Storia economica globale del mondo contemporaneo, Carlo Fumian, Andrea GiuntiniProf. Carlo Fumian e Andrea Giuntini, avete curato l’edizione del libro Storia economica globale del mondo contemporaneo pubblicato da Carocci: nell’era della quarta rivoluzione industriale, è la globalizzazione a dirigere l’economia del mondo contemporaneo?
Molti studiosi affermano che la globalizzazione ha innestato la marcia indietro, interpretando in tal modo il malumore sempre più diffuso rispetto ai grandi cambiamenti scaturiti un trentennio fa dalla caduta del Muro di Berlino. In realtà tornare indietro non è possibile ed è presumibile che saranno ancora i processi globali a “dirigere” l’economia del mondo. Probabilmente qualcosa cambierà: del resto per certi versi possiamo dire che la globalizzazione dopo il 2008 – l’anno del simbolico tracollo della Lehman – è entrata in una fase nuova assai diversa da quella precedente. Dunque aspettiamoci dei cambiamenti, dovuti anche al procedere travolgente della tecnologia, che, come in buona parte è stato finora, saranno difficilmente prevedibili per il futuro.

Entrando un po’ più nel merito della domanda, non crediamo che la globalizzazione “diriga” l’economia. È una visione che presuppone un centro e un progetto. La globalizzazione, a nostro avviso, è un processo e non un “evento”, processo ampio e anche contraddittorio, che possiamo definire in modo avalutativo come progressiva costruzione di spazi sempre più ampi di circolazione di persone, capitali, merci e informazioni (quindi ideologie e tecnologie). La “pulsione” a oltrepassare i confini è insita nell’espansione economica (anche precapitalistica), e quando la tecnologia rende “normali” e non più eccezionali e rari gli scambi, ecco che i processi di integrazione si avviano. Ma attenzione: non vi è nulla di automatico. L’innovazione tecnologica da sola non è sufficiente: il primato, come vediamo bene oggi, è sempre delle scelte politiche.

Quando si può dire che nasca la prima globalizzazione dei mercati?
Su questo interrogativo si misurano ormai da tempo gli storici. Secondo alcuni la storia ci propone esempi anche antichi di ampia integrazione dei mercati, al punto da far parlare di una serie di fenomeni, cui è corretto dare il nome di protoglobalizzazione. Addirittura l’Impero Romano, in questa ottica di lungo periodo, potrebbe rappresentare l’esempio di riferimento più antico, e altrettanto si potrebbe dire dell’Impero Cinese in area asiatica.

Certo le grandi esplorazioni della seconda metà del ‘400, nei due oceani Indiano e Atlantico, costituiscono un’accelerazione formidabile del processo di integrazione dei mercati e di apertura di contatti con mondi allora sconosciuti. L’apertura al commercio internazionale combinato con una vasta uniformazione dovuta all’estensione del controllo di vaste aree del mondo da parte delle principali potenze europee occidentali costituisce il volano per un cambiamento rilevante in termini di assetti politici ed economici a livello globale e al tempo stesso una spinta robusta all’integrazione. Si pensi, relativamente ad una fase successiva, a quanto anche l’imperialismo abbia contribuito alla globalizzazione del mondo, in questo caso forzata e sotto la spinta delle armi. Infine occorre porre attenzione anche alla costruzione delle reti di comunicazioni, già a partire dai primi decenni dell’Ottocento, che hanno sconfitto la “tirannia della distanza”, rendendo il mondo più stretto e percorribile dai mezzi di trasporto e dalle notizie. Non a caso l’epoca che va grosso modo dalla metà del’800 fino alla Grande Guerra è stata chiamata da molti proprio della prima globalizzazione, assimilandone molte delle caratteristiche a quelle che contraddistinguono i nostri tempi. L’incertezza del termina ad quem è voluta: è infatti in corso un interessante dibattito, tra gli storici economici, sugli esordi della moderna mondializzazione. Esistono fondati motivi per credere che le “convergenze” (uno dei parametri fondamentali delle globalizzazioni, a partire da quella dei prezzi e dei salari reali) prodotte soprattutto dal commercio mondiale siano già misurabili a partire dagli anni trenta del XIX secolo.

Che relazione storica esiste tra lavoro e migrazioni?
Gli storici su questo tema hanno sempre riflettuto, approfondendo quella relazione dai suoi esordi in epoche remote. Alla luce dei progressi della storia globale del lavoro, implementata con risultati del tutto apprezzabili soprattutto al di fuori del nostro paese, siamo in grado oggi di dare una dimensione di grande ampiezza temporale al rapporto fra lavoro e migrazioni, collocandolo cronologicamente almeno al XV secolo. Come i nuovi storici del lavoro globale ci insegnano, è poi necessario distinguere fra le varie categorie di lavoro, includendo anche forme tradizionalmente meno studiate come il lavoro coatto, quello schiavile o quello militare. Insomma nel complesso si tratta di un segmento degli studi storici che sta conoscendo una profonda revisione e rappresenterà sicuramente un banco di prova estremamente significativo anche per i giovani storici che si cimenteranno con la materia. Non sorprenda l’accenno al “lavoro militare”: è questo un terreno tra i più interessanti, che dimostra la vitalità della storia globale e la sua capacità di creare “convergenze” originali in campo storiografico. Pensiamo ad esempio al pionieristico lavoro guidato da Erik-Jan Zürcher (Fighting for a Living. A Comparative History of Military Lbour 1500-2000, Amsterdam University Press, 2013), che ha saputo riunire storici militari e storici del lavoro attorno ad una prospettiva comparata molto ampia sia cronologicamente che geograficamente.

La storia del lavoro negli ultimi due secoli, assiste ad immense trasformazioni: la fine (in realtà molto frastagliata e per certi versi non ancora conclusa) della schiavitù; l’aggregazione – anche politica e ideologica – di un nuovo soggetto storico-politico-ideologico, la “classe operaia” con il suo messaggio universalistico, anch’esso a suo modo un fenomeno mondiale di “convergenza” e diffusione; la creazione di nuove forme di lavoro molto spesso all’insegna della “precarietà” e della mobilità, e così via. È chiaro inoltre come la storia del lavoro in età contemporanea non possa essere separata dalla storia delle migrazioni, viste nella sequenza di “ondate”, in Occidente come in Oriente, con forti differenze tra la fase tardo ottocentesca e quella del secondo dopoguerra. Un elemento interessante della storia delle migrazioni riguarda ad esempio il ritorno: molti dei flussi definiti “permanenti” molto spesso non lo sono affatto, e in numerosi casi, dopo una permanenza di anni o anche decenni, il 30-40% degli immigrati torna a casa. Ma si tratta di medie: vi sono alcuni casi specifici in cui il ritorno non è desiderato, come per gli irlandesi che abbandonarono l’isola dopo la tragica carestia degli anni quaranta dell’Ottocento.

Quanto sono diffuse la povertà e l’ineguaglianza?
Lo sono moltissimo e probabilmente lo saranno ancora. Ma se facciamo una comparazione con epoche non così distanti da noi – l’inizio della seconda metà del XX secolo per esempio, come ha sostenuto in modo del tutto convincente il premio Nobel Angus Deaton – ci rendiamo conto come oggi l’umanità stia meglio, come la povertà sia meno estesa e la popolazione mondiale meno analfabeta, senza per questo che si possa parlare di una fine della povertà o dell’abolizione di essa. Le disuguaglianze oggi incidono meno nel mondo, pur obbligando ancora centinaia di milioni di essere umani a vivere al di sotto della soglia della povertà, e hanno cambiato natura. Bisogna studiare attentamente le nuove povertà di cui sono vittime ceti un tempo più prosperi di oggi e che in gran parte convivono nei nostri paesi accanto a coloro che dalla globalizzazione hanno ricevuto prevalentemente benefici. L’indice di Gini di paesi come il nostro, tanto per non andare lontani, parla chiaro, mostrando una chiara tendenza all’aumento e ciò rappresenta un evidente ostacolo al miglioramento delle nostre condizioni economiche e sociali.

In generale si può osservare, per quanto riguarda la fase di intensa mondializzazione degli ultimi decenni, che non si registra un trend generale verso l’ineguaglianza: è sbagliato immaginare che l’ineguaglianza stia aumentando dovunque, registriamo in molti paesi un aumento e in molti altri una diminuzione. Ancora una volta entrano in campo le scelte politiche, anche a livello nazionale, che in molti casi è in grado di fare la differenza. L’ineguaglianza non è un inevitabile portato della globalizzazione. Ci sono grandi differenze tra diversi cluster di paesi: le nazioni latino-americane e dell’Africa Sub-Sahariana registrano livelli di ineguaglianza molto forti, di contro l’area scandinava. Contemporaneamente, pur in presenza di forti livelli di ineguaglianza, i paesi latino-americani e caraibici registrano significativi declini tra 1990 e 2015. I grandi paesi industriali invece registrano un minore livello di diseguaglianze ma una tendenza all’aumento. Ancora una volta riesce difficile tenere la politica fuori dalla porta: i paesi dell’Europa dell’Est, dopo la fine del comunismo, registrano forti escursioni di ineguaglianza. Insomma, la questione è assai intricata, e in gran parte dipende da cosa abbiamo in mente quando parliamo di “diseguaglianze”. Di sicuro i dati non presentano alcuna correlazione automatica o inevitabile tra aumento delle diseguaglianze e sviluppo di forze economiche “globalizzanti” prive di controllo.

Quale bilancio storico è possibile trarre dell’industrializzazione in età contemporanea?
Da almeno un trentennio è in atto un rovesciamento alquanto radicale. In gran parte i paesi di vecchia industrializzazione, fra i quali dunque anche l’Italia, scontano un progressivo rallentamento produttivo e quindi un peso sempre più ridotto nella divisione internazionale della produzione industriale. I nuovi padroni del vapore ormai si trovano in Asia e negli altri continenti emergenti più che in Europa e nell’America del nord. La Cina viene definita come la fabbrica del mondo per la spinta poderosa che è riuscita a darsi, a partire dalle riforme di Deng Xiaoping (1978-79), sulla base di una trasformazione che in termini quantitativi non ha precedenti. Ma è anche il paesel che allo stesso tempo vede la più drastica riduzione della povertà e un aumento record dell’ineguaglianza.  In generale è possibile affermare che da questo punto di vista, cioè dell’impatto e del coinvolgimento delle popolazioni nei nuovi processi di industrializzazione, le trasformazioni produttive in corso oscurano quelle precedenti sviluppatesi fra Otto e Novecento.

Ma la storia globale invita a unire e comporre, piuttosto che settorializzare. Da questo punto di vista non sembra possibile, né utile, separare i differenti processi di industrializzazione dalla metà dell’Ottocento ad oggi dalla creazione di una rete finanziaria mondiale. Lo sviluppo industriale presuppone l’impiego di masse crescenti di capitali, che dalla metà dell’Ottocento alimentano flussi strategici di investimenti e vedono la creazione di apparati, istituzioni, mercati e centri di diffusione e “governo” dei capitali, con la predisposizione di una serie innumerevole di “strumenti” finanziari (naturalmente anche tossici e per nulla funzionali al sistema produttivo o commerciale). Come per la produzione e il commercio, anche nel campo della formazione di un mercato finanziario mondiale constatiamo una periodizzazione abbastanza univoca: dalla prima tumultuosa e fondamentale fase tardo-ottocentesca si entra, tra le due guerre, in un periodo di crisi – anche squisitamente “finanziarie” – che vede l’esclusione, in nome del nazionalismo economico (o di una inconciliabile alterità del sistema, come nel caso dell’Unione Sovietica e poi della Cina) di ampie aree del mondo, sottratte agli scambi finanziari internazionali. Un periodo che secondo molti autori in qualche modo giunge fino agli anni settanta del Novecento, con la successiva ripresa di una finanza globale attrezzata con nuovi strumenti tecnologici e organizzativi (e in nuovi, inediti mercati).

Ecco un invito implicito ad assumere uno sguardo globale anche quando ci si dedica a ricerche più ristrette. Pensiamo al caso italiano: la prima industrializzazione italiana tra Otto e Novecento è strettamente legata ai cicli di investimento stranieri, in primis inglesi, e alla possibilità di acquistare tecnologie e inserirsi nei mercati mondiali, “vendendo” forza lavoro (le preziose rimesse degli emigranti), esportando materie prime agricole e semi-lavorati, e rafforzando la moneta nazionale. Un caso di successo (ancorché parziale) nell’inseguimento dei primi: un catching-up che si ripeterà negli anni del cosiddetto miracolo economico, in cui si compie la definitiva trasformazione dell’Italia in paese industriale e manifatturiero, in una fase eccezionalmente favorevole alla crescita e all’integrazione. Di contro, i meccanismi del catching-up, e la capacità di agganciare e seguire il mutamento, sembra una dote perduta del nostro paese, misurata impietosamente dallo stallo della produttività generale del sistema. Il che a sua volta invita anche a riflettere sui diversi impatti che la crisi del 2007-08 ha avuto nei vari paesi.

Quale ‘rivoluzione commerciale’ si è verificata tra XIX e XX secolo?
Per rivoluzione commerciale, relativamente ai due secoli che vengono compresi all’interno della storia contemporanea, si intende innanzitutto l’estensione dei flussi commerciali ad aree fino a quel momento più marginali e meno interessate dalle reti dello scambio. Ciò rappresenta uno dei dati di maggior novità, in buona parte dovuti al miglioramento e alla maggior densità, rapidità e sicurezza dei sistemi di trasporto e di comunicazione, che conoscono uno sviluppo particolarmente significativo proprio a cavallo dei due secoli. Non è meno importante un ampliamento della gamma dei prodotti commercializzati, in grado di allargare sensibilmente l’offerta complessiva, e di trasformare merci delicate – a cominciare dal grano – in commodity trasportabili in enormi quantità e vendibili e vendibili su mercato all’altro capo della terra. Sulla cosiddetta rivoluzione commerciale incidono anche positivamente i periodi di pace fra le nazioni: ciò si rende chiaramente manifesto nel quasi cinquantennio che separa la guerra franco-prussiana dal primo conflitto mondiale e nei decenni successivi al 1945. È necessario poi ricordare il ruolo svolto dal 1947 dalla principale istituzione economica internazionale – prima GATT poi WTO – protagonista della regolamentazione su scala globale di ogni aspetto del commercio internazionale, che negli ultimi settanta anni ha conosciuto una impennata clamorosa.

Più in generale, se il commercio a lunga distanza ha alle spalle una storia millenaria, è solo a partire dal XIX secolo che commodity di largo uso e consumo sostituiscono i prodotti di lusso quali seta, spezie o porcellane, grazie all’adozione di originali e creative soluzioni a giganteschi problemi inerenti alla raccolta delle merci, al loro immagazzinamento, alla loro standardizzazione secondo riconosciute pratiche internazionali di classificazione, al trasporto, alla refrigerazione, alla congelazione, all’inscatolamento, su fino alla pubblicità e al marketing. Processi imponenti che determinano trasformazioni spesso «immateriali» ma dalle enormi conseguenze politiche e sociali: si pensi alla determinazione del prezzo, ora del tutto svincolato dalle aree di produzione, o ancora alla creazione di strumenti organizzativi e societari e all’invenzione di strumenti finanziari e assicurativi (in primis i contratti futures da cui hanno origine gli odierni mercati dei derivati); o alla pratica di trattati e accordi commerciali (bilaterali e multilaterali) che hanno dato vita a istituzioni internazionali esplicitamente dedicate alla regolamentazione dei traffici internazionali. Né si può infine dimenticare un elemento di estrema rilevanza sul piano economico-sociale: il «sistema» emerso dalla Rivoluzione commerciale, certamente non privo di difetti e spesso foriero di diseguaglianze, ha comunque  potentemente contribuito alla virtuale sparizione delle carestie di natura «tecnica», ovvero legate all’assenza di risorse e all’impossibilità di raggiungere le aree colpite con i rifornimenti, che hanno contrassegnato come una tragica costante la storia preindustriale dell’umanità, perennemente sotto il tallone del clima e delle epidemie.

Cosa implica il concetto di ‘impresa globale’?
Si tende semplicisticamente a far coincidere i due termini impresa globale e impresa multinazionale. Alcune imprese tipiche del nostro tempo sono chiaramente delle “imprese globali” perché per l’estensione geografica dei loro cicli produttivi e dei loro mercati hanno ormai perso una connotazione nazionale. Basti pensare ad esempi come Apple, la cui catena globale del valore si focalizza quasi esclusivamente al di fuori degli Stati Uniti, oppure agli articoli che Unilever vende nei centri commerciali di tutto il mondo contribuendo a uniformare i gusti e i bisogni dei consumatori su scala globale.  Il concetto di impresa globale implica la presa di coscienza rispetto ad un modello organizzativo e strategico che fa delle imprese di questo tipo come un paradigma della nostra economia globale. In realtà se è vero che per alcune multinazionali di oggi la definizione di globale cade a pennello, è altrettanto vero che la creazione di imprese di questo tipo di impresa è un fatto storico, che aderisce in maniera particolare alla nostra specifica globalizzazione. Altre fasi della globalizzazione, nel XIX e XX secolo, hanno prodotto “stili” di multinazionale profondamente diversi. Imprese fortemente radicate al contesto nazionale, con alcune appendici estere, altre “bi-cefale” con due centri produttivi-commerciali, altre ancora che si interessavano all’estero solo per una parte specifica del loro ciclo produttivo o commerciale. In alcuni casi si hanno imprese “multi-domestiche”, che hanno la capacità di fornire, in mercati nazionali o regionali diversi, prodotti assimilabili come locali. Inoltre, non si può pensare che solamente il big business possa produrre imprese globali. Rispondono alla logica globale nel mondo contemporaneo anche imprese di dimensioni minori, ma alle quali non manca la propensione alla proiezione globale. Si pensi, come esempio paradigmatico, alle sempre più diffuse pocket multinationals, che anche in Italia si distinguono per dinamismo e brillantezza di performance, la cui taglia non è particolarmente robusta, ma che dimostrano un’accentuata aggressività e una forte capacità di trovare acconce collocazioni nell’attuale costellazione economica globale spesso grazie anche all’adozione di strategie espansive efficaci e all’adozione di tecnologie avanzate.

Che ne sarà di Stato e istituzioni nell’economia globale nei secoli XX e XXI?
Nel 1994 lo studioso giapponese Kenichi Ohmae pubblicava un libro molto discusso all’epoca e che ancora oggi viene letto e considerato un riferimento necessario nella letteratura economica. Vi si proclamava la fine dei confini e dello stato nazione – The Borderless World era il titolo – travolti dalla globalizzazione e in pratica resi inutili dal nuovo mondo, che molti economisti nei primi anni dello sviluppo globale vedevano in prospettiva flat, cioè totalmente integrato. Le cose sono andate diversamente, anche se indubbiamente la tendenza si è rivelata quella indicata dall’autore del celebre libro. Affermare che i flussi globali non riconoscono Stati e istituzioni riflette certamente una delle principali trasformazioni del mondo negli ultimi trent’anni, ma occorre estrema prudenza nell’annunciare la morte dello Stato-nazione, al contrario resuscitato in una chiave sovranista che richiede a gran voce la blindatura delle frontiere e la riduzione stessa degli scambi in un’ottica neo-protezionistica. Dunque rispondere ad una tale domanda espone a rischi considerevoli, forse invece conviene adottare un atteggiamento intonato alla prudenza, che ci obbliga a continuare a fare i conti con il concetto di Stato-nazione.

Il che ci permette di tornare ad un problema fondamentale che a nostro avviso attraversa e unifica i diversi saggi del libro: il ruolo della politica e la centralità degli attori, in carne ed ossa, siano essi produttori, consumatori, decisori.