Prof. Stefano Cristante, Lei è autore del libro Storia sociale della comunicazione. Dai primordi alle rivoluzioni della modernità edito da EGEA: quando e come nasce la comunicazione?
Storia sociale della comunicazione. Dai primordi alle rivoluzioni della modernità, Stefano CristanteL’esistenza di Homo sapiens non sarebbe concepibile senza comunicazione. Né oggi né ieri, quando si comunicava senza televisione né internet né radio, prevalentemente con materiali stampati. Ma si può andare più indietro nel tempo: anche quando non esisteva la macchina di Gutenberg gli esseri umani avevano molte modalità per comunicare, e anche andando ancora più indietro – prima della scrittura – l’oralità consentiva scambi articolati del pensiero e prima ancora, prima cioè che i nostri antenati si esprimessero verbalmente, il corpo dell’ominide rappresentava un concentrato di comunicazione. Mi riferisco alla possibilità di emettere suoni e versi, di ritmare, di danzare, di esprimere sensazioni e segnali attraverso lo sguardo, la gesticolazione e il contatto.

Rovesciamo in positivo la questione: la comunicazione è una componente fondamentale dell’esistenza umana, e se è vero che tutto il mondo animale in qualche modo comunica al proprio interno, nessun’altra specie vivente dispone di una gamma comunicativa intenzionale e strutturata come quella della nostra specie. Come ha sintetizzato lo storico Yuval Harari, il successo strategico di Homo sapiens risiede nella capacità di saper coordinare grandi insiemi di individui nel raggiungimento di obiettivi comuni, il primo dei quali è stato la sopravvivenza, per poi evolvere in ambiti diversissimi, dall’agricoltura all’architettura alla scienza. Di tutti questi campi la comunicazione è stata il presupposto, ciò che ha consentito la comprensione e il coordinamento organizzativo. La comunicazione è il pilastro dell’affermazione della nostra specie, o se si preferisce il collante di base. La comunicazione è ciò che rende i Sapiens tali, perché il presupposto della conoscenza è la possibilità di scambiare informazioni, racconti e concetti, cioè la quintessenza della comunicazione.

In che modo si svolgeva la comunicazione umana nelle epoche precedenti la scrittura?
Senza testimonianze dirette e senza scrittura è difficile ricostruire i modi della comunicazione tra i Sapiens e nelle altre specie umane (Homo habilis, Homo erectus, Neanderthal). Possiamo ipotizzare qualcosa a partire dalle informazioni di cui disponiamo grazie ai resti ritrovati e alle congetture su di essi. Faccio un esempio: in più località europee i ritrovamenti di ossa di centinaia di carcasse di mammuth e cavalli hanno consentito di ricostruire forme di caccia organizzata sia tra Sapiens arcaici sia tra Neanderthal. In pratica gli umani riuscivano a spingere gli animali sul ciglio di un burrone, sino a che l’equilibrio precario e la minaccia delle armi (soprattutto lance a spiedo per i tozzi Neanderthaliani e lance lunghe e bilanciate per i Sapiens) non li obbligavano a cadere nel dirupo. Simili manovre non sarebbero state possibili senza comunicazione, perciò possiamo ipotizzare che esistessero segnali sonori e visivi condivisi all’interno dei gruppi (la cui numerosità interna aumentava notevolmente nel caso dei Sapiens), per consentire l’organizzazione e la gestione della caccia alle grandi prede.

Per quanto riguarda il trasferimento delle conoscenze tecniche, come la fratturazione dei sassi che consentiva di utilizzarli come pietre specializzate (per raschiare, schiacciare, appiattire, tagliare, eccetera), si stima che l’esempio fornito da chi sapeva come ottenere quegli effetti potesse essere sufficiente per garantirne la trasmissione tra le generazioni. Quanto più si facevano complesse le lavorazioni e le diverse tecniche di realizzazione di manufatti, tanto più risultava utile disporre di forme comunicative condivise. Alcuni studiosi, come il paleontologo Steven Mithen, ritengono che l’oralità strutturata sia stata possibile dopo aver attraversato un lunghissimo periodo di comunicazione olistica, da lui denominata “Hmmmmm”, cioè “holystic, multi-modale, manipolative, mimetic and musical”. Siamo di fronte a una comunicazione d’insieme, che “mette in scena” i contenuti che intende affrontare e non li definisce necessariamente con suoni organizzati in parole.

Diverso è il caso della comunicazione espressiva, ciò che siamo abituati a considerare “arte”. Se più di 30 mila anni fa i Sapiens erano in grado di rappresentare con estrema potenza la fauna di una località (come nella grotta Chauvet in Francia) e persino a raffigurare e a scolpire figure immaginarie (come l’uomo-leone ritrovato in una grotta di Stadel, in Germania), ciò significa che l’organizzazione della comunicazione aveva un tratto di complessità che consentiva la nascita di storie sempre più complesse, basate su un’articolazione verbale e su un linguaggio strutturato. Ma la storia dell’umanità è assai più lunga di 30-35 mila anni, e dobbiamo quindi presupporre una capacità di trasmissione delle conoscenze anticamente fondata su dispositivi mimetici e musicali, fondati sulla duttilità comunicativa del corpo umano.

Quali sono stati i momenti più significativi per la comunicazione nell’antichità classica e nell’epoca medievale?
Occorre senz’altro affrontare la scrittura, distinguendo le diverse tipologie. Il pittogramma consentì la rappresentazione di oggetti in chiave “mimetica”, tracciando disegni che rappresentavano l’oggetto che si aveva in mente. L’ideogramma fornì un codice completo anche di oggetti non visibili perché astratti, come “velocità” e “fiducia”. Quando i greci adottarono l’alfabeto fenicio e lo adattarono ai loro usi, la scrittura si semplificò puntando sulle singole lettere, prive di significato intrinseco ma dotate di un suono distinguibile e unico. Il possesso di una tecnologia capace di fissare su superfici adatte come papiro e pergamena le informazioni consentì di usare la scrittura non solo per calcoli contabili legati alle merci e ai prodotti, ma anche per raccontare storie sempre più articolate e per legiferare. All’ombra della scrittura si svilupparono così interi nuovi comparti di comunicazione espressiva, che approdarono all’epica (come nei poemi omerici) e al teatro (come nei poeti tragici).

Il medio evo eredita tutti i media dell’antichità, e – in Europa – li riscrive attraverso le narrazioni e i precetti religiosi cristiani. La religione cattolica, in particolare, diviene una sorta di super-medium che attraversa tutta la società e che passa per l’oralità (sermoni, prediche, parabole), per la scrittura (a partire da Vecchio e Nuovo Testamento), per la rappresentazione liturgica (messe e cerimonie), per la musica (sacra), per l’arte figurativa. A proposito di quest’ultima, è innegabile il contributo comunicativo di pittori tardo-medievali come Giotto, che seppe creare opere d’impatto anche per i fedeli meno eruditi, provvedendo così alle conoscenze popolari sulle sacre scritture e in generale sulle vicende religiose.

Quali trasformazioni ha apportato la stampa a caratteri mobili?
È intuitiva la differenza tra un libro manoscritto e un libro stampato: il primo è un esemplare unico, il secondo è un prototipo, ovvero un oggetto in grado di essere riprodotto in migliaia di esemplari uguali. Attraverso l’invenzione di Gutenberg il libro è diventato il primo medium ad essere sottoposto a un trattamento “industriale”, grazie ai caratteri mobili in metallo, agli inchiostri adatti all’impressione, al torchio per far assorbire alla carta l’inchiostro spennellato sui caratteri. Da questa lavorazione, certamente più economica e rapida della pratica amanuense, uscivano prodotti, cioè libri, praticamente uguali l’uno all’altro e che consentivano una maggiore chiarezza nella lettura rispetto ai manoscritti. Ne seguì una riduzione del loro costo, e una diffusione più vasta tra le classi sociali popolari. La stampa a caratteri mobili fece presa nella società europea in un brevissimo lasso di tempo, tanto che già alla fine del XV secolo si potevano contare tipografie in tutte le principali città del continente, quando la presentazione in pubblico dell’invenzione di Gutenberg era avvenuta solo intorno al 1450.

Secondo McLuhan la stampa svolse anche la funzione di architetto del nazionalismo, perché alcuni autori prolifici e autorevoli – come Martin Lutero – non si limitarono a scrivere nella lingua diplomatica dell’epoca, cioè in latino, ma tradussero nelle lingue vernacolari le sacre scritture, consentendo così una diffusione di massa della lingua “nazionale” negli strati più popolari della popolazione. Il possesso di massa della dimensione scritta della propria lingua è considerato il passo ineludibile di un processo di identificazione nazionale di un popolo.

Cosa ha rappresentato la scossa rivoluzionaria in Francia per l’evoluzione della comunicazione?
La comunicazione scritta e stampata ha generato la Rivoluzione francese. Basta pensare al diluvio di pamphlet e di Cahiers de doléance che precedette il 1789, insieme allo sviluppo e alla diffusione dei giornali. In seguito, i processi rivoluzionari intensificarono la relazione tra oralità e scrittura, rendendo procedura comune il trasferimento dei discorsi pronunciati sia nei club sia nelle assemblee legislative in versioni scritte immediatamente stampabili e distribuibili. Inoltre, la Rivoluzione francese liberò energie simboliche in ogni direzione, cambiando il nome ai giorni della settimana e ai mesi, inventando immagini potenti come il tricolore e l’Albero della libertà, dando vita a feste e raduni di massa in grado di connettere le politiche rivoluzionarie alle masse popolari. Proprio su un’invenzione tecnica promossa durante la Rivoluzione, il telegrafo ottico, si chiude il mio lavoro. A partire dalla fine del ‘700 inizia infatti una nuova fase della cultura umana, la cosiddetta cultura di massa. Per tutto l’800 e per gran parte del ‘900 si assiste al lancio, al rodaggio e all’affermazione di mezzi di comunicazione sempre più pervasivi e sempre più utilizzati. Moltissimi volumi hanno affrontato la storia più recente dei media, e i nuovi orizzonti digitali della comunicazione sono costantemente monitorati da schiere di studiosi.

Il mio lavoro va nella direzione opposta e complementare, perché ritengo che la storia sociale della comunicazione meriti di essere trattata come un campo originale di indagine, affermazione argomentata dal pensiero che la comunicazione è da sempre una variabile decisiva della condizione umana. Oggi, ma anche nel passato prossimo e remoto dell’umanità.

Stefano Cristante insegna Sociologia della comunicazione presso l’Università del Salento. Si occupa principalmente di comunicazione politica e di sociologia della cultura. Dirige la rivista internazionale H-ermes, Journal of Communication e la collana “Public Opinion Studies” (Meltemi). Ha fondato l’Osservatorio di Comunicazione Politica. Ha scritto, tra gli altri: La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo (con Valentina Cremonesini, 2015), Corto Maltese e la poetica dello straniero (2016), Andrea Pazienza e l’arte del fuggiasco (2017), Società Low Cost (2018), L’icona che delira (2019). Storia sociale della comunicazione (2020) è il suo ultimo libro.

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