale per cogliere la natura e per individuare le leggi che ne regolerebbero lo svolgimento. In questo senso, il naturalismo risulta intrinsecamente vincolato al meccanicismo e al riduzionismo, stante che la realtà, che in ultima istanza risulta quella fondamentale, è la realtà fisica. Il fisicalismo costituisce, dunque, un altro tratto distintivo essenziale per comprendere il nuovo modello con cui viene letta e interpretata la realtà dell’esperienza, la quale, appunto, viene assunta come la vera realtà, cioè la realtà oggettiva. Poiché, inoltre, il fisicalismo, nelle sue forme più radicali, viene interpretato in senso materiale, anche il materialismo diventa un ulteriore tratto che viene a connotare la concezione scientifica del mondo. Dal momento che, però, la scienza contemporanea, in particolare la fisica, tende a considerare il termine “materia” come ambiguo, il materialismo, nelle scienze più evolute, ha lasciato il posto al fisicalismo. Se nella filosofia ottocentesca, infatti, la materia era assunta come il substrato delle sensazioni e, dunque, come la sostanza del mondo percepito, il materialismo ha progressivamente perduto la sua centralità nelle scienze più “dure”, come per esempio la fisica, mentre ancora conserva una posizione centrale in alcune forme di riduzionismo che vigono in quell’ambito di ricerca, che viene definito “Filosofia della mente”. Non di meno, l’affermazione di un’unica sostanza, la sostanza materiale, e quindi la concezione del monismo materialistico, presenta notevoli limiti concettuali, ancorché essa venga sostenuta da molti neuroscienziati, psicologi e filosofi della mente, i quali, occupandosi della soggettività, finiscono per decretarne il tramonto. Del resto, non si può sottacere il fatto che la fisica contemporanea ha a che fare con entità che con difficoltà possono venire connotate come “materiali”: si pensi, per esempio, ai campi di forza, alle oscillazioni quantiche, agli spazi a molte dimensioni e, infine, alle stringhe. Se, insomma, il modello meccanicistico-fisicalistico-riduzionistico, che abbiamo rapidamente descritto, era inizialmente utilizzato unicamente per studiare la natura, successivamente la sua efficacia esplicativa ha convinto gli scienziati che poteva essere applicato non soltanto al corpo dell’uomo, esso stesso ente naturale, ma anche alla sua mente. Quest’ultima è stata vieppiù studiata riducendola a quegli aspetti che possono venire colti dalle scienze empirico-sperimentali: la psicologia e le neuroscienze, che utilizzano il metodo delle scienze naturali, si sono costituite nella pretesa di potersi affrancare definitivamente da ogni concezione filosofica e per questa ragione si è parlato di naturalizzazione della mente.

Come si è evoluto il riduzionismo contemporaneo?
Nel nostro lavoro, abbiamo cercato di specificare proprio il senso della naturalizzazione della mente, precisando altresì che essa consegue a una tesi epistemologica, che investe la teoria della conoscenza: poiché la conoscenza si fonda sulla percezione, afferma un filosofo di nome Quine, e poiché la percezione è studiata soprattutto dalla psicologia, la teoria della conoscenza viene sottratta alla filosofia e consegnata, appunto, alle scienze psicologiche, in modo tale che si parla di naturalizzazione dell’epistemologia. Va tuttavia ricordato che il riduzionismo concerne, in modo specifico, il rapporto che intercorre tra la biologia e la fisica. Si potrebbe dire, infatti, che il dibattito sul riduzionismo è una componente della filosofia della biologia e ciò, a nostro giudizio, dimostra l’insensatezza di ogni pretesa di prescindere dalla filosofia. In questo contesto, il dibattito indicato si configura in triplice forma: come una tesi ontologica, una tesi metodologica e una tesi epistemologica, delle quali ci occuperemo al nel corso della Parte Seconda. Ebbene, tale tipo di riduzionismo non fa che rafforzare il paradigma meccanicista, per il quale l’universo è assimilato a una macchina il cui comportamento è comprensibile attraverso lo studio delle parti e delle loro interazioni. Secondo il riduzionismo metodologico, quindi, il metodo più adeguato di conoscenza di un fenomeno consisterebbe nell’individuare i suoi costituenti ultimi. In biologia, ciò significa che, per quanto un organismo possa essere complesso, lo studio dei suoi costituenti microscopici verrà considerato sufficiente a garantirne una spiegazione completa. In conclusione, la migliore spiegazione di qualunque fenomeno biologico sarà quella che esplicita i fenomeni chimici e fisici che sono impliciti in esso. Il successo della biologia molecolare nello scoprire le basi dei processi genetici fondamentali e la scoperta del codice genetico dimostrerebbero che l’organismo non è altro che un insieme di molecole e giustificherebbero la fiducia nella capacità dell’indagine molecolare di spiegare tutti i fenomeni biologici. Questi ultimi, a loro volta, andrebbero ridotti ai fenomeni fisici che ne stanno a fondamento. Se le leggi della biologia vengono espresse nei termini di leggi chimico-fisiche, ciò non può non comportare la riduzione della biologia a branca della fisica, dando finalmente compimento all’unificazione delle scienze. Se non che, la concezione riduzionista ha mostrato i primi segni di cedimento di fronte ai fenomeni complessi e alle proprietà emergenti che essi presentano: proprietà, insomma, che appartengono al fenomeno nella sua interezza e che, invece, non sono riscontrabili nei suoi componenti elementari. Da questo punto di vista, la biologia e la chimica (bio-chimica) si sono prese l’incarico di dimostrare che le molecole possono presentare proprietà diverse da quelle degli atomi che le compongono, così che accanto al riduzionismo si è andata imponendo anche una significativa forma di emergentismo. Intorno agli anni Settanta del secolo scorso, in particolare, si è andato configurando un modello che tende a contrapporsi al modello riduzionistico e al metodo analitico, che ne costituisce l’essenza. Stiamo parlando del modello sistemico-relazionale, detto anche olistico, perché volto a privilegiare non già l’analisi, ma la sintesi, che presiede al costituirsi di ogni sistema e che coglie il tutto come irriducibile alla somma delle parti che lo compongono. Per concludere, diremo che non è possibile intendere il concetto di “riduzionismo” se non si intende adeguatamente il concetto di “realtà”. La concezione riduzionistica, infatti, assume acriticamente come oggettiva, cioè come innegabilmente vera, la realtà dell’esperienza e si occupa soltanto di individuare il livello ontologico più elementare (semplice) cui ogni altro livello ontologico possa venire ridotto/ricondotto. Se non che, la domanda che si impone teoreticamente è volta a questionare questa acritica assunzione e si specifica nella seguente formula: qual è la vera realtà?

Che differenza esiste tra riduzionismo teorico e riduzionismo teoretico?
Nel mio lavoro, ho cercato di spiegare il riduzionismo teorico, che investe l’ambito delle scienze, a muovere dal riduzionismo teoretico, che invece caratterizza il pensiero filosofico. A tale scopo, ho diviso il lavoro in due parti. La prima, quella dedicata al riduzionismo teoretico, inizia trattando la concezione metafisica di Anassimandro e le interpretazioni che di tale concezione sono state fornite da Heidegger e da Severino. In esse, il concetto di “relazione” svolge una funzione prioritaria, così che si è posta la distinzione tra la relazione intesa come costrutto mono-diadico, cioè come uno status, e la relazione intesa come l’atto del riferirsi. Ebbene, la riduzione dell’atto a costrutto configura una delle forme fondamentali del riduzionismo teoretico. Accanto alla riduzione indicata, nella lettura di Anassimandro di Heidegger e di Severino si configura la riduzione dell’essere a ente, che troverà la sua espressione compiuta nel parricidio di Parmenide tentato da Platone, parricidio che viene discusso molto raramente dai filosofi che sono succeduti a Platone e, anzi, viene comunemente accettato, come se esprimesse un contenuto logico indiscutibile. In forza di tale parricidio, l’essere assoluto di Parmenide viene ridotto ad essere relativo, così che non soltanto viene fatto essere il non-essere, ma inoltre si decreta l’innegabilità dell’esperienza. Se Platone subordina la realtà dell’esperienza alla realtà dell’universo ideale, progressivamente – nel pensiero successivo – la realtà empirica viene assunta come la realtà oggettiva, come se, cioè, essa potesse valere kata physin (in se) e non, invece, in forza del suo porsi soltanto in relazione al soggetto (pros hemas, quoad nos). Lo stesso concetto di “intero” viene pensato non come l’unità autentica, ossia come l’unità dell’assoluto, che coincide con il togliersi di ogni dualità e quindi di ogni molteplicità, ma come “insieme”: il “tutto” viene insomma ridotto a un tutto-di-parti, in modo che quell’intero, che costituisce la condizione a parte ante (il prerequisito) dell’analisi, finisce per venire ridotto al prodotto della riunificazione degli elementi ottenuti mediante l’analisi stessa. In tal modo, l’“intero” viene ridotto a “composto” e da prerequisito scade a presupposto. Ciò comporta che il “fondamento”, e cioè la condizione incondizionata dell’universo dei condizionati, non viene più inteso come la ragione del loro trascendersi, cosicché il finito si risolve nell’atto dell’oltrepassare sé stesso, ma viene ridotto a momento della serie dei determinati, anche se primo. Il fondamento, quindi, viene ridotto a cominciamento, il quale è presupposto dalla serie che lo presuppone. Se, inoltre, con Parmenide tutto ciò che è altro dall’essere non può non venire colto come non-essere, ossia come il suo stesso contraddirsi, di contro non soltanto il parricidio comporta la riduzione dell’incontraddittorio, che è l’essere, al principio di non contraddizione (p.d.n.c.), che invece è principio meramente formale, ma altresì implica l’ipostasi della contraddizione, che viene assunta come qualcosa-di-contraddittorio. L’ipostasi della contraddizione, infatti, è conseguenza dell’ipostasi del non-essere nonché del carattere formale del p.d.n.c., il quale emerge come principio solo se la negazione (il “non” che nega la contraddizione), che consente il suo emergere come principio, si dispone sulla contraddizione stessa, presupponendola, stante che solo in questo modo la negazione risulta determinata e, quindi, non vale come negazione di nulla (diventando “nulla” come negazione). La stessa “verità”, che in Parmenide coincide appunto con l’essere, finisce per venire intesa in senso corrispondentista, e cioè come adaequatio rei et intellectus. Più radicalmente, la verità non vale più come la condizione trascendentale che consente di cogliere il limite di tutto ciò che è soltanto relativo, dunque di ciò che verità non è, ma viene determinata e, pertanto, ridotta a un “dato”, inscritto come ogni altro dato nell’universo dei determinati. Il riduzionismo teorico, di contro, concerne – come detto – le teorie scientifiche e fa la sua comparsa nel Diciassettesimo e nel Diciottesimo secolo. Ma di esso abbiamo già parlato.

In che modo il riduzionismo teorico si è imposto nella «Filosofia della mente»?
La Filosofia della mente rappresenta non soltanto un ambito specifico della ricerca filosofica, ma altresì il luogo teorico in cui si incontrano in forma esemplare scienza e filosofia. All’interno di tale ambito il programma naturalista ha avuto un’influenza estremamente significativa. La naturalizzazione della mente si è configurata in varie forme: alcune meno radicali, altre più radicali, le quali prospettano un riduzionismo che, se inteso nella sua forma più estrema, genera quella concezione che viene definita “monismo materialistico”. Il nostro progetto è stato quello di illustrare come si sia pervenuti a tale concezione, giacché essa svolge un ruolo centrale nell’idea di “uomo” che si va affermando nella cultura contemporanea. Già la concezione comportamentista aveva eliminato la mente dalla ricerca psicologica, perché aveva affermato che si dà scienza solo di ciò che è direttamente osservabile. Il comportamentismo, pertanto, è perfettamente in linea con un naturalismo radicale: la realtà coincide con (e si risolve nel) l’universo percettivo-sensibile, fermo restando che non interessa ai comportamentisti stabilire se tale universo configuri la realtà dell’esperienza o la realtà in sé e per sé. Il cognitivismo classico o simbolico, invece, considera la risposta a uno stimolo funzione anche di “variabili nascoste”, ossia di processi interni non direttamente osservabili. Ebbene, tali processi interni sono i processi cognitivi, intrinsecamente legati alla componente cognitiva dello stimolo, l’informazione, e alle regole con cui tale informazione viene processata. La mente, cacciata dalla porta, rientra così dalla finestra, perché ora non si ritiene più che sia passibile di indagine scientifica solo ciò che è osservabile, ma anche ciò che è computabile, perché può venire riprodotto da un elaboratore artificiale (un qualunque automa a stati finiti). La Computer Science ha fornito un grande contributo al sorgere del modello cognitivista classico, giacché la mente è stata assimilata al software di un computer, il cui hardware è biologico (il cervello) anziché elettronico. Il principio di implementabilità (realizzabilità) multipla, inoltre, prevede che uno stesso programma possa implementare più hardware, dato il carattere astratto della computazione. Quest’ultima viene così a esprimere in forma esemplare l’attività della mente umana, che riceve, elabora e scambia informazione con l’ambiente. L’elaborazione, inoltre, è un’operazione di trasformazione di forme (le forme in ingresso o input) in altre forme (output) e avviene in conformità a regole, cioè in forza di processi meccanici (automatici, inconsci). La mente viene in tal modo assunta per tre caratteristiche fondamentali: il suo aspetto informazionale, rappresentazionale e computazionale. Orbene, va sottolineato che il programma di naturalizzazione dell’epistemologia, da un lato, si avvale della rivoluzione cognitivista; dall’altro, fornisce un significativo impulso a quella particolare forma di programma naturalista, che è proprio quello volto a naturalizzare la mente, cioè a risolvere la mente in un insieme di processi equiparabili a processi naturali, perché descrivibili in termini causali. La psicologia scientifica naturalizzata, pertanto, si assume il compito di cogliere le leggi che stanno alla base dei processi mentali e la distinzione kantiana fra regno della natura e regno della libertà viene di fatto a cadere, perché anche la mente dell’uomo, nella prospettiva del naturalismo più radicale, viene fatta rientrare nel regno della natura e pensata secondo processi meccanici, dunque secondo un modello determinista. La concezione di Goldman, che per primo ha coniugato il programma di naturalizzazione dell’epistemologia con quello di naturalizzazione della mente, viene definita affidabilismo esternista. Per i sostenitori di questa concezione le credenze che l’uomo si forma intorno al mondo sono legittimate non dal rispetto di determinati principi teorici o dalla conformità a criteri stabiliti teoricamente (come è per la concezione internista), ma dall’affidabilità del processo causale, ossia sono giustificati dal fatto che i processi causali, che danno luogo alla configurazione del campo percettivo, dunque del mondo con cui l’uomo ha a che fare, sono una garanzia sufficiente per la verità delle credenze che l’uomo si forma intorno ad esso. Di contro, la credenza non sarà giustificata se il suo processo di formazione non procede, o procede in modo non affidabile, dall’oggetto o dall’evento cui il contenuto della credenza si riferisce. Ciò implica che la giustificazione consiste nella determinazione delle leggi causali che conducono, in una percentuale di casi molto alta, a credenze vere. Anche le credenze che derivano da fonti diverse dai canali sensoriali – per esempio, da ragionamenti o da catene di inferenze tra credenze, ma anche da processi non inferenziali – in tanto sono affidabili, in quanto si fondano su processi causali, giacché per l’affidabilista un’inferenza è una relazione causale tra enunciati. Ci troviamo così di fronte a una serie di assunti che merita di venire discussa. Il primo e fondamentale assunto concerne il concetto di verità. Rileviamo che una parte significativa del dibattito, che si svolge all’interno della Filosofia della mente, tende ad assumere il concetto di verità nel senso dell’adaequatio rei et intellectus, ossia in senso corrispondentista. Tale nozione di verità non viene discussa, come se fosse l’unica possibile e come se non implicasse seri problemi, almeno dal punto di vista teoretico-speculativo. Il discorso che abbiamo svolto fin qui ha inteso precisamente evidenziare come sia problematico il concetto stesso di realtà: ebbene, la nozione di verità come adaequatio si pone perché si prescinde da tale problematicità. Essa, infatti, presume che possa esservi un luogo privilegiato in cui ci si dispone per poter svolgere un confronto tra la realtà (res), come è in sé, e la realtà, che viene conosciuta ed espressa (intellectus). Se non che, un tale confronto postula un soggetto conoscente che possa cogliere la realtà oggettiva indipendentemente dal proprio conoscerla e, precisamente per questa sua capacità, possa poi effettuare un confronto con la realtà che gli è possibile conoscere. Il soggetto, insomma, dovrebbe uscire da sé stesso e cogliere la realtà indipendentemente dai suoi modi di coglierla: solo così sarebbe possibile stabilire se c’è effettiva corrispondenza. Detto con altre parole: si dà per scontata la determinazione della vera realtà, quando è esattamente questo il problema della verità. Del resto, affermare che la corrispondenza si pone con la realtà che viene comunemente percepita implica, da un lato, la rinuncia a una fondazione “forte” della corrispondenza e, dall’altro, l’assunzione di ciò che è solo intersoggettivo (la realtà percepita) come se fosse oggettivo (autonomo e autosufficiente). Il secondo assunto è il seguente: l’affidabilista postula che la sua teoria si fondi solo su leggi causali. Se non che, nel momento in cui va in cerca di ragioni che siano in grado di legittimare la stessa teoria di cui si fa portavoce, l’affidabilista non può non ammettere, almeno implicitamente, che la credenza espressa dalla sua teoria non si fonda soltanto su un processo causale. A questa eventuale obiezione l’affidabilista non risponde mediante una contro-argomentazione, bensì facendo valere un nuovo assunto, quello per il quale la naturalizzazione dell’epistemologia non prevede una meta-epistemologia, cioè un livello ulteriore sul quale si disponga la riflessione critica concernente il primo livello. Per l’affidabilista, che noi abbiamo assunto come l’interprete più fedele della concezione naturalista e del programma di naturalizzazione della mente, vi sarebbe un unico livello, quello in cui si dispone la ricerca scientifica, perché un livello propriamente teorico, o meglio teoretico, dove si decide della natura della giustificazione e della conoscenza, non può esistere, se distinto da quello nel quale effettivamente conosciamo attraverso la scienza. Si potrebbe dire che, secondo la prospettiva naturalista, la realtà è composta da un unico tipo di cose, fondamentalmente dalle entità indagate dalla fisica, e per questa ragione si parla di naturalismo fisicalista. Che si dia un unico livello conoscitivo costituisce, dunque, l’assunto fondamentale della concezione naturalista. Se non che, facciamo notare che si tratta di un assunto che viene clamorosamente smentito proprio dalla riflessione critica, che necessariamente dispone l’oggetto su cui riflette su un diverso livello rispetto a sé stessa. Chi sostiene un naturalismo radicale, però, non si pone tale problema e non considera l’importanza del pensiero riflessivo. Come vedremo più avanti, il naturalista radicale rifiuta l’idea che il pensiero possa sdoppiarsi in un pensiero pensante e in un pensiero pensato, perché, come sostenuto da Comte, ciò appare una contraddizione. Il terzo assunto può venire così sintetizzato: da un lato, si fa valere la naturalizzazione del metodo del conoscere; dall’altro, la naturalizzazione dell’oggetto stesso del conoscere, cioè la mente dell’uomo. Ma la naturalizzazione dell’oggetto qui coincide con la naturalizzazione stessa del soggetto che mette in atto il processo conoscitivo. In tal modo, il soggetto viene ridotto a un qualunque altro oggetto e perde quell’emergenza che dovrebbe connotarlo in quanto soggetto. Proprio perché non accettano tale emergenza, coloro che si propongono la radicale naturalizzazione della mente finiscono per negare il soggetto in quanto tale. La conseguenza di tali assunti è questa: se la mente, analogamente a quanto accade nella biologia, nella fisica e nella psicologia sperimentale, viene indagata a qualsiasi livello con lo stesso metodo con cui le scienze naturali studiano i propri oggetti, allora la naturalizzazione del metodo determina inevitabilmente anche la naturalizzazione dell’oggetto dello studio e, in ultima istanza, anche la naturalizzazione del soggetto conoscente, ossia la sua negazione come soggetto.

Aldo Stella, abilitato a Professore Ordinario in Filosofia teoretica, insegna presso entrambi gli Atenei di Perugia. È Direttore di “Cum-Scientia. Per l’unità nel dialogo”, Rivista semestrale di Filosofia teoretica. Ultimi volumi (prima de Sul riduzionismo): «Metafisica originaria» in Severino. Precisazioni preliminari e approfondimenti tematici, Guerini e Associati, Milano 2019; Il concetto di «relazione» nell’opera di Severino. A partire da «La struttura originaria», Guerini e Associati, Milano 2018.

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