“Stretching e flessibilità. Teoria, tecnica e didattica” di Maurizio Tripodi

Dott. Maurizio Tripodi, Lei è autore del libro Stretching e flessibilità. Teoria, tecnica e didattica edito da Vita e Pensiero: di quale importanza è la flessibilità per il mantenimento dello stato di salute?
Stretching e flessibilità. Teoria, tecnica e didattica, Maurizio TripodiSì, questo libro è il risultato di una carriera dedicata allo studio del movimento volto alla salute di atleti e non atleti. Dopo la laurea magistrale in scienze motorie rivolta all’attività preventiva ed adattata, ho lavorato presso centri medici e palestre con persone di ogni tipologia ed esperienza pregressa, dal giovane atleta professionista all’anziano sedentario. Il loro obiettivo primario era quello di migliorare il proprio stato di salute o di ‘riatletizzarsi’ dopo un infortunio. Aver avuto la possibilità continua di collaborare con medici specialisti e fisioterapisti, mi ha permesso di costruire una professionalità molto attenta all’aspetto della salute. Grazie a questa formazione ho riscontrato nell’ambiente della palestra, non solo un luogo dove allenarsi per potenziarsi o riabilitarsi, ma anche un ambiente volto a cercare di prevenire infortuni e migliorare il proprio stato di salute. Parallelamente a queste esperienze nel campo pratico, si affiancava l’esperienza di docente e cultore della materia presso il corso di laurea in scienze motorie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il risultato di queste esperienze ha portato alla stesura di questo libro, che si occupa di un argomento che facilmente viene affiancato al concetto di salute, alle volte anche in modo improprio.

La flessibilità è una capacità umana fondamentale alla vita. Pensate alla flessibilità della nostra cassa toracica durante il respiro: se non avessimo la capacità di espandere il nostro torace, respirare facilmente diventerebbe impossibile.

La comunità scientifica negli ultimi anni ha introdotto la flessibilità tra le componenti fondamentali della physical fitness, cioè la capacità di eseguire attività lavorative e ricreazionali della vita quotidiana con vigore ed attenzione, senza affaticarsi eccessivamente. Questo significa che la flessibilità ha la stessa importanza della capacità cardiorespiratoria, della forza muscolare, della resistenza muscolare e della composizione corporea nel determinare lo stato di salute di un soggetto.

Ciò non vuol dire che chi è più flessibile sia più in salute di altri, ma che la flessibilità è un parametro dal quale non possiamo prescindere se si vuole parlare di salute.

Anche un eccesso di flessibilità può facilitare il verificarsi di patologie al sistema osteoarticolare, ed è per questo che dobbiamo sempre valutare come e a chi proporre le attività volte al miglioramento della flessibilità.

Possiamo quindi affermare che nel bene o nel male, la flessibilità ha un ruolo fondamentale nell’influire sul nostro stato di salute fisica.

Quali sono i metodi adottati per la misura­zione della flessibilità statica?
Cominciamo con il dire che non abbiamo a disposizione la possibilità di misurare la flessibilità generale di una persona, in quanto la flessibilità è la capacità dei muscoli di allungarsi o lasciarsi allungare, permettendo così l’esecuzione di un movimento da parte di una o più articolazioni. Per questo motivo troveremo dei soggetti più flessibili in alcune articolazioni e meno flessibili in altre. Ciò non ci permette di misurare la flessibilità generale di una persona.

Per misurare la flessibilità di una o più articolazioni possiamo utilizzare: i gradi angolari di libertà dell’articolazione, attraverso l’utilizzo del goniometro oppure una distanza lineare tra due segmenti corporei messi in rapporto tra loro, come ad esempio la distanza che intercorre tra la punta delle dita dei piedi e delle mani, se cerchiamo di avvicinarle tra loro attraverso una flessione del busto.

Ad oggi, i test per valutare la flessibilità sono molteplici e ognuno di questi misura una determinata tipologia di flessibilità, per questo i loro risultati non sono direttamente confrontabili tra loro. Diventa quindi responsabilità dell’operatore scegliere il corretto test da somministrare, in base al soggetto testato e agli obiettivi che si prefigge la misurazione.

Se la misurazione è volta a un obiettivo prestativo, non si utilizzeranno gli stessi criteri valutativi per una misurazione che ha come obiettivo il miglioramento dello stato di salute.

Parallelamente nel mondo prestativo, un allenatore che allena le ragazze della ginnastica ritmica ha sicuramente test valutativi differenti da quelli di cui dispone un preparatore atletico nella pallacanestro, perché è evidente che gli obiettivi siano differenti.

Insomma, non esiste un modo universale di misurare la flessibilità: occorre scegliere il modo più consono di misurazione in base al soggetto che si ha di fronte.

In cosa consiste la tecnica del Self Myofascial Release?
La tecnica del Self Myofascial Release consiste in un massaggio autoindotto ai nostri muscoli attraverso l’utilizzo di strumentazioni facilitatrici. Se vi è mai capitato di vedere un atleta che durante l’allenamento rotolava su dei rulli (foam roller), avete visto svolgere un esercizio di Self Myofascial Release.

La metodologia consiste nel portare il peso del proprio corpo su delle attrezzature, al fine di creare una pressione meccanica sui tessuti molli (muscoli e fascia connettivale), che innesca delle risposte fisiologiche da parte dell’intero sistema di movimento.

Questa tecnica di allenamento ha due obbiettivi diretti. Il primo è quello di inibire il reclutamento muscolare da parte del sistema nervoso nelle ore successive alla sua pratica; questo avviene perché la pressione sul muscolo innesca una cascata di risposte fisiologiche da parte del sistema nervoso periferico e centrale. Il secondo è il miglioramento della flessibilità per via delle caratteristiche tissotropiche della fascia connettivale, che quando viene sollecitata meccanicamente tende ad ammorbidirsi.

Solitamente questa tecnica viene utilizzata per preparare il sistema osteoarticolare agli allenamenti, quindi deve essere considerata una tecnica di supporto a quello che poi sarà l’allenamento effettivo. Ad esempio, se si ha come obiettivo quello di migliorare la flessibilità di una determinata articolazione, si utilizzerà il Self Myofascial Release per preparare la muscolatura ad eseguire con più efficacia i classici esercizi di stretching.

Utilizzata da qualche decennio nei paesi anglosassoni, questa metodologia negli ultimi anni ha cominciato a prendere piede anche nel nostro paese, e sono certo vi capiterà sempre più spesso di vedere atleti adoperarla.

Quali benefici può apportare lo stretching?
Cominciamo con il definire a cosa serve lo stretching, che troppe volte viene idealizzato come la panacea a tutti i dolori osteoarticolari.

Lo stretching è l’esercizio fisico che permette di migliorare la flessibilità dei muscoli che stiamo allenando; quindi i benefici di questa pratica sono strettamente correlati al bisogno di migliorare la flessibilità muscolare.

Non tutti hanno bisogno di migliorare la propria flessibilità per motivi di salute. Pensate ad una contorsionista: lei utilizzerà lo stretching per migliorare la sua performance artistica e non per migliorare la salute del suo sistema di movimento.

Detto ciò, nella società moderna la maggior parte delle persone vivono una vita sedentaria che facilita la perdita di flessibilità, e per questo lo stretching può aiutare la maggior parte dei soggetti nel mantenimento di un buon stato di salute osteoarticolare.

Ogni soggetto ha bisogno di un determinato livello di flessibilità per rimanere in salute, una scarsa o un’eccessiva flessibilità possono facilitare l’insorgere di patologie al sistema locomotore.

Dopo aver compreso se si necessita di più flessibilità, è fondamentale comprendere quali articolazioni necessitano di un miglioramento di questa. Senza identificare quali articolazioni hanno una limitata flessibilità, e di conseguenza comprendere quali influiscono sulla salute del soggetto, potrebbe risultare inutile svolgere esercizi di stretching.

Pensare di fare stretching per migliorare il proprio stato di salute senza sapere dove e perché, potrebbe risultare in molti casi inutile o poco efficace.

Quali sono gli esercizi più efficaci per il miglioramento e il mantenimento della flessibilità musco­lare? 
Purtroppo non esiste un elenco di esercizi migliori o più efficaci, non esiste la ricetta magica per migliorare la flessibilità generale. Ognuno di noi ha necessità di sviluppare la flessibilità di determinati gruppi muscolari al fine di migliorare il proprio stato di salute, ma solo con il supporto di un professionista del settore si potrà comprendere quali sono le nostre reali necessità. Esistono svariate metodologie di stretching per migliorare la flessibilità: il più conosciuto è lo stretching statico, lo stretching dinamico che è quello forse più utilizzato nel mondo sportivo e lo stretching PNF, più utilizzato nel mondo terapeutico. Ognuno di questi migliora la flessibilità andando a lavorare su diversi aspetti che condizionano la flessibilità, ed è per questo importante valutare quello che più fa al caso nostro. Nel testo vengono descritte queste metodologie mostrando tutti gli studi scientifici che si sono occupati di comparare queste tecniche, purtroppo non si può arrivare a definirne una più efficace di un’altra.

Per questi motivi non posso dare una risposta assoluta alla vostra domanda, non esiste ancora la possibilità di somministrare una tipologia di allenamento utile a tutti i soggetti. La persona è il punto di partenza sul quale costruire una corretta programmazione che possa essere utile ed efficace. Nessun allenatore, trainer o tecnico può pensare di avere il programma di allenamento universale. Questo vale per la flessibilità, ma anche per tutte le altre capacità motorie.

Maurizio Tripodi è docente a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel corso di Scienze motorie, dove conduce il laboratorio di Mobilità articolare e stretching. È co-fondatore di “Sistemha”, società che propone il movimento come stru­mento per migliorare la salute di tutti.

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