“Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo” a cura di Massimo Vedovelli

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Prof. Massimo Vedovelli, Lei ha curato l’edizione del libro Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo edito da Carocci: quali cambiamenti linguistici hanno interessato le nostre comunità emigrate?
Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo, Massimo VedovelliIl libro è stato pubblicato nel 2011, in concomitanza con i 150 anni dell’unità nazionale: un motivo alla pubblicazione è stato proprio la marginalità con cui l’emigrazione è stata trattata nelle manifestazioni celebrative. Eppure, l’emigrazione italiana nel mondo è stato uno dei fenomeni costitutivi dello Stato nazionale: a milioni hanno lasciato il Paese, per sempre o per tornarvi successivamente. Sempre, comunque, avendo vissuto un’esperienza di contatto con nuove lingue e culture, e riportando in Italia i frutti di tale esperienza. Tullio De Mauro, nella sua fondamentale Storia linguistica dell’Italia unita (1963), ha colto il ruolo dell’emigrazione nella creazione della nuova identità linguistica nazionale: andandosene, gli emigrati non hanno interrotto i legami con la madrepatria, e anche la loro partenza definitiva ha avuto effetti sulle dinamiche linguistiche nazionali. Rifacendosi all’impostazione demauriana, la Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo ha cercato di abbracciare in uno sguardo di sintesi (e in un modello descrittivo e interpretativo) la grande portata dei processi linguistici connessi con l’emigrazione italiana verso l’estero. Questi possono essere ricondotti a tre fasi, a tre stati di cose: il parallelismo, la discontinuità e lo slittamento. Il parallelismo riguarda le prime grandi ondate emigratorie: chi va negli altri Paesi vive le stesse dinamiche linguistiche della società italiana del nuovo Stato nazionale, ovvero creare un idioma comune, condiviso, di uso vivo. La discontinuità segna soprattutto le ondate migratorie successive alla Seconda guerra mondiale: partono ancora dialettofoni, ma hanno avuto un contatto con la lingua italiana, tramite la scuola, la radio, il cinema e, dopo il 1954, anche la televisione. Infine, la terza fase è quella odierna: l’italiano è slittato fuori dello spazio linguistico di ciò che rimane delle comunità emigrate italiane, nel senso che le generazioni recenti lo considerano una lingua straniera, una lingua da scegliere, da studiare a scuola solo se conviene, se ha una qualche spendibilità sociale. Quale che siano gli esiti delle dinamiche linguistiche degli emigrati italiani e dei loro discendenti, l’immaginario collettivo globale considera l’Italia intrinsecamente un Paese migratorio, innanzitutto di emigrazione: l’identità linguistica ne è il suo emblema identitario, simbolico.

Quali rapporti hanno avuto le nostre comunità emigrate con l’italiano?
Il filo conduttore linguistico dell’emigrazione italiana nel mondo è appunto la dialettica fra la lingua italiana e i dialetti. Gli emigrati delle prime grandi ondate emigratorie erano in assoluta maggioranza dialettofoni e analfabeti. Già l’incontro nel bastimento che li portava nelle ‘Meriche vedeva emergere la diversità linguistica, il problema del doversi capire, dell’essere diversi pur essendo considerati tutti italiani dai Paesi di destinazione. Da qui la spinta a trovare mezzi comunicativi da condividere: l’italiano orecchiato perché parlato dai religiosi o dai notabili nel paesello di partenza; l’italiano immaginato e ricostruito sulla base di ciò che vi era di comune fra i dialetti. Una visione retorica scorretta considera gli emigrati testimoni dell’italiano nel mondo: in realtà, sono stati testimoni dello ‘spazio linguistico italiano’, costituito dai dialetti e dall’italiano, nelle loro articolate varietà. Oltre che testimoni, sono stati attori protagonisti, creatori dell’italiano popolare, delle koiné che hanno avuto paralleli riscontri nell’italiano popolare, di uso comune, in Italia; quello che ha portato all’odierno italiano parlato.

Come si sono confrontate con le lingue dei paesi di arrivo?
Lo spazio linguistico emigratorio è ricco di idiomi, articolato, sempre dinamico. Il contatto delle prime ondate emigratorie con le lingue dei Paesi di arrivo è stato un contatto per lo più nella quotidianità, non nel sistema scolastico, e si è concretizzato nella creazione di forme appunto ‘di contatto’, mescolanti dialetto, italiano, lingua del nuovo Paese: i broccolino, i carri, le pipe, le farme, cioè ‘Brooklin’, le ‘automobili’, i ‘tubi’, le ‘fattorie’ sono esempi di questa azione di creazione di nuove entità linguistiche. Sicuramente, cose che possono far sorridere, ma comunque, come scrisse De Mauro, “ben poca cosa” rispetto agli effetti più profondi. Innanzitutto, la nuova coscienza dell’importanza del saper leggere e scrivere. Molte lettere degli emigrati sottolineano questa consapevolezza, e spingono le mogli rimaste in Italia a far studiare i figli, a mandarli a scuola. Va detto che il contatto con le nuove lingue avviene in modo differente nelle varie generazioni: per gli adulti emigrati delle prime generazioni dialettofone è con l’inglese appunto dei contatti, delle neoformazioni ibride. Nascono, così, l’italiese, l’australitaliano, tutte quelle varietà di contatto che in modo esemplare sono state trattate, ad esempio per il Nordamerica da Hermann Haller e da Elton Prifti. Per le generazioni successive, invece, la lingua del Paese di vita è la vera lingua madre, la L1: il dialetto usato in casa si restringe a contesti di uso intrafamiliari e intracomunitari; l’italiano viene appreso a scuola.

Qual è stato il destino dei dialetti una volta lontani dai loro territori?
Progressivamente, con il succedersi delle generazioni l’italiano e i dialetti sono usciti dallo spazio linguistico dell’emigrazione, soprattutto delle generazioni nate e vissute nei nuovi Paesi. I dialetti sono rimasti confinati entro specifici contesti: di luogo (conservando caratteristiche ‘arcaiche’ rispetto all’evoluzione dei dialetti in Italia), di situazione e di contesto (la famiglia, il circolo dei paesani). Questo non significa che i dialetti o l’italiano siano morti, tutt’altro: rivivono con valore emblematico, simbolico, identitario, ad esempio nelle insegne di ristoranti, di negozi o di prodotti realizzati all’estero dai nostri emigrati. I panorami linguistici e semiotici urbani delle città del mondo vedono una forte presenza dello spazio linguistico italiano, e i dialetti vi sono presenti, vivi, considerati simbolo di identità, capaci di evocare i valori di autenticità, di qualità che vedono nel legame con il locus uno dei tratti specifici e positivi dell’italianità nel mondo.

Che cosa hanno fatto i governi italiani verso l’identità linguistica delle comunità di origine italiana nel mondo?
Le dinamiche linguistiche delle nostre comunità emigrate sono molto complesse: ne è testimonianza la sterminata bibliografia esistente sulla materia e la ripresa di interesse negli ultimi anni, dopo che per qualche tempo la ricerca è sembrata concentrarsi quasi esclusivamente sulle questioni linguistiche dell’immigrazione straniera in Italia. A fronte della complessità della materia e del suo continuo rinnovarsi (penso alla neoemigrazione) l’Italia ha una sola legge che dovrebbe governare gli interventi istituzionali: la L. 153/1971, successivamente ripresa in una norma successiva, ma rimasta identica. In questi cinquant’anni le caratteristiche e le dinamiche linguistiche, culturali, identitarie dell’emigrazione italiana sono cambiate, il mondo è cambiato. Si è presentata in tutta la sua drammatica entità la neoemigrazione (retoricamente chiamata fuga dei cervelli): persone giovani, scolarizzate, con la conoscenza di altre lingue straniere sono emigrate e emigrano, testimoni della nuova identità linguistica italiana. Eppure, non entrano in contatto con le comunità tradizionali, non vogliono rientrare nel loro paradigma; ne derivano conflitti culturali e comunque perdite di occasioni per rivitalizzare la presenza dell’italiano nelle comunità di antico insediamento. I figli dei neoemigrati vanno nelle scuole dei nuovi Paesi di vita, vivendo problemi di contatto linguistico fra la lingua della famiglia e quella della scuola: può una legge di cinquanta anni fa pensare di affrontare queste nuove situazioni? Che le dinamiche linguistiche siano cambiate nelle comunità emigrate da tempo, nei rapporti con la neoemigrazione; che la neoemigrazione crei delle comunità ‘social’ con modalità relazionali e comunicative del tutto diverse da quelle tradizionali dei nostri emigrati; che si stia diffondendo nel mondo globale una nuova visione del ruolo simbolico dell’italianità è ripetutamente segnalato dai bei lavori recenti di Barbara Turchetta (vedere quello sulla nostra emigrazione in Ontario, Pacini ed., 2019), di Margherita Di Salvo, di Caterina Ferrini, di Simone Casini; soprattutto lo segnala ogni anno il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana. Sarebbe opportuno pensare a una nuova legislazione sulla materia.

Quali politiche sarebbero a Suo avviso auspicabili riguardo alle identità linguistiche delle comunità di origine italiana nel mondo?
Sarebbero auspicabili politiche adeguate ai cambiamenti del mondo globale e all’impatto sulla nostra vecchia e nuova emigrazione. Sarebbero auspicabili politiche basate sulla valorizzazione dei modi in cui è percepita l’italianità nel mondo (in ciò che ha di positivo): lo spazio linguistico italiano nei contesti di emigrazione è simbolicamente il luogo della creatività, fantasia, qualità; del lavoro delle mani al servizio della creatività; del legame con il locus, che è natura e cultura, specificità e capacità di donarsi agli altri. Esemplare, in tal senso, mi è sembrata la pubblicità del lancio della nuova Fiat 500 in Nordamerica, voluta da Marchionne: chi compra una Fiat 500 ha in omaggio una famiglia italiana al suo interno. Nel filmato la famiglia parla in italiano con forte connotazione meridionale (il parlato è sottotitolato in inglese), gesticola, urla, si preoccupa dei vestiti e delle scarpe, vuole il vero caffè espresso, è generosa, anche un po’ gelosa. Piano piano tutto ciò riesce a cambiare i giovani che hanno acquistato la Fiat 500, che si trasformano: parlano tra loro in italiano, vestono bene, diventano un po’ gelosi… Un bello studio su questa pubblicità è stato pubblicato da Orlando Paris in una importante rivista di semiotica. La nostra emigrazione è testimone dello stretto legame fra lingua, cultura e economia italiana nel mondo: il Made in Italy è il luogo dove queste tre dimensioni si incontrano. Troppo spesso, invece, si assiste alla demonizzazione di tale legame da parte di chi ha una visione solo elitaria della cultura; troppo spesso si assiste anche alla demonizzazione dei prodotti dei nostri emigrati nel mondo, in una visione nazionalistica dell’economia. Entrambe sono posizioni per lo meno inadeguate per affrontare una materia tanto complessa.

Massimo Vedovelli è professore di Semiotica presso l’Università per Stranieri di Siena, dove ha insegnato Linguistica Educativa fino al 2020. Allievo di Tullio De Mauro, ha studiato presso le Università di Roma La Sapienza e di Heidelberg. Ricercatore presso le Università della Calabria (1984-1986) e di Roma La Sapienza (1986-1992), è stato professore di Sociolinguistica e di Glottodidattica presso l’Università di Pavia (1992-2000). È stato visiting professor presso la Goggio Chair del Dept. of Italian Studies dell’Università di Toronto. È stato Rettore dell’Università per Stranieri di Siena (2004-2013) e Assessore alla cultura del Comune di Siena (2014-2016). Ha fondato il Centro CILS – Certificazione di Italiano come Lingua Straniera, e il Centro di Eccellenza della ricerca Osservatorio linguistico permanente dell’italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia. Ha diretto diversi progetti di ricerca nazionali. Si occupa delle dinamiche di diffusione dell’italiano nel mondo, delle questioni linguistiche nei contesti di emigrazione italiana verso l’estero e di immigrazione straniera in Italia. Ha condotto studi sull’enogrammatologia, cioè sulla lingua delle etichette delle bottiglie dei vini, nonché sulla presenza degli italianismi e degli pseudoitalianismi nei panorami linguistici urbani globali. Dirige la collana Studi di Linguistica Educativa (Pacini ed.).

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