Dott. Mauro Pavesi, Lei è autore del libro Storie segrete della storia di Milano. Aneddoti, curiosità, misteri e leggende della città ambrosiana edito da Newton Compton: quanti segreti nasconde la storia di Milano?
Storie segrete della storia di Milano. Aneddoti, curiosità, misteri e leggende della città ambrosiana, Mauro PavesiMilano è un centro urbano dall’esistenza millenaria, stratificata; è, in un certo senso, sempre cresciuta su se stessa, e anche le tracce del suo passato non sono immediatamente percepibili da un occhio non consapevole. Proprio per questo si può affermare che la città, che si presenta a un occhio distratto come moderna, frenetica e unicamente focalizzata sul tempo presente, nasconde in realtà innumerevoli luoghi, monumenti, oggetti legati a importanti eventi storici dei secoli passati. Sono questi, al di là dell’aneddotica spicciola, i veri e propri “segreti” della storia di Milano.
Riferendoci al capoluogo lombardo, stiamo parlando di un centro urbano che è vissuto da chi ci abita o da chi ci lavora in modo ignaro, quasi in apnea. Si esce di casa di corsa, ci si butta in auto o in metropolitana, oppure, se ci si arriva col treno, si esce dalla stazione e si salta sui mezzi pubblici senza guardarsi intorno; ci si muove sempre in tutta fretta, parlando nervosamente al cellulare. Il tessuto urbano che, in questo affrettarsi verso l’ufficio o verso i mezzi di trasporto, scorre davanti ai nostri occhi distratti, appare moderno: edifici quasi sempre non più vecchi di uno-due secoli, un intasatissimo traffico veicolare, i tram, i lampioni, i semafori, le luci al neon dei negozi.

In realtà, se solo si ha la pazienza di documentarsi, e se ci si prende il tempo per osservare, magari deviando in qualche stretta viuzza che si apre su alcune grandi arterie di comunicazione (via Torino, corso di Porta Romana, via Manzoni ecc.), ci si accorge che molti angoli del centro nascondono ancora le tracce di un passato che la città ha vissuto da protagonista. Dietro un’impressione di apparente modernità, a saperli trovare, parecchi luoghi conservano tracce di questa complessa stratificazione storica. Imboccando una stretta stradina che si affaccia su corso Magenta, ad esempio, dopo una veloce pausa in uno dei caffè più prestigiosi della città, ci si trova davanti a un vuoto inaspettato: sotto il livello della strada, le tracce di un grande edificio in mattoni a pianta centrale, con murature imponenti e una pianta dalla struttura articolata e complessa. Sono i resti dell’immenso palazzo che, tra il III e il V secolo, fu sede della corte degli imperatori romani, molti dei quali vissero a lungo a Milano, scegliendola come capitale. Poco rimane fuori terra di questo edificio, che un tempo era articolato in un gigantesco sistema di corpi di fabbrica comunicanti: all’interno di questo labirintico complesso, oggi quasi totalmente scomparso, si decisero le sorti del mondo occidentale per quasi due secoli. Ci furono intrighi, congiure, fosche storie di assassinii, ma anche importanti vicende che riguardarono non solo gli ultimi secoli dell’Impero, ma l’intera storia dell’umanità. Ora è uno spiazzo semivuoto in mezzo a un quartiere di condomini, negozi e uffici.

Quanti, invece, spostando il tiro più in là di qualche secolo, conoscono le vicende di chi abitò il Castello Sforzesco, che oggi, insieme all’adiacente Parco Sempione, è uno dei centri della Milano «ludica», meta di flemmatiche passeggiate domenicali? O le sfortunate vite dei poveracci che venivano ripescati nei navigli, i cui cadaveri erano un tempo “esposti” per essere identificati sui gradini del sagrato del Duomo?
Questi sono solo alcuni dei molti esempi possibili. Si può quasi dire, in sintesi, che i segreti della storia di Milano sono le innumerevoli testimonianze del suo passato che la città stessa tende a non ostentare, e che vanno ricercati con attenzione tra le maglie di un tessuto urbanistico che può presentarsi, con un contrasto stridente, talora sciatto e trasandato oppure (anche con uno scarto di pochi metri) griffato e tirato a lucido da qualche studio architettonico ultramoderno.

Quando e come nasce il mito di fondazione di Milano?
Le origini dell’insediamento abitato che oggi si chiama Milano si perdono nella notte dei tempi, in un oscuro passato risalente all’epoca preistorica, almeno sei secoli prima della nascita di Cristo. Fu, almeno all’inizio, un semplice conglomerato di edifici primordiali nati in un’età antichissima, in un luogo al centro della pianura padana.
Col passare del tempo, fin da tempi precedenti all’invasione romana, i milanesi avevano cominciato a raccontare un’antica leggenda, di origine ignota, che, in un certo senso, nobilitava i primordi della città. Era la storia di un giovane principe gallico, chiamato Belloveso, appartenente alla stirpe dei Biturgi, che, dopo un’epica traversata delle Alpi, sarebbe giunto a colonizzare l’attuale Lombardia, fondandone la capitale. Secondo questa epopea, Belloveso sarebbe stato mandato in Italia dal re Ambigato, preoccupato per il sovrappopolarsi della sua tribù.
L’origine di questa saga è incerta: moti aspetti della narrazione (come la presenza di un giovane guerriero che parte per un lungo viaggio portando con sé pochi fedelissimi) sono temi che ricorrono di frequente negli antichi miti di fondazione delle città.
È probabile che tutto ciò nasconda comunque un fondo di verità, e che si tratti del tramandarsi della memoria storica di antichi movimenti di tribù celtiche giunte da oltralpe nella Pianura Padana, magari da anticipare di qualche secolo rispetto a quanto tramanda Tito Livio, il celebre storico romano che riporta questa tradizione nei suoi Libri ab Urbe condita.
Altre leggende (come quella che racconta la fondazione della città da parte di due guerrieri Medo e Olano, sorta di Romolo e Remo settentrionali che avrebbero dato origine al toponimo “Mediolanum”) appaiono completamente frutto di fantasia.

Virgilio compì la sua formazione proprio a Milano.
Virgilio, una delle massime personalità della letteratura romana, uno che lasciò un segno indelebile nella storia della cultura occidentale, era nato a Mantova, nell’antica provincia della Gallia Cisalpina. La sua formazione culturale aveva avuto inizio a Cremona, città che all’epoca (siamo intorno alla metà del I secolo a.C.) era uno dei centri più importanti di quella che, parecchi secoli dopo, sarebbe divenuta l’attuale Lombardia. Da lì, il futuro poeta avrebbe consapevolmente scelto di trasferirsi a Milano, perché la fama delle scuole milanesi era migliore; pare che fossero migliori, in sintesi, i maestri di retorica, disciplina nodale nel sistema del sapere antico.
La permanenza milanese di Virgilio ebbe luogo prima della definitiva consacrazione, che avvenne a Roma. Secondo Svetonio tale soggiorno risalirebbe al momento in cui il futuro poeta aveva assunto la toga virile, cioè intorno al diciassettesimo anno di età.
Al di là dell’episodio specifico il fatto è interessante per ricordare come già in età antica Milano avesse una significativa vocazione allo studio. Oggi, con i suoi numerosi atenei (la Statale, la Cattolica, la Bocconi, il Politecnico, la Bicocca, lo IULM, lo IED e altre), è una delle città accademiche più importanti d’Italia. Se, rispetto alle città universitarie di tradizione medievale (Bologna, Padova, Pavia, Siena, Napoli, la stessa Roma), da questo punto di vista la sua storia è decisamente più recente (il primo ateneo milanese, il Politecnico, fu fondato “solo” nel 1863; fino ad allora era Pavia la città universitaria lombarda), le scuole milanesi furono sempre molto rinomate. Accanto ad alcune istituzioni celebri (le Scuole Palatine, esistenti dall’epoca viscontea; il collegio gesuitico di Brera; le Scuole Arcimbolde, gestite dai Padri Barnabiti; la Scuola Cannobiana, risalente al XVI secolo), nel libro si parla di un precocissimo caso di scuola “pubblica” per ragazzi, in cui alcune nozioni elementari (leggere, scrivere; qualche rudimento di matematica applicata) venivano offerti gratuitamente. Si tratta di un’istituzione fondata a metà Cinquecento da un prete, Castellino da Castello, preoccupato non solo di offrire una formazione di dottrina cristiana, ma anche di preparare i ragazzi poveri ad un eventuale lavoro qualificato.

Cosa lega i tre re magi a Milano?
Secondo un’antica tradizione le spoglie mortali dei Magi sarebbero state conservate per secoli all’interno della basilica di Sant’Eustorgio, in Porta Ticinese. Ancora oggi l’edificio è popolarmente ricordato come la “chiesa dei Magi” e, sul campanile, in luogo dell’abituale croce di ferro, si vede una stella metallica, ricordo della celebre cometa. In una cappella della chiesa, un grande sarcofago in pietra di epoca tardoantica reca l’iscrizione latina Sepulcrum trium Magorum, “sepolcro dei tre Magi”.
Si dice che le reliquie dei Magi siano state portate qui da Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, nel IV secolo, negli anni in cui la città era sede della corte imperiale.
Quando nel 1164, un altro imperatore, Federico Barbarossa (sovrano del Sacro Romano Impero Germanico), aveva fatto distruggere Milano, le spoglie dei Magi sarebbero state portate a Colonia dal suo cancelliere, Rinaldo di Dassel, che era anche arcivescovo di quella città. Per loro fu costruito uno spettacolare reliquiario in oro, argento e pietre preziose, vero capolavoro dell’orafo medievale Nicolas de Verdun. Solo alcuni frammenti, oggi custoditi nella parrocchiale di Brugherio, si sarebbero salvati perché separati dal resto dei corpi fin dai tempi antichi.

In tempi recenti, tutta questa vicenda è stata messa in dubbio: è infatti curioso che nella liturgia milanese antica non ci siano tracce particolarmente significative del culto dei Magi. Non è impossibile, come è stato detto, che la storia del prestigioso trafugamento non potesse essere un ‘bluff’ dello stesso Rinaldo di Dassel, che magari aveva presentato, una volta tornato in patria, l’appropriamento di una piccola, presunta reliquia come la trionfale appropriazione degli interi corpi dei Magi. È singolare anche il fatto che nessun lamento per il furto sia comparso nella memorialistica milanese fino all’età viscontea. Furono probabilmente gli stessi Visconti –i primi che, dopo molti secoli, riuscirono a tenere in pugno Milano in una forma simile a quella monarchica- a riappropriarsi, in un certo senso, dell’antica leggenda della tomba dei Magi, propagandando soprattutto l’aspetto “regale” degli stessi Magi. È da allora che la memoria della presunta tomba nella chiesa di Sant’Eustorgio comincia a comparire sempre più di frequente nella letteratura milanese. Con anche alcuni episodi singolari, come il carteggio, nel XVI secolo, tra San Carlo Borromeo e l’arcivescovo di Colonia, contenente la richiesta di restituzione, dopo quattro secoli, delle reliquie trafugate. “Restituzione” che arriverà, in forma solo parziale, molto più tardi: nel 1903, grazie ai buoni uffici del cardinal Ferrari.
Per i milanesi, comunque, l’identificazione tradizionale di Sant’Eustorgio con questo culto continua ad esistere, anche per il suo essere meta del tradizionale corteo in costume che si svolge tutti gli anni, all’Epifania, partendo da piazza Duomo.

Milano è anche stata capitale.
Già in età preromana Milano è attestata come la città più importante tra quelle abitate dai Celti nelle terre del nord Italia. Lo dice lo storico greco Polibio nelle sue Storie, ricordandola con il nome grecizzato di “Mediolanon”. Non si trattò, almeno all’inizio, di un ruolo “ufficiale” nel senso moderno del termine, ma si può dire che Milano mostrò fin da subito una sorta di vocazione al predominio sugli altri centri urbani della pianura padana.
Fu nell’ultima fase della storia romana che la città divenne stabilmente sede della corte imperiale. Fu una scelta favorita dalla posizione geografica: l’antica Mediolanum era una munitissima piazzaforte agilmente collegata con tutti i valichi alpini, e, proprio per questo, i sovrani potevano soggiornarvi nelle pause fra le frequenti campagne militari contro le popolazioni germaniche del nord Europa. Quando, con Diocleziano, l’impero, ormai ingovernabile, fu diviso in quattro parti, Milano fu scelta come una delle quattro capitali. In breve tempo, peraltro, essa divenne la città più importante dell’intera area occidentale dell’immenso mondo romano. Fu Massimiano, prescelto dallo stesso Diocleziano, a fare di Mediolanum una città splendida: le basse case in mattoni erano dominate dall’immensa mole del palazzo imperiale, che si affacciava, con una monumentale loggia, sull’ampio spazio del circo. Fuori dalle mura giganteggiava l’anfiteatro ellittico, di dimensioni paragonabili a quelle del Colosseo, mentre dall’altro lato della città svettavano le grandi terme volute dallo stesso Massimiano. Di tutto questo, oggi, non rimane più nulla: tutte le tracce del passato imperiale della città furono scientificamente distrutte, nel 1136, da Federico Barbarossa.

Solo un millennio più tardi Milano tornò ad essere capitale di uno stato territoriale di una certa importanza, anche se su base solo regionale. Fu sede di un ducato sotto i Visconti e gli Sforza, in anni memorabili per lo splendore della vita di corte; fu in questo periodo che si tornò a costruire edifici di rappresentanza dalle proporzioni monumentali: il Duomo, il Castello Sforzesco, l’Ospedale Maggiore. Poi, estintasi la dinastia sforzesca, nei secoli successivi, fino a fine Settecento, la città, pur rimanendo un notevole snodo commerciale, fu ridotta a quella della sede del governatore di una potenza straniera: francese, spagnola, austriaca.
Poi, a inizio Ottocento, con l’arrivo di Napoleone, Milano tornò nuovamente ad essere capitale. Fu scelta come sede della Repubblica Cisalpina, poi di quella Italiana e infine del Regno d’Italia, una importante entità statale che comprendeva gran parte dell’area centro-settentrionale della penisola, con la Lombardia, la Liguria, l’Emilia, la Romagna, le Marche e l’Umbria. Fu sotto Napoleone che si inaugurò un vasto programma di opere pubbliche, purtroppo non completate, che prevedevano una serie di strade monumentali e, come nuovo fulcro urbano, un grande spazio di rappresentanza, rimasto solo sulla carta, intorno all’ex castello Sforzesco, il cosiddetto Foro Bonaparte. La città cominciò veramente a pensare in grande, come una vera e propria capitale europea; anche se, in generale, l’apparato statale che stava dietro a questi progetti fu probabilmente troppo estemporaneo per poter realmente supportare le idee utopiche degli architetti di Napoleone.

Cosa si nasconde dietro i progetti ufficiali del Duomo?
La vicenda del susseguirsi dei progetti del Duomo è molto complessa ma anche estremamente affascinante. Sembra strano, ma quando si scavarono le fondamenta della cattedrale, gli stessi architetti non avevano un piano definitivo, e molti aspetti anche importanti dell’edificio erano via via discussi al momento, quando uno specifico problema si presentava. L’intera storia del Duomo può essere vista come una successione di sliding doors che lasciò sulla carta un’infinità di ipotesi alternative scartate, alcune anche di grande fascino. I progetti per la facciata, ad esempio, furono moltissimi e diversissimi tra loro. A fine Cinquecento, architetti come Pellegrino Tibaldi o Martino Bassi avevano proposto di abbandonare lo stile gotico per eseguire una monumentale fronte strutturata secondo il lessico architettonico dell’antichità, o, come si disse allora, «alla romana». Se tali proposte fossero state realizzate l’immagine che oggi avremmo della fronte della cattedrale sarebbe molto diversa: non guglie, pinnacoli e trafori marmorei, ma austere colonne, obelischi e un frontone triangolare a fare da coronamento.

Spesso il dubbio su quale soluzione intraprendere rallentava notevolmente il ritmo del cantiere; a volte, dietro ai dibattiti in favore dell’una o dell’altra scelta formale, si celavano semplici beghe o rivalità fra i vari architetti, oppure, in qualche occasione, a complicare le cose c’erano le ingerenze di qualche facoltoso personaggio che voleva servirsi della cattedrale milanese per lasciare una indelebile traccia di sé nella storia della città. Fu il caso dell’arcivescovo Federico Borromeo, che provò a dotare la fronte del Duomo di dieci colonne monolitiche, ciascuna alta più di 20 metri. L’impresa era tecnicamente impossibile, e naufragò dopo la rottura della prima colonna. Un altro personaggio che provò (questa volta riuscendoci) a lasciare un segno nella vicenda del Duomo fu Napoleone, che volle concludere, per la sua incoronazione a Re d’Italia (prevista per il 1805) il secolare cantiere. Lo fece però coi soldi della Veneranda Fabbrica, che per concludere in fretta i lavori fu costretta a vendere tutti i suoi beni immobili. Il risarcimento promesso non arrivò mai.

Napoleone soggiornò a Milano a lungo.
Napoleone Bonaparte era ancora un giovane generale quando entrò per la prima volta a Milano, il 15 maggio del 1796. Fu il capoluogo lombardo la sua “base” negli anni in cui dirigeva la prima, fulminea campagna d’Italia condotta per conto della repubblica francese; qui trovava il tempo per scrivere lettere segnate da una gelosia quasi puerile alla moglie, la celebre Giuseppina Beauharnais, che a Parigi conduceva una vita piuttosto allegra. Ad ogni modo, tra una battaglia e l’altra, riusciva a trovare anche il tempo per riposarsi nelle splendide sale del palazzo di Galeazzo Serbelloni, un nobile “trasformista” che aveva abbracciato la causa giacobina.
Non molti anni più tardi, la municipalità milanese volle dedicare a Napoleone, che in Francia era stato eletto nel frattempo Primo Console, una gigantesca piazza. Si trattava dell’immenso Foro Bonaparte, che, nelle intenzioni dei progettisti, sarebbe dovuto essere uno degli spazi urbani più grandi del mondo, un grandiosa area lastricata a pianta circolare ornata, nel suo perimetro, da edifici all’antica pensati per accogliere teatri, musei, terme, sale per assemblee, una dogana e il parlamento. Il progetto era però troppo costoso; se ne pose in opera una versione molto semplificata, con un grande spazio quadrangolare verde affiancato da uno stadio per spettacoli ginnici (quella che è l’attuale Arena) e chiuso, da un lato, dalla scenografica visione di un arco di trionfo, completato solo alcuni anni più tardi e chiamato poi Arco della Pace.
A Milano, il 26 maggio 1805, ebbe luogo anche la fastosa cerimonia con cui il Bonaparte, divenuto ormai Imperatore dei Francesi, si autoincoronò Re d’Italia, cingendo l’antico diadema noto come Corona Ferrea, che, prima di lui, era stato portato da Carlo Magno e da Carlo V. Lo spazio interno del Duomo fu, per l’occasione, addobbato con uno sfarzo mai visto prima, e, in men che non si dica, la cattedrale ebbe, come detto, una nuovissima facciata.

Quali altri personaggi storici legarono il proprio nome alla città ambrosiana? 
I nomi famosi sono moltissimi; si potrebbe cominciare con Giulio Cesare, che soggiornò spesso nell’antica Mediolanum durante le pause invernali delle sue campagne in Gallia; fu forse lui a dare alla città, per la prima volta, un’urbanistica connotata in senso monumentale. È possibile che sia stato Cesare a far edificare l’antico foro, di cui è conservato qualche resto nei sotterranei degli edifici che compongono l’odierna Biblioteca Ambrosiana, e la prima cinta muraria della città. Tra gli altri personaggi si possono poi ricordare Ottaviano Augusto, primo imperatore; ma anche Diocleziano e Costantino il Grande (fu lui che, nell’anno 313, promulgò una serie di leggi fra cui il cosiddetto “Editto di Milano”, che consentiva libertà di culto ai cristiani). Nel medioevo, non si può non ricordare la frequentazione milanese di Carlo Magno, uno dei personaggi nodali della storia del mondo occidentale, che a Milano battezzò anche una sua figlia, la principessa Gisela. Spostandoci nella cosiddetta età del Rinascimento, un personaggio celeberrimo che legò il proprio nome a Milano fu Leonardo da Vinci, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Qui dipinse, oltre al Cenacolo (rovinatissimo ma ancora miracolosamente conservato nel suo luogo d’origine), molti dei suoi più celebri capolavori, dalle due versioni della Vergine delle rocce alla Dama con l’ermellino, all’affascinante Ritratto di musico che ancora oggi fa bella mostra di sé tra le sale della Pinacoteca Ambrosiana.

Tra le storie da Lei raccontate, quali l’hanno colpita di più?
Alcune di queste vicende sono davvero singolari. Tra le più interessanti sono quelle legate agli assalti di lupi a persone, che ci raccontano di un mondo in cui l’uomo era nel pieno del confitto con un mondo naturale che non era ancora pienamente riuscito ad assoggettare.
Se si pensa invece agli episodi legati ai grandi personaggi della “Storia” con la S maiuscola, non si può non rimanere stupefatti davanti ai racconti di Pier Candido Decembrio a proposito delle manie segrete del duca Filippo Maria Visconti, ultimo della sua famiglia, tormentato dai tortuosi e repentini rivolgimenti di un temperamento che oggi definiremmo bipolare; rivolgimenti che ebbero anche conseguenze significative nelle vicende italiane dell’epoca. Ma anche alcuni episodi delle vite dei suoi successori, come Galeazzo Maria Sforza o Ludovico il Moro -anch’essi tra i più illustri “inquilini” della rocca sforzesca- sembrano fatti apposta per imprimersi nella memoria.

Sono senz’altro meno note sono le storie di alcuni oscuri prigionieri negli anni in cui il Castello, da sede di una corte fra le più splendide dell’intera Italia rinascimentale, divenne una inespugnabile piazzaforte militare spagnola e una prigione per pericolosi detenuti politici. Tra questi ultimi ci fu, nel XVII secolo, anche un personaggio di stirpe reale, il fratello del re di Portogallo, morto in circostanze misteriose, forse per veleno. Era un importante comandante militare delle armate austriache, catturato e recluso nelle segrete della rocca di Milano per aver appoggiato la causa della ribellione portoghese contro la Spagna. La sua vicenda è testimoniata dai brani di qualche memorialista e da una lapide, che quasi nessuno guarda, nel cortile della Rocchetta, uno degli spazi del Castello.

Ma la vicenda emotivamente più “forte” è senza dubbio quella della distruzione della scuola elementare di Gorla in seguito a un tragico errore dei bombardieri alleati, la mattina del 20 ottobre 1944. In quella drammatica giornata morirono 184 piccoli alunni innocenti. I racconti dei sopravvissuti, pochi bambini di allora scampati per puro caso a quella illogica strage (raccolti nell’interessantissimo volume di Achille Rastelli), fanno veramente venire la pelle d’oca; quelli che ho scelto per il mio volume non sono neppure i più strazianti.