“Studiare da straniero. Immigrazione e diseguaglianze nei sistemi scolastici europei” di Camilla Borgna

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Studiare da straniero. Immigrazione e diseguaglianze nei sistemi scolastici europei, Camilla BorgnaProf.ssa Camilla Borgna, Lei è autrice del libro Studiare da straniero. Immigrazione e diseguaglianze nei sistemi scolastici europei edito dal Mulino: perché parlare ancora di diseguaglianze scolastiche, e perché farlo dalla prospettiva degli studenti stranieri?
Dobbiamo farlo innanzitutto perché è giusto, ma anche perché ci è utile.

Il nostro sistema formativo è afflitto da gravi problemi di diseguaglianza di opportunità: le condizioni socio-economiche della famiglia di origine incidono fortemente sulle opportunità di apprendimento e di realizzazione futura. Basti pensare che al termine della scuola dell’obbligo, come rivelano i test OCSE-PISA, in termini di comprensione del testo, il divario fra studenti che provengono da nuclei familiari più o meno avvantaggiati si aggira attorno ai 90 punti, il che corrisponde a quanto gli studenti tipicamente imparano in due anni di scuola. Ancora più odioso è il fatto che, anche a parità di abilità dimostrate in classe, gli studenti di background sociale alto hanno comunque chances migliori di arrivare a un titolo di studio elevato.

La diseguaglianza di opportunità educative pone ovvi problemi di equità (non si sceglie in che famiglia nascere), ma anche di efficienza, perché ci sono studenti che potenzialmente possono fare bene che vengono lasciati indietro.

Considerare le diseguaglianze scolastiche dalla prospettiva degli studenti stranieri è fondamentale, perché questi rappresentano il futuro delle nostre società, afflitte dall’invecchiamento demografico: ormai un alunno su dieci, nella scuola primaria, è di origine immigrata (nel 1998/99 erano solo l’1%). Eppure, il dibattito pubblico italiano sulla situazione degli studenti stranieri è troppo spesso superficiale e dimostra scarsa attenzione all’esperienza dei Paesi europei in cui l’immigrazione internazionale è un fenomeno di più lungo corso.

Per queste ragioni, in questo libro adotto una prospettiva comparata, chiedendomi come si manifestano i divari educativi fra studenti stranieri ed autoctoni nei vari paesi europei e, soprattutto, il ruolo che le istituzioni possono giocare nel ridurli.

Che relazione esiste tra sistemi scolastici e diseguaglianze?
Sin dalle origini della disciplina, i sociologi si sono interrogati sul funzionamento del sistema scolastico e sul ruolo che esso gioca nei processi di stratificazione sociale. Già Weber evidenziava l’ambiguità di tale ruolo: se, da un lato, l’istruzione rappresenta il fondamento di una selezione “meritocratica” e può quindi contribuire a promuovere la mobilità sociale, dall’altro, costituisce anche uno strumento di chiusura sociale che permette ai gruppi più avvantaggiati di mantenere il monopolio su risorse scarse. Il dibattito empirico su quale aspetto prevalga è ancora in corso.

Dalla recente crisi pandemica però ci vengono alcune indicazioni a riguardo: la chiusura delle scuole ha acuito i divari di risorse educative a disposizione delle famiglie, come si evince dalla ricerca internazionale, ad esempio dal recente studio di Per Engzell, Arun Frey e Mark Verhagen dell’università di Oxford. E questa tendenza sembra emergere anche per il nostro paese, se guardiamo ai primi dati rilasciati dall’INVALSI sulle competenze degli studenti e all’incremento di dispersione scolastica stimato da Save the Children per il 2020. Ma in realtà questo risultato non dovrebbe sorprenderci, perché da tempo si sa che ai periodi di sospensione delle attività scolastiche, ad esempio durante le vacanze estive, corrisponde un divaricarsi delle curve di apprendimento fra studenti più e meno avvantaggiati. Dunque, se pure alcuni aspetti del sistema scolastico contribuiscono a riprodurre le diseguaglianze, nel complesso la presenza della scuola ha un effetto perequativo.

E in effetti, in larga misura, le diseguaglianze scolastiche sono frutto di ciò che avviene fra le mura domestiche: pensiamo all’importanza di abitudini come la lettura serale per lo sviluppo del linguaggio nei bambini piccoli. Oppure al fatto che, a parità di risultati scolastici, gli studenti che provengono da ceti bassi tendono a fare scelte meno ambiziose perché, in maniera tristemente “razionale”, sanno di non poter contare su un paracadute familiare in caso di insuccesso.

Se le diseguaglianze educative le ritroviamo in tutto il mondo, il modo in cui i vari paesi decidono di organizzare il sistema scolastico può però fare la differenza: non annullando, ma riducendo la portata di queste diseguaglianze. Ad esempio, sistemi come quelli scandinavi, in cui l’insegnamento avviene per un lungo tratto in maniera comprensiva, senza separare gli studenti in base all’abilità, tendono a ridurre le diseguaglianze, mentre i sistemi, come quello italiano o quello tedesco, in cui la differenziazione dei curricula scolastici avviene più presto, tendono ad aumentarle.

Chi sono, quanto e dove studiano gli stranieri in Europa?
In Europa, i bambini e i ragazzi con cittadinanza straniera al di sotto dei 16 anni, e quindi potenzialmente in età scolare, sono circa sette milioni, ciirca l’8% della popolazione in quella fascia di età. Molti di questi provengono da altri paesi europei: in particolare, la cittadinanza rumena è fra le cinque più frequenti in più della metà dei paesi UE. Nel nostro paese, come sappiamo, per i ragazzi di origine immigrata è molto difficile ottenere la cittadinanza, persino quando sono nati sul territorio italiano. Dunque, parlare di studenti di origine immigrata equivale grossomodo a parlare di studenti stranieri. Ma in Europa non è sempre così: per questa ragione, oltre alla cittadinanza, è utile guardare anche al luogo di nascita dei genitori. Usando questo criterio, nella maggior parte dei paesi europei circa il 20-30% degli studenti proviene da background migratorio, ossia è immigrato di prima o di seconda generazione. In particolare, gli immigrati di seconda generazione, nati nel paese di destinazione da genitori nati altrove, rappresentano ormai un gruppo di tutto rispetto anche nei paesi dell’Europa mediterranea dove il fenomeno migratorio è relativamente recente.

Le difficoltà di accesso all’istruzione riguardano soprattutto le prime generazioni ed in particolare coloro che sono arrivati da poco. Il diritto all’istruzione è tendenzialmente garantito indipendentemente dallo status giuridico, ma non mancano le eccezioni: in alcuni paesi dell’Europa dell’Est (Bulgaria, Ungheria e Lituania) i figli di immigrati irregolari o di richiedenti asilo non hanno accesso al sistema scolastico regolare e lo stesso vale per la Danimarca.

Dove studiano i nuovi arrivati? Nel nostro paese, prevale l’approccio dell’immersione, che consiste nell’integrarli da subito in classe con gli altri compagni; idealmente questo approccio prevede lezioni di riallineamento linguistico in orario extrascolastico, possibilità che in Italia non è sempre garantita. In altri paesi europei sono invece in vigore le cosiddette classi “ponte” o “di inserimento”, il cui obiettivo proclamato è quello di preparare nel minor tempo possibile i bambini e i ragazzi venuti dall’estero a seguire una lezione nella lingua di istruzione al pari dei compagni che già la padroneggiano. Tuttavia, non di rado le classi separate diventano uno strumento permanente di gestione della diversità, perché i neoarrivati spesso finiscono per trascorrere anni in quelle che dovrebbero essere delle semplici classi di transizione, come accade in Grecia, Austria, Danimarca e Norvegia.

Come si manifesta il divario educativo fra studenti stranieri ed autoctoni in Europa?
Si manifesta non tanto, come anticipavo, in termini di accesso all’istruzione, ma piuttosto in termini di risultati scolastici. Gli studenti di origine straniera scontano spesso un ritardo rispetto ai compagni autoctoni, anche se questo non è vero per tutte le materie e per tutti i gruppi immigrati, né tantomeno è uniforme fra sistemi scolastici. Come è facile immaginare, parte di questo ritardo deriva dalla scarsità di risorse economiche, culturali e relazionali su cui possono contare molte famiglie immigrate. Ma anche tenendo in considerazione le differenze di risorse fra i due gruppi, persiste uno svantaggio relativo dei figli di immigrati.

Questo svantaggio è legato a fattori come la distanza linguistica e la specificità del capitale umano e culturale: le competenze e le conoscenze acquisite dai genitori nel paese di origine non sono pienamente valorizzate in quello di destinazione e ciò si riflette anche sul sostegno scolastico che sono in grado di fornire ai propri figli.

Tuttavia il quadro non è del tutto negativo. Innanzitutto, la ricerca indica chiaramente che è in corso un processo di progressiva assimilazione: ovunque, gli esiti scolastici delle seconde generazioni tendono a essere migliori rispetto a quelli delle prime, e all’interno di queste ultime l’età all’arrivo è un elemento decisivo in grado di predirne il successo. In secondo luogo, i ritardi di apprendimento degli studenti di origine straniera non si traducono necessariamente in traiettorie scolastiche fallimentari. In molti contesti, infatti, gli studenti stranieri tendono ad effettuare scelte anche più ambiziose rispetto a compagni autoctoni con un rendimento scolastico simile. Queste scelte possono essere lette come una conseguenza delle aspettative che i genitori immigrati hanno per i figli. Gli individui che emigrano sono infatti tendenzialmente mossi dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, aspirazione che non sempre riescono a realizzare appieno su di sé e che quindi proiettano sulla generazione successiva. Se durante il proprio percorso di integrazione sono stati vittime di discriminazione o hanno dovuto far fronte a barriere strutturali della società ricevente, i genitori saranno ulteriormente motivati a spingere i figli verso lo studio, di modo da prevenire e controbilanciare questi ostacoli alla realizzazione sociale.

Quali sistemi scolastici sono più inclusivi e quali soluzioni adottano i più virtuosi? E che ruolo possono svolgere le istituzioni nel ridurre i divari educativi fra studenti stranieri ed autoctoni?
L’organizzazione del sistema scolastico riveste un ruolo fondamentale. Nel libro, in particolare, individuo tre aspetti cruciali sulla base dell’evidenza empirica proveniente dalla ricerca internazionale: l’età di ingresso nel sistema formativo, la differenziazione dei percorsi durante la scuola secondaria e la segregazione scolastica.

I sistemi che coinvolgono i bambini fin dalla tenera età sono più attrezzati a ridurre le diseguaglianze di partenza. Per i bambini di origine straniera, in particolare, l’ingresso nella scuola dell’infanzia o primaria rappresenta un’occasione di parlare la lingua del paese di destinazione in maniera continuativa con adulti e bambini madrelingua. La socializzazione che avviene all’interno del contesto pre-scolastico non riguarda solo gli aspetti linguistici, ma anche l’acquisizione di norme sociali e codici culturali che verranno poi dati per scontati nelle fasi successive del percorso formativo.

Ho già accennato al fatto che la differenziazione dei curricula scolastici (il c.d. tracking) è associata a più ampie diseguaglianze educative legate alla classe sociale. Per quanto riguarda gli studenti di origine immigrata, il giudizio va sfumato. La differenziazione dei percorsi è pericolosa quando avviene troppo presto o quando è eccessivamente rigida. Al contrario, i sistemi in cui il tracking è basato sulla libera scelta e che spostano tale scelta più in là, o comunque prevedono possibilità di ripensamento possono addirittura favorire le carriere scolastiche dei figli di immigrati. Ciò proprio in ragione delle aspirazioni educative delle famiglie emigrate e del loro desiderio di mobilità ascendente.

Infine, la segregazione scolastica. Spesso si parla di «scuole ghetto», evocando la paura che un’alta concentrazione di studenti immigrati possa rallentare i processi di apprendimento dei compagni autoctoni. In realtà, la ricerca indica che al limite sono proprio gli stranieri ad essere svantaggiati dal trovarsi in classe con molti compagni che non parlano bene la lingua. Il rischio maggiore della segregazione scolastica, però, non è legato tanto all’influenza dei pari, quanto alle risorse a disposizione delle scuole. Nei sistemi dove è più accentuato il decentramento amministrativo, le scuole frequentate da studenti meno abbienti possono contare su minori risorse finanziarie e umane: una carenza che danneggia soprattutto gli studenti più deboli, fra cui quelli di origine immigrata. La segregazione scolastica è in gran parte frutto di segregazione abitativa, ed è chiaro che per prevenirla, più delle politiche educative contano le politiche urbane. Ma per ridurne gli effetti negativi, è anche possibile intervenire con interventi redistributivi a favore delle scuole più in difficoltà, come avviene in Belgio, Francia, Regno Unito, Olanda e Germania.

Camilla Borgna è Assistant Professor presso il Collegio Carlo Alberto dell’Università degli Studi di Torino, dove insegna Sociologia del lavoro e Valutazione delle politiche pubbliche. Ha pubblicato una monografia presso Amsterdam University Press e diversi articoli in riviste internazionali come European Sociological Review, European Societies, Social Science Research, Journal of European Social Policy, e Journal of Youth Studies. Di recente pubblicazione, Studiare da straniero. Immigrazione e diseguaglianze nei sistemi scolastici europei (Il Mulino, 2021).

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