Prof. Luca Salmieri, Lei è autore del libro Studi culturali e scienze sociali edito da Carocci: cosa si intende nelle scienze sociali per “svolta culturale”?
Studi culturali e scienze sociali, Luca SalmieriPer svolta culturale si intendono molte cose insieme, perché molte sono le cose che l’hanno determinata e molte sono le cose che sono cambiate per effetto di tale svolta. Nel libro ho provato a fare un po’ di ordine sia tra le prime che tra le seconde. In via del tutto generale si può affermare che la svolta culturale è un movimento epistemologico abbastanza eterogeneo che a partire dalla metà degli anni Sessanta segna una rinnovata attenzione di tutte le scienze sociali nei confronti della cultura, intesa, in una maniera abbastanza innovativa per quel decennio, come dimensione simbolica e pratica della vita sociale. È vero che la cultura ha rappresentato l’oggetto di studio centrale di una disciplina apposita, l’antropologia, a partire dalla sua fondazione. L’antropologia e prima ancora l’etnografia e l’etnologia, nacquero proprio intorno all’idea di classificare le varie culture umane. Tuttavia gli interessi dell’antropologia sono stati a lungo confinati nell’ambito delle analisi e delle comparazioni delle culture ‘altre da noi’, ovvero in stretto riferimento ai popoli non occidentali, esotici e dei quali, prima del Novecento, non si avevano che scarse notizie e informazioni ‘non scientifiche’ prodotte per lo più da studiosi di altre discipline (geografi, botanici, biologi, storici, studiosi di religioni, archeologi). Prima che l’antropologia rivolgesse i propri interrogativi alle culture e alle varie differenze culturali interne e non esterne alle società occidentali si è dovuto attendere appunto la svolta culturale che ha investito le scienze sociali tutte, antropologia compresa. Ma soprattutto almeno fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento il confinamento dello studio della cultura all’antropologia aveva prodotto una visione abbastanza monolitica, statica e indifferenziata della cultura di un popolo: come se esistesse una sorta di legame diretto tra un popolo o un’etnia e un suo proprio schema o modello culturale che cementava in un tutt’uno la lingua, la religione, i modi di vita, le istituzioni, le norme, i riti, i costumi, le credenze, le forme di conoscenza e così via (era questa la lunga lista delle componenti delle culture ‘tradizionali’). Come se si trattasse di un blocco indifferenziato rispetto alle singolarità e alla diversità che invece pure attraversano tutte le forme culturali. Negli altri campi delle scienze sociali – la sociologia in primis – non mancavano certo considerazioni e studi su aspetti e fenomeni culturali, ma questi erano in buona sostanza considerati marginali o collaterali rispetto alle preoccupazioni centrali di ciascuna disciplina: l’organizzazione e le strutture sociali per la sociologia; gli scambi, la produzione e il consumo per l’economia; il rapporto tra la persona e gli altri per la psicologia; l’economia, la politica, le idee e gli eventi – tutti declinati al passato – per la storia; il recupero di un pensiero pragmatico o il superamento definitivo della metafisica per la filosofia; lo studio formale della lingua per la linguistica e la semiologia e via dicendo. In particolare, in nessuno degli ambiti delle scienze sociali, antropologia compresa, si aveva una visione aggiornata e condivisa di cosa fosse e di come andasse studiata la cultura.

La svolta culturale può allora essere considerata un’espressione che sta indicare una vera e propria sterzata, grazie alla quale tante novità si sono prodotte nell’arco di pochissimo tempo. Prima di tutto il concetto di cultura si è definitivamente sganciato da un riferimento automatico ad un intero popolo: sebbene nel linguaggio comune si senta spesso parlare ancora oggi della ‘cultura italiana’, della ‘cultura rom’ o della ‘cultura anglosassone’, questo tipo di equazione è stata letteralmente abbandonata a favore di una visione molto più complessa che ha posto al centro delle analisi l’eterogeneità piuttosto che l’omogeneità culturale. E non è bastato certo ridurre la scala dell’equazione o l’estensione dei gruppi sociali di riferimento per fare salvo il vecchio legame: ‘la cultura veneta’ o ‘la cultura della droga’ sono espressioni che a loro volta nascondono altrettanta generalizzazione. Così, paradossalmente, proprio nel momento in cui si mostrato molto interesse per la cultura, si è altresì imposta una cautela maggiore rispetto al rischio di abusi ed essenzializzazioni. In seconda battuta, il concetto stesso di cultura si è fatto molto “più democratico”: se prima era ristretto all’ambito umanistico, dopo gli anni Sessanta si è considerata cultura non solo quella definita come ‘alta’, ma anche tutti quegli oggetti e tutte quelle pratiche che erano stati sbrigativamente declassificati come cultura di massa (e per tale motivo ‘bassa cultura’) in quanto diffusi su vasta scala e grazie ai circuiti commerciali. Terzo aspetto: la svolta culturale segna finalmente la fusione della dimensione simbolica con quella pratica. La cultura è un sistema di concezioni, di simboli, di significati per mezzo del quale uomini e donne comunicano, sviluppano e modificano la loro conoscenza e i loro atteggiamenti verso la vita. Ma è anche un insieme di usi sociali, di strategie d’azione, di pratiche, di modi di agire, di gesti che hanno luogo nella quotidianità secondo percorsi mutevoli, flessibili e differenziati. La cultura non corrisponde dunque soltanto a valori, simboli, idee, rappresentazioni ma anche a pratiche, comportamenti, modi di fare e di comunicare. Dai primi possono discendere i secondi e i secondi rafforzano i primi. E in particolare, indossare i jeans in un certo modo può essere una pratica culturale di identificazione o distinzione; leggere un libro implica non solo allargare i propri orizzonti e le proprie conoscenze, ma anche praticare un’attività secondo una condizione legata al contesto e alla soggettività. Si può leggere un giallo come fonte di distrazione oppure perché attratti dalla possibilità di scoprire in anticipo il colpevole del delitto in questione o ancora entrambe le cose insieme. Ma potrebbe essere anche una pratica tesa ad isolarsi dal mondo e dalle incombenze di una densa giornata di lavoro. In tutti i casi, leggere un libro, andare a cinema, a cena con gli amici, non sono semplici forme di fruizione e consumo. Sono pratiche culturali. Il quarto aspetto – emerso in relazione ai vari movimenti di protesta e cambiamento che a cavallo degli anni Settanta, per la prima volta nella storia contemporanea avanzano rivendicazioni di carattere non materialistico – riguarda la rinnovata attenzione delle scienze sociali per le dinamiche culturali: un’attenzione concentrata dei ricercatori sui significati delle azioni e degli oggetti, sui simboli, sulle pratiche culturali della vita di tutti i giorni, sulla soggettività degli attori sociali e sulla comunicazione. A partire dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta, la svolta imprime il suo segno sulla sociologia, ma anche sulle altre scienze umane e sociali, per esempio sulla storia – esiste una oggi storia culturale – oltre che sulla scienza politica e l’economia – si fa spesso l’esempio del concetto di ‘fiducia’, dagli economisti considerato cruciale, un concetto così relazionale, così intersoggettivo – insomma in modo trasversale lungo tutto il panorama intellettuale e accademico. Accademico anche perché le istituzioni universitarie hanno con il tempo legittimato le nuova aree di ricerca teorica ed empirica, affiancando il forte interesse per i fenomeni culturali ai temi già collaudati.

Quale cambiamento di approccio e di pensiero ha attraversato i diversi campi delle scienze sociali?
Si può comprenderlo mettendo a fuoco il metodo col quale un teorico molto influente nella storia della sociologia, Talcott Parsons, in collaborazione con l’antropologo Alfred Kroeber, ha collocato la sfera della cultura nell’impianto del suo sistema d’analisi nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta. Parsons attribuiva grande importanza alla cultura, riteneva anzi che fosse proprio la cultura con i suoi contenuti – valori, norme, credenze, simboli – ad orientare l’azione degli individui nell’arena sociale. Ma nel suo schema i valori culturali, trasmessi nel corso della crescita, nel percorso della socializzazione, risultavano inculcati e interiorizzati così a fondo da rimanere fissi, statici, indiscutibili così da non poter verosimilmente cambiare. È raro, nella visione proposta da Parsons, e improbabile che il comportamento sociale di un soggetto si dimostri non conforme, non allineato, non integrato con i valori ricevuti e ritenuti validi – l’eccezione è contemplata, ma non auspicabile. Ma – è l’obiezione che viene mossa da diversi teorici della svolta culturale- se la massa degli individui fa propri fino in fondo i valori e le norme del sistema in cui vive e li riproduce sempre uguali, come possiamo spiegarci il cambiamento, visto che la società si muove, cambia? Che cosa lo mette in moto? Per molto tempo la visione di Parsons, così compatta e molto influente, ha tenuto congelata la sfera della cultura: i soggetti sociali al suo interno erano come imbevuti di cultura, riempiti fino all’orlo, ma non creativi, troppo condizionati per mettere in moto un cambiamento. È da questa impasse, da questa immobilità che ha preso spunto la svolta culturale. Da questo dubbio: è possibile che gli attori sociali siano così integrati nello status quo da non avanzare mai una proposta nuova? Ne è sorta una reazione critica, un impulso teorico e di ricerca che ha fatto della cultura, intesa come mutevole, viva, il suo motivo dominante, contribuendo in maniera notevole a collocare la cultura al centro di tutti i fenomeni – economici, politici, tecnologici, sociali – di cambiamento e trasformazione.

Quali eventi e fenomeni extra-accademici hanno accompagnato e stimolato questa radicale trasformazione e in che modo?
È utile inquadrare la svolta culturale sullo sfondo del contesto storico sociale in cui si è verificata. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta nei paesi occidentali si palesarono con forza dei cambiamenti, dei movimenti, dei dissensi, che ruppero quella lunga fase di assestamento e di consenso sociale che aveva tenuto fermi i rapporti politici e gli schieramenti ideologici in una situazione di stallo; una lunga stasi dovuta alla Guerra Fredda tra i paesi capitalisti e i paesi socialisti. Nel mondo occidentale si mobilitarono e si resero visibili categorie sociali completamente nuove: le giovani generazioni, la popolazione studentesca, le donne, gli omosessuali, le minoranze etniche. Questi gruppi furono una vera e propria sorpresa poiché rivendicavano bisogni inediti, punti di vista molto innovativi e senza precedenti. Furono una rottura proprio sul piano culturale: produssero nuova cultura e furono capaci in molti casi di trasformare quella che agli inizi veniva considerata non a caso ‘una contro-cultura’ in valori e pratiche che oggi sono considerati parte legittima della cultura dominante – l’attenzione per l’ambiente, le libertà sessuali, la soggettività, il multiculturalismo, l’uguaglianza di genere; il pacifismo, in altre parole i diritti civili, i diritti di genere, diritti umani. In appena un salto generazionale si compì un passaggio d’epoca.