Dottor Cascarino, Lei ha curato l’edizione del libro Strategikon. Manuale di arte militare dell’Impero Romano d’Oriente edito per i tipi del Cerchio: qual è l’importanza di questo trattato bellico?
Strategikon. Manuale di Arte Militare dell'Impero Romano d'Oriente Giuseppe CascarinoL’importanza dello Strategikon non risiede tanto nella accurata descrizione del funzionamento della macchina bellica dell’esercito romano d’oriente alla fine del VI secolo, quanto nelle interessanti estrapolazioni che è ragionevolmente possibile fare per ricostruire un periodo storico molto più ampio, almeno quello del tardo impero romano.
Il latino rimase per molti secoli, forse fino al X secolo e probabilmente oltre, la lingua militare ufficiale, ancora ampiamente diffusa tra le eterogenee truppe dell’impero d’oriente. Lo Strategikon, compilato in greco come era naturale che fosse, riporta fedelmente i comandi in latino usati dalla cavalleria e dalla fanteria: il fatto che nel testo questi comandi vengano semplicemente traslitterati in greco dimostra come fossero utilizzati da secoli nella vita quotidiana militare, e come con ogni probabilità possano rappresentare esattamente i comandi impiegati dall’esercito romano di diversi secoli prima, almeno di epoca alto-imperiale.
L’influenza dell’esercito romano sul mondo della guerra, sebbene già con Eraclio, venti anni dopo, l’uso della lingua latina nei comandi dell’esercito imperiale sembra affievolirsi, è ancora forte per diversi secoli, e si mantiene intatta per buona parte dell’alto medioevo: ancora alle porte dell’anno mille, le Costituzioni Tattiche dell’imperatore Leone VI, incorporando interi brani dello Strategikon, sembrano riproporre fedelmente tecniche e tattiche dell’esercito tardoimperiale romano.
Anche molte usanze e tradizioni militari descritte nel testo sembrano ricalcare quelle degli eserciti romani più antichi, e questo permette di dedurre con ragionevole sicurezza pratiche e modelli di comportamento per le quali disponiamo ad oggi di informazioni limitate.
Questa seconda edizione viene proposta con il testo greco originale a fronte proprio per consentire agli studiosi e agli appassionati dell’arte della guerra antica di analizzare più approfonditamente l’opera, e di cogliere il significato più autentico delle parole e delle idee dell’autore.

Lo Strategikon viene considerato il primo esempio nella storia occidentale di vero e proprio manuale militare pratico: come mai?
Lo Strategikon si inserisce nella consolidata tradizione della manualistica militare della cultura greca, che esordisce già dal IV secolo a.C. con il Poliorketika ( “La difesa di una città assediata”) di Enea Tattico, e prosegue per tutta l’età classica con opere di grande valore, molte delle quali risultano oggi purtroppo perdute. La letteratura latina specializzata è sfortunatamente alquanto carente, almeno sulla base dei pochi documenti prodotti prevalentemente in lingua greca e sopravvissuti nei secoli, ed appare riservata ad un pubblico molto ristretto. Queste opere avevano come destinatari esclusivamente personaggi di alto livello, come governanti e generali, in quanto la limitata circolazione della comunicazione scritta, e il suo elevatissimo costo, confinavano gli argomenti trattati a quelli che avrebbero potuto interessare almeno un comandante di eserciti. A differenza delle opere che lo precedono, la maggior parte delle quali ha spesso finalità semplicemente erudite e letterarie, lo Strategikon si presenta come il primo esempio di un vero e proprio manuale pratico ad uso degli ufficiali dell’impero romano d’oriente, con un linguaggio semplice e immediato, adatto ad un pubblico dagli orizzonti culturali piuttosto limitati e bisognoso di formazione. Lo stesso autore nella prefazione sottolinea che, per facilitare la comprensione della materia,  “…sono stati impiegati un buon numero di termini latini e di altre espressioni militari in uso corrente…”, quasi a voler rassicurare i lettori che buona parte degli aspetti formali della tradizione, in primo luogo i comandi, è stata conservata.
Anche la questione della paternità dell’opera, ancora aperta, testimonia la possibilità che il testo sia stato compilato non dall’imperatore Maurizio ma da un esperto generale dell’esercito romano, in ragione della vasta esperienza militare che appare come vissuta in prima persona.

Negli scenari di guerra contemporanei, quale può essere la lezione dello Strategikon?
Alcuni moderni studiosi di strategia e di relazioni internazionali, come Edward Luttwak, hanno attinto a piene mani dallo Strategikon, nella convinzione di una sostanziale sovrapponibilità delle problematiche strategiche di un moderno impero (o ritenuto tale, come quello americano) a quelle di un antico impero capace di durare per oltre mille anni. Identiche, o almeno paragonabili, sono le problematiche di una società ricca e sviluppata, a cui guardano popoli poveri e privi di risorse, e verso la quale si incanalano con speranza imponenti ondate migratorie. Non c’è in effetti alcun dubbio tra gli storici sul fatto che l’impero romano d’oriente sia stato in grado di sopravvivere per altri mille anni rispetto al suo equivalente impero d’occidente per la sua capacità, politica, diplomatica e militare, di gestire efficacemente il problema delle grandi migrazioni del V secolo.
Sul piano degli insegnamenti pratici è di grande valore il messaggio che la guerra stessa, intesa come confronto tra due eserciti su un campo di battaglia, deve essere condotta con grande equilibrio e senso di opportunità, lasciando poco spazio allo scontro fisico fine a sé stesso, e valutando sempre con attenzione tempi e modi per utilizzare al meglio le risorse disponibili in funzione del proprio obiettivo.
Un buon comandante non impegna mai il nemico in battaglia campale, “…che è una dimostrazione più di fortuna che di valore…”, a meno che non gli si presenti una grande opportunità di tempi o di situazioni. È sempre preferibile infliggere danni al nemico con le arti dell’inganno, con incursioni e colpi di mano a sorpresa, tanto più quando si dispone di forze insufficienti, o costringendolo a confrontarsi con problemi più importanti come la mancanza di rifornimenti, un’epidemia, o una carestia.
Questo pensiero strategico non appare tuttavia dettato dalla sola esperienza diretta, con l’obiettivo di evitare il ripetersi di contingenze negative ed errori del passato, quanto piuttosto da una filosofia sofisticata e consolidata, che vede la difesa affidata in primo luogo a strumenti assai meno costosi come la diplomazia, la conoscenza approfondita delle debolezze del nemico, l’uso di stratagemmi, e solo come opzione estrema il ricorso allo strumento militare vero e proprio.
D’altro canto il generale che vuole evitare costosi e spesso inutili confronti diretti deve sempre essere pronto alla guerra: anche i nemici più numerosi e potenti infatti, più che dichiarazioni d’intenti o minacce, temono gli avversari determinati e pronti a combattere.
Di grande interesse è anche il suggerimento di approfondire la conoscenza delle popolazioni nemiche sotto il profilo etnologico e antropologico. A prescindere dal valore storico della descrizione di alcuni popoli del tardo mondo antico, sui quali è difficile disporre di informazioni corrette e approfondite, è interessante e istruttiva la disamina tattica e strategica sulle migliori opportunità per affrontare in battaglia ognuno di essi in funzione delle loro caratteristiche specifiche: un suggerimento quanto mai attuale in un mondo in continuo cambiamento, che necessita di una corretta e sempre aggiornata analisi politica e strategica degli avvenimenti quotidiani e dei protagonisti degli scenari di crisi.