Storia e pratica del silenzio, Remo BassettiDott. Remo Bassetti, Lei è autore del libro Storia e pratica del silenzio edito da Bollati Boringhieri: perché abbiamo bisogno del silenzio?
In realtà quel che penso è che abbiamo bisogno del silenzio almeno quanto abbiamo bisogno delle parole. Se però sono stati spesi interi tomi per dar conto del significato delle parole e della distinzione tra quelle salvifiche e quelle omicide, tra quelle vuotamente retoriche e quelle intensamente chiarificatrici, e così via, il silenzio viene di solito liquidato in blocco. Eppure le vite individuali, al pari delle istituzioni o delle relazioni sentimentali, sono definite anche dalla qualità dei silenzi. Questo per quel che concerne il silenzio in rapporto alle parole. C’è poi il silenzio rispetto al rumore, che sta conoscendo una grande rivalutazione come strumento di difesa e costruzione di una propria interiorità. Il rumore però è un suono che noi qualifichiamo “culturalmente” come rumore. Nessuno, secoli addietro, si sarebbe sognato di considerare le campane un rumore. Diciamo che anche questa storia di “fuggire dai rumori del mondo” rischia di svilirsi in un passeggero fenomeno di marketing. Prima di essere noi ad avere bisogno del silenzio, è il silenzio che ha bisogno di nostre riflessioni un po’ meno convenzionali.

Quale funzione aveva il silenzio nelle civiltà antiche?
Contrariamente a quel che si può pensare le civiltà antiche erano piuttosto chiassose. In Grecia, poi, il silenzio era una punizione, una iattura, una segregazione dalla comunità. Nel migliore dei casi un’appendice della parola, come le pause o le omissioni sapientemente usate nel discorso retorico. Un’analoga funzione di contrappeso era il massimo cui potesse aspirare nelle funzioni religiose. Un’eccezione fu la scuola pitagorica. E in verità una traccia del valore del silenzio si reperisce andando a fondo della dottrina socratica. La situazione non cambiò troppo neppure a Roma, salvo il fatto che si cominciò a riflettere su come inquadrare il silenzio giuridicamente, che si trattasse di quello dell’imputato o della parte che doveva concludere un contratto.

Quale valore ha il silenzio nelle culture orientali?
Alcune culture, quella giapponese ad esempio, ritengono appropriato il silenzio secondo durate e circostanze che in noi creerebbero imbarazzo. Ma questa non è una peculiarità orientale, potremmo esprimerci in modo affine per gli indiani d’America o per i finlandesi. Quel che è veramente interessante è il ruolo del silenzio nel buddismo. Nel mio libro mi sono occupato sia del silenzio sia nel cristianesimo che nel buddismo. Il primo trasmette del silenzio una dimensione pratica ed esemplare, attraverso i monasteri, e una dimensione paradossale e “scandalosa” nel silenzio di Dio. Nel buddismo il silenzio è assolutamente costitutivo. Il linguaggio è un moltiplicatore degli oggetti e come tale intralcia il raggiungimento del nirvana non meno di quanto faccia il desiderio. Tutto l’insegnamento zen, poi, va a mio parere rivisitato come un severo esercizio alla dissuasione della parola.

Cosa significa vivere nel silenzio della sordità?
La storia della sordità è piuttosto sorprendente, perché dopo una lunga e discriminante equiparazione tra la sordità e la debolezza mentale, che affonda le sue radici persino in Aristotele, diventa uno scontro culturale tra le persone “normali” e degli infelici che non parlano e devono essere salvati (la sordità e il mutismo sono collegati non fisiologicamente, come si credeva anticamente: semplicemente il sordo non udendo i suoni ha difficoltà nel riprodurli). Il problema è che il metodo, dalla fine dell’Ottocento, venne individuato nell’inibizione della gestualità, anche nella formazione scolastica. Una sorta di somministrazione coatta della parola, che dagli anni settanta ha suscitato in alcune frange di sordi un sentimento identitario antagonistico. Oggi le neuroscienze, oltre alle sperimentazioni empiriche, dimostrano che usare i segni favorisce il successivo apprendimento della parola e impiega gli stessi circuiti cerebrali del linguaggio verbale. Inoltre la linguistica ha evidenziato come la comunicazione con i segni sia un linguaggio in senso tecnico, e affatto povero di complessità. La sordità rimane un handicap, nel senso che preclude obiettivamente al sordo alcune opportunità strettamente connesse alla percezione acustica: eppure affrontata dall’ambiente in modo giusto conserva per il sordo l’accesso a una grande ricchezza espressiva e interiore. Parliamo ovviamente della sordità congenita o comunque di poco successiva alla nascita. Quella che piomba in età avanzata, purtroppo, è solo una malattia invalidante.

Nel libro ci ricorda che la lettura silenziosa è una pratica piuttosto recente.
Sì, anche se vi è l’antica testimonianza di uno stupito Sant’Agostino a proposito della lettura silenziosa di Sant’Ambrogio, la lettura silenziosa come pratica elitaria si afferma intorno al 1200, e perché diventasse la regola nella classe istruita bisognò attendere l’invenzione della stampa. Fu in un certo senso la lettura silenziosa che offrì all’origine del romanzo la chance di liberare le storie da certe ingessanti tipizzazioni, rese necessarie dall’oralità della diffusione. Il lettore silenzioso ricordava in modo diverso e poteva apprezzare ed assimilare le psicologie particolari dei personaggi. Le cronache dell’epoca attestano che le donne erano grandi lettrici, e che ai puritani rimaneva il dubbio che ciò fosse conveniente per l’evoluzione dei costumi. Oggi quel che ci preoccupa è che la rivoluzione sinaptica messa in moto dalla lettura silenziosa possa essere incrinata dalla predisposizione a una forma di lettura diversa (o di non lettura), favorita dalle nuove tecnologie.

Come è stato interpretato in musica il silenzio?
Il silenzio nella musica viene di solito abbinato alla sconcertante esibizione, avvenuta a Woodstock il 29 agosto 1952 in una sala da concerto: il pianista David Tudor eseguì, a suo dire, un brano composto da John Cage, che consistette nel rimanere immobili per 4 minuti e 33 secondi. Il brano sarebbe passato alla storia come 4’33’’, ed è pure diviso in tre tempi come le sonate convenzionali. Le riflessioni filosofiche, più che musicali, di quella trovata di Cage sono molto affascinanti e nel mio libro ne ripercorro alcuni fili. Ma la mia conclusione è che Cage voleva dimostrare che il silenzio non esiste, tant’è che nella registrazione la musica veniva surrogata dai movimenti e dagli spostamenti degli spettatori. Per trovare il vero legame del silenzio con la musica dobbiamo rivolgerci altrove: partire dalle smaterializzazioni di Debussy per arrivare alla purificazione del suono nell’essenziale, come in Arvo Part o Taverner, o al corteggiamento dell’inudibile, come in Kancheli e Sciarrino. Direi che uno dei filoni musicali più interessanti del secondo Novecento e di questo XXI secolo sia proprio l’estensione del ruolo del silenzio in musica, al di là della sua funzione di pausa e appoggio. Certamente molta musica contemporanea dilata l’attesa della sonorità. 

Qual è la grammatica del silenzio?
È incredibile come la linguistica si sia dedicata in modo certosino all’esame di tutte le pratiche verbali, differenziandole, e abbia quasi omesso di indagare il silenzio, come si trattasse di uno spazio uniforme. Anche da un punto di vista pedagogico, noi veniamo educati ad impiegare le parole appropriate alle circostanze ma nessuno ci introduce alla padronanza del silenzio. Nel mio libro ho cercato di infilarmi in questa terra di nessuno, dapprima ricavandone che il silenzio è a pieno titolo un atto linguistico, che viene impiegato soprattutto al ricorrere di certi moventi emotivi; e successivamente ho cercato di catalogare quindici tipi di silenzio, abbinandoli alla gamma di emozioni cui sono collegati. La grammatica del silenzio che ho proposto è questa: un’introduzione al suo uso e alla sua interpretazione.

Quale valore ha assunto il silenzio nella nostra società?
Rispetto al rumore c’è un principio di crisi di rigetto, soprattutto ideologico. Direi tuttavia che il dominio del rumore rimane ben saldo. Nella città in cui vivo, Torino, i prezzi delle case collinari sono crollati perché tutti vogliono andare ad abitare in centro, che presenta un quadro sensorialmente molto eccitante ma anche acusticamente devastante. D’altronde il rumore si annida negli angoli più impensati: la stanza ospedaliera è passata in vent’anni dai 55 decibel ai 72, a causa di ventilatori, apparecchi di monitoraggio, letti elettrici e pompe infusionali. La tecnologia tuttora tende a dilatare il rumore ma in prospettiva sembra prendersi carico della sua riduzione. Rispetto alla parola, mi sembra palese che tra il torrente dei social e la logorrea della classe politica il silenzio sia più un’aspirazione ideale che un dato concreto. Diciamo tuttavia che l’individuo motivato ha ampie possibilità di immergersi nel silenzio acustico e in quello interiore, e a volte non in posti scontati. Nel libro cito un esempio piuttosto curioso che riguarda il fresco premio Nobel Peter Handke.

Il libro si conclude con l’elaborazione di dieci brevi tesi: come si fa del buon silenzio?
Il silenzio può essere vergognoso, come quello con il quale sono stati lungamente occultati certi massacri o come quello dell’uomo politico che rifiuta di rispondere a domande su certe sue condotte pubblicamente rilevanti. E all’opposto può essere la forma più solenne di rispetto. Al tempo stesso, il silenzio può essere una consapevole e insindacabile scelta individuale oppure una forma umiliante di costrizione. Abbiamo dunque due poli per giudicare se un silenzio sia buono o cattivo: l’etica e la libertà. Ma in molte situazioni private dobbiamo chiamare in causa la nostra sensibilità più profonda per capire quando il silenzio sia il veicolo perfetto dell’empatia e quando marchi una distanza radicale dalle persone vicine. È questo il gioco a cui invito a giocare. In fondo, è quello in cui, volenti o nolenti, giochiamo nelle nostre relazioni amorose. In amore tacere silenzi diversi, e per giunta fraintenderli, è assai più grave che esprimersi in idiomi differenti.