Dottor Pellizzari, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi della UTET, si intitola Storia e geografia del Giro d’Italia. Da oltre un secolo la Corsa Rosa accompagna la storia del nostro Paese: come nacque questo importantissimo evento sportivo?
Storia e geografia del Giro d'Italia Giacomo PellizzariDa un’idea semplice quanto visionaria: disegnare una corsa ciclistica a tappe capace di toccare tutto, se non gran parte, del nostro paese. Sulle orme di quel Giro di Francia o Tour de France, che da qualche anno faceva girare la testa ai cugini francesi. L’Italia era il paese più bello e forse più celebrato al mondo, persino Goethe le aveva dedicato un libro (“Viaggio in Italia”). Poteva non avere una corsa a tappe tutta sua?
Era il 24 agosto del 1908. La Gazzetta dello Sport ebbe la meglio sul Corriere della Sera e diede l’annuncio dalle sue pagine per prima: l’anno successivo – il 13 maggio del 1909 per la precisione – si sarebbe corsa la prima edizione del “Primo Giro Internazionale d’Italia”. I due giornali milanesi si erano dati battaglia, senza esclusione di colpi, mossi dalla stessa idea. Anzi, i primi ad averla avuta, a onor di cronaca, erano quelli del Corriere. Che poi aiuterà economicamente la Gazzetta nell’organizzazione della corsa.

Quali edizioni, tra quelle disputate, considera le più rilevanti e perché?
Difficile se non impossibile rispondere a questa domanda: tutte le edizioni del Giro d’Italia sono belle. Dipende da cosa si cerca e da cosa si vuole vedere in una corsa a tappe. Contano i ciclisti certo (e da qualche anno il nostro Giro fatica ad attrarre i big, è innegabile), ma conta anche – e forse persino di più –  il tracciato. E dunque lo spettacolo che ne deriverà. Credo infatti – questa almeno è la tesi sostenuta nel mio libro – che i veri protagonisti della Corsa Rosa siano proprio loro, i paesaggi più che i corridori. Passi, valli, colline, borghi, città d’arte del paese più bello del mondo. Così piccolo (e stretto tra due mari) eppure così ricco di varietà geografiche ed artistiche da non avere concorrenza.
Lancio una proposta: mi piacerebbe che si organizzassero nelle scuole italiane delle dirette pomeridiane del Giro d’Italia, sarebbe una straordinaria lezione di geografia. Un modo diverso ed avvincente di avvicinare i ragazzi alle bellezze di questa incredibile nazione.
Per tornare alla vostra domanda, quella sulle edizioni più emozionanti, ne cito tre.  E – si badi bene – sono tutte e tre legate indissolubilmente ad un luogo: 1940, quando nacque, sui tornanti dell’Abetone, il mito di Fausto Coppi, il campionissimo; 1969, quando sulle Tre Cime di Lavaredo venne al mondo Eddy Merckx, il ciclista più forte di tutti i tempi; 1994, quando il Mortirolo diede i natali a Marco Pantani. Lo scalatore più forte di sempre.

Quali sono stati i campioni più popolari?
In Italia, sicuramente Gino Bartali, Fausto Coppi e Marco Pantani. L’ultimo ha corso cinquanta anni dopo i primi due, un dato significativo. Eppure – come fece notare in modo geniale Gianni Mura – sembrava appartenere a una specie antica, a quella di quei tempi dimenticati, del ciclismo “eroico”. Ma tra i ciclisti più popolari, legati magari a un singolo episodio, a una tappa particolare del Giro, ci sono sicuramente altri nomi. Si pensi ad esempio al grimpeur lussemburghese Charly Gaul e alla sua straordinaria impresa del 1956 sul Monte Bondone, sotto una tormenta di neve. Oppure all’americano Andrew Hampsten, che, sotto una bufera anche peggiore, arrivò semicongelato a Bormio. Andy aveva percorso in discesa i tornanti infiniti del passo Gavia con indosso solo una maglietta, manicotti e dei pantaloncini corti. E che dire invece di Gianni Bugno, che vinse un Giro indossando la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa o dei mitici duelli tra Gimondi e Merckx o tra Moser e Saronni?

Oltre che evento sportivo, il Giro ha da sempre rappresentato i diversi momenti storici attraversati dal nostro Paese: come si sono legate storia e sport?
In modo direi perfettamente naturale e spontaneo. Quando corri tutti gli anni, per le strade di un intero paese per tre settimane consecutive, è inevitabile intrecciarsi anche con la sua storia.
Mi viene in mente un episodio: 1978, Francesco Moser vince una tappa a cronometro con arrivo a Venezia in piazza San Marco, soltanto pochi giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Sull’Italia sembrava calata la notte più buia, eppure, per qualche ora, grazie a quella incredibile tappa sulle acque (i ciclisti dovettero percorrere un ponte di barche costruito per l’occasione) riapparve il sole. Magia del Giro, magia del ciclismo.

Cosa rimane oggi di un secolo di Giro d’Italia?
Tutto o quasi, direi. Non sono di quelli nostalgici o passatisti. Abbiamo appena assistito a due edizioni bellissime ed emozionanti della Corsa Rosa: la prima vinta da Vincenzo Nibali nel 2016 dopo un’incredibile rimonta finale; la seconda da un olandese, il primo nella storia del Giro, Tom Dumoulin, dopo un bellissimo duello conclusosi solo all’ultima tappa. Spesso il Giro sa essere molto più incerto e competitivo del Tour de France, a voler ben vedere. Si corre nella stagione più bella dell’anno, un tripudio di colori e vegetazione che poi non si vede più. Cogliamo questa occasione, valorizziamo il Giro.
Mancano i soldi, è vero, i budget sono imparagonabili a quelli del Tour de France. Manca però anche la voglia di investire dei grandi sponsor nel ciclismo e anche un pizzico di capacità visionaria e “creativa”. Come quelle che aveva Vincenzo Torriani, vero “nume tutelare” di questa corsa incredibile (e del mio libro). Eppure penso che il Giro sia vivo e vegeto. Pronto a risorgere, in qualunque momento, dietro qualunque tornante o filare d’alberi. Mille di questi 100 Giri! Questo il mio augurio.