“Storie dai contesti. Metodologia e procedure della ricerca archeologica” di Paolo Carafa

Storie dai contesti. Metodologia e procedure della ricerca archeologica, Paolo CarafaStorie dai contesti. Metodologia e procedure della ricerca archeologica
di Paolo Carafa
Mondadori Università

Premessa e fine della ricerca archeologica

«Nella ricerca archeologica i contesti sono allo stesso tempo una premessa e un punto di arrivo. Premessa perché dobbiamo immaginare il mondo antico strutturato come la realtà che ci circonda oggi: un aggregato di contesti e sistemi di contesti. In­fatti, non viviamo in una somma, o ancor peggio in un contenitore, di oggetti da descrivere, catalogare e conoscere. Piuttosto, siamo immersi in un organi­smo complesso, composto come l’universo da piccoli sistemi solari e piccole galassie. Materia, pianeti, satelliti e stelle di questi sistemi e galassie sono gli oggetti e i contesti che configurano l’intero universo, con aggregazioni a scala via via sempre più ampia. Ciò ci aiuta a considerare tutte le tracce del passato – materiali e immateriali – come documenti prodotti da un sistema unitario e strutturato. Pertanto, essi non devono essere analizzati solo per singole classi o per singoli individui.

Punto di arrivo perché, pur sapendo che la realtà del passato era un ‘sistema contestuale’, di essa non conserviamo che tracce. Un piccolo frammento di ceramica o le grandi Terme di Caracalla sono accomunati da almeno due elementi. Entrambi rappresentano solo una parte di ciò che essi erano in origine. Di un intero vaso abbiamo perso orlo, fondo, forse le anse ed eventuali decorazioni. Delle grandi terme abbiamo perso decorazioni, arredi, coperture, acqua, luce, colori, calore, odori e così via. Entrambi hanno anche perso le relazioni che li connettevano a ciò che li circondava e li definiva. Non sappiamo in quale luogo e con quali altri oggetti il vaso fosse utilizzato quando era integro e vediamo le grandi terme nel tessuto delle strade di oggi non nel reticolo di vie, aree verdi, necropoli ed edifici che caratterizzava la pendice del cosiddetto Aventino Piccolo e il primo tratto della Via Appia nella Roma im­periale. Entrambi hanno perso il loro contesto. Ciò significa che la totalità dei documenti a nostra disposizione deve essere considerata unitariamente per ri­costituire e rivelare i contesti originari di pertinenza, ovvero gli atomi che costituivano le realtà che tentiamo di definire. Che si tratti di classi di prodotti, edifici o paesaggi, il nostro percorso dovrà muovere da documenti per raggiun­gere contesti, passando attraverso classificazioni, aggregazioni e integrazioni di parti e relazioni mancanti o perdute. […]

L’analisi archeologica si basa essenzialmente su oggetti. Siamo abituati a considerarli come entità inanimate, e si tratta di una considerazione corretta poiché le cose non nascono, crescono, si riproducono e muoiono secondo il consueto ciclo biologico che caratterizza gli esseri viventi. Ma ciò non significa che esse debbano essere considerate immobili e immutabili nel tempo.

È stato già proposto di paragonare il periodo di tempo che intercorre tra la produzione/fabbricazione di un oggetto e il suo abbandono/fine dell’utilizzo a un ciclo biologico. Molto spesso, si tratta di un ampio periodo che può anche abbracciare epoche diverse. Gli oggetti vengono creati e, nel caso delle merci, prodotti con sistematicità e utilizzati regolarmente per un certo tempo. Termi­nata la produzione, l’utilizzo di quel tipo di oggetti non cessa, poiché alcuni prodotti sono ancora disponibili o in uso. Con il passare del tempo, nuovi pro­dotti tendono a sostituire i vecchi nella quotidianità e gli oggetti più antichi, per usura o perché meno aderenti ai nuovi contesti culturali e tecnologici, ven­gono dotati di nuove funzioni e significati o, più generalmente, scartati, elimi­nati e infine sepolti. Ma il ciclo prosegue poiché molti oggetti vengono riscoperti, studiati, pubblicati, esposti al pubblico e, nei casi migliori, trasformati in patrimonio conoscitivo e culturale per comunità assai più ampie rispetto a quelle che li avevano prodotti, utilizzati e scartati.

Torniamo così alla necessità di superare un approccio puramente descritti­vo e di pretesa oggettività per considerare le nostre fonti in maniera corretta. Ogni ‘cosa’ che noi oggi esaminiamo rappresenta una storia che non si esauri­sce con la sua creazione e può estendersi per lungo tempo.

Esiste anche un’altra ragione per guardare agli oggetti in una prospettiva di più o meno lunga durata. Dopo la definizione della teoria della relatività, i fisi­ci ci insegnano che il mondo non è costituito da cose, cioè entità immutabili nel tempo, ma da eventi, cioè accadimenti non permanenti perché in continua evo­luzione. «Pensare il mondo come una serie di eventi, di processi, è il modo che ci permette meglio di coglierlo, comprenderlo, descriverlo. […] A ben guarda­re, infatti, anche le ‘cose’ che più sembrano ‘cose’ non sono infatti che lunghi eventi» (Rovelli 2017, p. 87). Gli eventi, a loro volta, sono reti di relazioni e processi e come tali vanno intesi per essere definiti (Rovelli 2020, in partico­lare pp. 83­-89). Proprio come i nostri contesti.

Le tracce materiali della storia dell’uomo possono essere studiate senza raggiungere la scala infinitesimale necessaria per cogliere la struttura dell’U­niverso osservato dai fisici. A scale diverse, vediamo cose diverse. Non per questo esse devono essere considerate comprensibili attraverso descrizioni che non le considerino parti di contesti in trasformazione ovvero di processi.

Se accettiamo di procedere oltre la descrizione, la documentazione e la ca­talogazione, il passo successivo non è l’interpretazione ma l’integrazione. In­fatti, i frammenti di oggetti e i resti dei monumenti visibili o sepolti possono essere integrati come si fa con i loci corrotti di papiri o codici – in alcuni casi frutto di pure ipotesi se non di intuizioni di singoli filologi – oppure con le la­cune di un testo epigrafico.

Gli oggetti possono essere stati privati di parti poco estese o delle quali si può facilmente intuire l’esistenza. Per esempio, se a un vaso di un tipo ben noto è stata spezzata l’ansa (che peraltro nella produzione ricorre sempre nella stessa foggia) sia­mo autorizzati a elaborare un disegno che illustri sia la parte di vaso conservata ed effettiva­mente rinvenuta, sia una parte non conservata e/o non rinvenu­ta ma raffigurata come appare in tutti gli altri esemplari simili attestati. Con gli edifici il processo è replicabile, come vedremo, anche se con maggio­re difficoltà. Infatti, ciò che è perduto non è sempre del tutto ignoto. Informazioni su funzione, localizzazio­ne, aspetto e arredo dei monumenti sono conservate nella tradizione letteraria, in raffigurazioni su rilievi, pitture e monete antiche, nella cartografia storica, in dipinti, stampe, disegni e fotografie realizzati dall’età rinascimentale al se­colo scorso. Ecco perché l’archeologia deve aprirsi a tecniche, procedure e me­todi diversi, perché diverse sono le fonti dalle quali deve essere in grado di trarre informazioni.

Se aspiriamo a definire contesti e a identificare processi, non possiamo esi­merci dal dovere di tendere verso plausibili configurazioni di integrità originarie.

A questo punto, è bene ribadire un elemento implicito nelle considerazioni precedenti. Il patrimonio storico­culturale esprime la storia di individui e co­munità e, anche per questa ragione, deve essere considerato un’entità storica in sé. Pertanto, l’analisi scientifica di reperti, architetture, paesaggi urbani e rura­li deve basarsi su una forma di narrativa scientifica, che elabori biografie di og­getti e luoghi, per comunicare il passato come un flusso costante di continuità e cambiamenti.»

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