Storia e psichiatria. Problemi, ricerche, fonti, Fabio Milazzo, Graziano MamoneDott. Fabio Milazzo, Lei ha curato con Graziano Mamone l’edizione del libro Storia e psichiatria. Problemi, ricerche, fonti pubblicato da Biblion Edizioni: quale importanza riveste, come genere storiografico, la storia della psichiatria?
La storia della psichiatria, di cui il volume cerca di offrire una panoramica di alcuni degli studi e delle ricerche attuali, è un campo di ricerca ormai ricco e consolidato. In tal senso, chi oggi affronta lo studio storico delle teorie e delle pratiche che hanno riguardato il trattamento della malattia mentale, l’evoluzione della psichiatria e delle sue istituzioni, ha davanti una realtà molto diversa rispetto a quella della fine degli anni Sessanta, quando nei dipartimenti di studi storici imperava il disinteresse e la diffidenza per questo tipo di studi e le ricerche erano perlopiù il risultato di erudite analisi provenienti dall’interno del campo psichiatrico o indagini dalla marcata impronta ideologica. Queste ultime in particolare avranno un ruolo non secondario nello sviluppo di una sensibilità più attenta al tema delle condizioni di vita all’interno dei manicomi, al ruolo della psichiatria e nel portare alla luce tutte le contraddizioni di politiche terapeutiche basate su regimi reclusivi. A fronte di ciò, proprio per l’intento che le animava, tali studi risultavano spesso poco scientifici e critici. Ciò che è cambiato da allora è non soltanto una maggiore attenzione, anche all’interno dei dipartimenti di studi storici – contemporaneisti e modernisti – per l’ambito psichiatrico, ma più in generale la consapevolezza dell’importanza dei nessi tra storia e psichiatria per indagare nella sua complessa articolazione la storia sociale, culturale e istituzionale della medicina. E quest’ultima vista non come un campo separato dalla società, secondo un’ottica corporativa, ma nei suoi rapporti, riflessi e contaminazioni con la società di cui è espressione. La storia della psichiatria, alla luce di ciò, si configura come psichiatria nella storia e quindi anche nell’evoluzione politica, culturale e nell’immaginario del Paese. Tutto ciò ha reso interessante tale campo di studi non soltanto per gli storici della psichiatria e della medicina, ma più in generali per gli studiosi che si occupano delle tematiche di genere, delle forme di esclusione praticate nel trattamento della malattia mentale, dell’uso fatto dei manicomi dai totalitarismi, dello studio delle idee, solo per citare qualche tematica. Non bisogna inoltre dimenticare che le istituzioni psichiatriche sono state sicuramente uno dei paradigmi dell’esclusione Otto e Novecentesca, ma ciò non ha impedito loro di sviluppare e intrattenere una molteplicità di relazioni con diversi gruppi sociali, anche esterni all’istituzione stessa: gli alienati, certamente, i medici e gli infermieri, i lavoratori che giornalmente oltrepassavano i portoni dei manicomi per svolgere una qualche opera necessaria al funzionamento dell’istituzione (fornai, calzolai, muratori e carpentieri, artigiani), solo per citare alcuni. Accanto a queste figure, che “vivevano il manicomio dal di dentro”, c’erano poi tutta un’altra serie di gruppi che con l’istituzione avevano continui rapporti: le autorità politiche provinciali (i manicomi a partire dalla Legge del Comuni e delle Province del 1865 dipendeva da queste ultime); le famiglie degli internati; medici e farmacisti delle città che ospitavano le istituzioni psichiatriche; magistrati e autorità di pubblica sicurezza, etc. Ciò contribuiva alla circolazione dell’informazione tra l’interno e l’esterno della struttura, determinando un flusso continuo e un reciproco condizionamento. Tutto questo contribuiva, insomma, alla produzione di dinamiche sociali e alla costruzione dell’immaginario collettivo sui manicomi e gli ospedali psichiatrici (il termine manicomio venne abbandonato a partir dagli anni Venti del Novecento). Tutti questi aspetti sono stati riscoperti e portati alla luce da una storiografia attenta – e i contributi presenti nel libro offrono una panoramica di alcune delle linee di ricerca battute – che concretamente sta studiando e portando alla luce il nesso tra storia e scienze della mente nelle sue molteplici articolazioni. E finalmente tutto ciò ha svincolato l’ambito di ricerca dalle chiusure corporative, dalle prospettive ideologiche e dallo specialismo autoreferenziale. Prendendo a prestito le parole di Vinzia Fiorino, tra gli studiosi che più e meglio si sono impegnati per emancipare la storia della psichiatria dagli interessi corporativi e dalle contaminazioni ideologiche, direi che finalmente questo filone di studi è «forte, radicato e rinnovato».

Cosa significa tracciare la storia dei temi psichiatrici?
Studiare i temi psichiatrici, e più in particolare i concetti attraverso cui nel corso della storia si è cercato di dare un nome alla malattia mentale, significa non soltanto compiere un’analisi erudita che interessa l’ambito medico, ma più in profondità studiare le forme e le pratiche attraverso cui la società, nella sua interezza, si è posta in relazione alla follia e ai soggetti che ne sono stati colpiti. In particolare le categorie diagnostiche non sono entità fisse, stabilite una volta per tutte, ma mutano nel corso della storia, come risultato del dibattito scientifico, certo, ma anche di una serie di dinamiche culturali, politiche, economiche che interessano tutta la società e non soltanto l’ambito medico. In tal senso tali costellazioni sono al tempo stesso causa ed effetto di dialettiche bio-sociali dalle quali transita l’idea stessa dell’essere uomo. Come ha dimostrato convincentemente Ian Hacking, in studi come Rewriting the Soul: Multiple Personality and the Sciences of Memory (1995) e Mad Travelers: Reflections on the Reality of Transient Mental Illnesses (1998), le patologie psichiatriche sembrano essere soggette a un paradosso epistemologico, in quanto appaiono e scompaiono nel corso della storia, e ciò parallelamente alla presenza o meno di categorie nosografiche in grado di identificarle chiaramente. Questo significa che le patologie psichiatriche sono l’effetto delle categorie attraverso le quali le identifichiamo? Non è così semplice e Hacking ha proposto di evitare la comoda, ma inefficace, alternativa del costrutto sociale o dell’entità immodificabile. Diversamente egli ha sottolineato come le patologie psichiatriche sorgano e si costituiscano alla luce di complesse circostanze storiche, sociali, culturali, economiche e riguardano tanto la dimensione individuale quanto quella collettiva. Fondamentale è il riferimento all’«habitat» storico, un insieme complesso costituito da fattori sociali, culturali, medici, politici, che stabiliscono le condizioni perché un fenomeno psicopatologico sussista o venga meno . Una patologia psichiatrica non è dunque un’essenza immutabile che attraversa i tempi e neanche una costruzione sociale legata solo alle proiezioni individuali e collettive di una certa epoca. Piuttosto è un’entità articolata che risente tanto della sua bio-complessità, quanto delle categorie diagnostiche attraverso cui viene designata in una certa epoca. Paradigmatico per quanto detto è il caso dello shell shock, il trauma di guerra – di cui mi sono occupato -, che prima della guerra in Vietnam non esiste come entità diagnostica ben definita, e questo nonostante fin dalla guerra di Libia schiere di soldati traumatizzati avessero affollato gli ospedaletti da campo e i manicomi con sintomi psicopatologici prodotti dai conflitti sulle menti di civili e combattenti. Alla luce di ciò l’indagine storica si configura come fondamentale per analizzare le linee di continuità, ma anche le rotture e in punti di emergenza di questa vicenda articolata e complessa e dalle evidenti ricadute sociali.

A quali fonti attinge la disciplina?
Le fonti per lo studio della storia della psichiatria, ma anche per le interazioni tra società, cultura e psichiatria nella storia sono diverse. Innanzitutto bisogna segnalare quelle prodotte dalle istituzioni psichiatriche che, essenzialmente, possiamo dividere in due grandi insiemi: la documentazione clinica (cartelle, polizze mediche e fascicoli), inerente la storia medica dei ricoverati; la documentazione amministrativa, cioè tutte le “carte” riguardanti il funzionamento istituzionale degli ex ospedali psichiatrici (voci riguardanti le spese, fascicoli del personale, scambi epistolari con altri soggetti istituzionali, etc.). Se il primo insieme è oramai ampiamente utilizzato e valorizzato dagli storici per le più diverse ricerche inerenti la storia clinica degli internati, le pratiche di trattamento della follia, etc., il secondo gruppo documentario attende ancora piena valorizzazione. In realtà la sua importanza è centrale per la ricostruzione della complessità istituzionale degli ex ospedali psichiatrici e pertanto risulta centrale per ogni analisi storica sulle vicende dei manicomi. Il valore di tale documentazione è stato ampiamente riconosciuto per l’ambito di studio ed è al centro di un progetto, “Carte da legare”, promosso dalla Direzione generale archivi del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo che si propone di tutelare il patrimonio archivistico di queste istituzioni. Accanto a questa documentazione, altrettanto importante, è quella relativa al dibattito scientifico inerente la storia della psichiatria e, in ordine a ciò, sono fondamentali le riviste dell’epoca, gli organi di informazione delle diverse società psichiatriche, ma anche i bollettini e i fogli d’informazione prodotti dalla direzioni sanitarie dei diversi manicomi. Questi ultimi, oltre a contenere informazioni preziose per la storia delle istituzioni di cui sono emanazione, testimoniano l’attività sanitaria, e spesso le opinioni mediche, delle rispettive direzioni sanitarie. In un contesto – soprattutto quello tra Otto e Novecento – fortemente disomogeneo, quale quello psichiatrico, in cui la pratica clinica e le lenti diagnostiche adottate dipendevano dalla cultura e dall’ideologia dei direttori, questi fogli d’informazione (in alcuni casi vere e proprie riviste) rivestono uno straordinario valore storico e documentario. Per fare un esempio relativo a una rivista di cui mi sto occupando, “Schizofrenie”, prodotta dai medici dell’ex ospedale psichiatrico provinciale di Cuneo, in essa sono presenti non soltanto informazioni statistiche sui ricoverati dell’istituto, ma anche informazioni sulle sperimentazioni in corso e veri e propri articoli scientifici prodotti dai medici dell’istituto. Ancora merita di essere segnalata, per la ricostruzione delle storie dei pazienti, ma non solo, la documentazione giudiziaria, riguardante i decreti d’internamento, ma anche le perizie psichiatriche e le inchieste giudiziarie nei casi di criminali riconosciuti incapaci di intendere e volere e quindi ricoverati negli istituti psichiatrici. C’è poi da segnalare tutta la documentazione prodotta dagli enti (locali ma non solo) che in misura diversa si sono occupati del reinserimento dei pazienti dimessi dalle istituzioni psichiatriche (patronati, società di soccorso, etc.). E ancora, per il periodo successivo alla Legge Basaglia, delle istituzioni che sono subentrate agli ospedali psichiatrici nell’assistenza ai pazienti. Le fonti insomma non mancano e l’elenco potrebbe continuare, il problema semmai è quello della loro disponibilità. Molti archivi psichiatrici risultano non aperti al pubblico e quindi la loro documentazione non disponibile o spesso non censita. Il problema, per diverse ragioni, lievita nel caso degli archivi degli ex Ospedali psichiatrici giudiziari.

Quali sono le principali questioni aperte da questo filone di studi?
Le questioni aperte sono molteplici e per farsi un’idea di ciò si può scorgere l’indice del volume che ho curato con Graziano Mamone. Tra queste è possibile segnalare: lo studio e il trattamento degli effetti psicopatologici dei conflitti sula mente di civili e combattenti; i riflessi psichici legati al tema dell’emigrazione e lo sguardo della psichiatria sulla questione; il tema della psichiatria coloniale e il trattamento del paziente ritenuto razzialmente inferiore (pensiamo al contesto libico); la questione di genere con le rispettive politiche diagnostiche e di trattamento adottate; la questione dello sguardo psichiatrico rispetto al tema della razza (paradigmatica quella ebraica), con relative presunte specificità cliniche; la storia del rinnovamento psichiatrico prima e dopo Basaglia con la chiusura dei manicomi; la questione dell’internamento e del trattamento dei minori ritenuti affetti da tare psichiche; la questione delle diverse “terapie” adottate per fronteggiare la malattia mentale (da quelle psicochirurgiche, a quelle shock, senza dimenticare il tema dell’evoluzione storica degli psicofarmaci);

Quale percorso storico ha seguito la psichiatria?
Il percorso storico della psichiatria è segnato dall’evoluzione del discorso medico sulla malattia mentale e sul ruolo e la considerazione del folle. In particolare è lo sfondo culturale che riconosce legittimità all’idea di curare l’uomo nella sua complessità attraverso il sapere medico e scientifico a rendere possibile la nascita della psichiatria e delle sue istituzioni. L’Ottocento in tal senso è il secolo del dibattito sulla natura e la fisionomia degli istituti speciali che si sarebbero dovuti occupare del trattamento dei malati di mente. È bene precisare che questo dibattito, almeno nelle sue spinte iniziali, è legato a un progetto riformatore, dimostratosi poi fallimentare, e a istanze di utopia sociale. La figura di Pinel, così centrale per il nascente alienismo, si proponeva proprio di curare la malattia mentale attraverso la scienza medica, dunque il metodo scientifico applicato per la cura e il benessere dell’uomo. Fu però sempre in questo clima culturale, e anche per favorire una migliore osservazione del malato, che si fece strada l’idea della separazione dal folle dalla società. Ciò era inoltre necessario per la rieducazione del “maniaco”, da farsi attraverso il trattamento morale, in una struttura rigidamente organizzata in cui tutto lo spazio-tempo era gestito con vigore dal medico-direttore. L’utopia medica che reggeva tali progetti ebbe riflessi e declinazioni anche nell’Italia pre-unitaria, con figure come Chiarugi ritenuto uno dei precursori del moderno trattamento della follia nella Penisola.

Negli anni intorno all’Unità tali tendenze erano state metabolizzate dalla cultura medica e scientifica, ma anche sintetizzate alla luce delle svolte intervenute nel sapere medico: le dottrine sistematiche avevano lasciato posto al metodo anatomo-clinico e da qui alle teorie trascendentali. Naturalmente il percorso è molto più articolato e complesso di come lo sto qui brevemente rievocando, ma può rendere l’idea della strada percorsa dal discorso psichiatrico all’interno del sapere medico. E proprio il riconoscimento di scienza autonoma e pienamente legittimata tra i saperi medici fu l’obiettivo di alienisti come Carlo Livi e Andrea Verga e Sefano Biffi. Questo percorso di legittimazione, che come pre-condizione aveva quello di una maggiore unità tra gli alienisti, ebbe un momento di svolta con l’azione di Verga e con la fondazione dell’Archivio italiano per le malattie nervose e più particolarmente per le alienazioni mentali. La rivista fu nella seconda metà dell’Ottocento un organo di informazione fondamentale per la psichiatria italiana e anche la sede di dibattiti scientifici che contribuirono alla costruzione del discorso psichiatrico nazionale. Da quest’esperienza nacque la Società freniatrica italiana che nel giro di un anno annoverava 88 soci. La scuola milanese venne criticata dalla scuola reggiana di Morselli e Tamburini per essersi allontanata dall’indirizzo sperimentale in un momento in cui l’alienismo internazionale, basti pensare a Griesinger, riconosceva l’importanza dell’anatomia e della fisiopatologia clinica per lo studio delle malattie nervose. Le divergenze con la scuola milanese spinsero Morselli e Tamburini a fondare la Rivista Sperimentale di Freniatria che, ancora oggi, è tra gli organi d’informazione più importanti dell’universo psichiatrico. Si faceva sempre più spazio l’indagine positiva, sperimentale e scientifica, cifre che segnarono l’alienismo italiano tra Otto e Novecento. Il resto, e davvero limitandomi a poche battute, è un percorso che lega sempre più la psichiatria alla funzione securitaria, ratificata con la legge del 1904, che stabiliva come criterio d’internamento manicomiale la pericolosità sociale dell’alienato.

Da questo momento in poi la storia novecentesca della psichiatria in Italia, a mio giudizio, non può essere letta al di fuori dei suoi legami con l’istituzione manicomiale e con il peso ingombrante da questa rappresentato. Un peso che ha contribuito a fare degli psichiatri i guardiani dei “matti” rinchiusi in manicomio. Una storia questa che, pur nelle sue diverse articolazioni, che non possiamo esaurire nel poco spazio a disposizione, si concluderà con la legge 180, a tutti gli effetti la fine di una storia e l’inizio di una vicenda in buona parte ancora da scrivere.

Fabio Milazzo è ricercatore presso l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e collabora con la cattedra di Storia Contemporanea dell’Università di Messina. Si occupa prevalentemente di storia della devianza, di storia sociale e culturale della psichiatria e delle sue istituzioni, di storia del tifo radicale e di teoria storiografica. Oltre ad articoli e saggi pubblicati su diverse riviste ha recentemente curato il volume Storia e psichiatria. Problemi, ricerche, fonti (con G.Mamone, Biblion 2019) e l’introduzione alla nuova edizione italiana di Metahistory. Retorica e storia di Hayden White (Meltemi 2019). Ha scritto: Una casa di custodia per i maniaci pericolosi. Storia del manicomio di Racconigi dalle origini al fascismo, 1871-1930 (Primalpe-Istorecn 2019) e, con G. Mamone, Deserti della mente. Psichiatria e combattenti nella guerra di Libia 1911-1912 (Le Monnier 2019).

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