“Storia e filosofia della geopolitica” a cura di Giuseppe De Ruvo

Dott. Giuseppe De Ruvo, Lei ha curato l’edizione del libro Storia e filosofia della geopolitica, pubblicato da Carocci. Come scrive Lucio Caracciolo nella sua prefazione, «oggi la chiacchiera “geopolitica” dilaga e investe ogni ambito delle nostre esistenze, vite private incluse»: quando nasce la geopolitica e quali fasi ne hanno caratterizzato la storia?
Storia e filosofia della geopolitica, Giuseppe De RuvoDare una data di nascita alla geopolitica è estremamente complesso, per una serie di ragioni che nel libro sono esplorate in profondità. Il punto è capire cosa intendiamo con questa parola che oggi, come ha scritto Caracciolo, viene applicata praticamente a tutto. Se, con geopolitica, intendiamo l’imperativo territoriale, la necessità di difendere uno spazio che si controlla e possibilmente di ampliarlo, allora la risposta è che la geopolitica è sempre esistita. O, per dirla con Rousseau, esiste almeno da quando un uomo ha recintato un confine e ha affermato “questo è mio” in senso collettivo, ovvero questo pezzo di terra appartiene alla mia comunità. Ma, di certo, non si può parlare di pensiero geopolitico.

Certamente, durante la modernità europea, e in particolare dopo le paci della Westfalia del 1648, il pensiero strategico è diventato centrale nelle cancellerie europee. La dottrina della ragion di Stato aveva certamente una tendenza che, oggi, definiremmo geopolitica. Uomini come Richelieu, Colbert o lo stesso Adam Smith cercavano di portare avanti gli interessi dello Stato di riferimento all’interno di teatri complessi, combinando operazioni culturali, diplomatiche, economiche e militari. La parola geopolitica non esisteva, ma la loro prassi era senza dubbio tale. Peraltro, è in quell’epoca che si sono codificate strutture di pensiero e di azione – tra tutte, quella europea del balance of power e quella britannica di talassocrazia – che oggi trovano ancora una certa attualità. Quel che è interessante di questa fase, a mio avviso, è che i “geopolitici” erano innanzitutto “consiglieri del principe”. Non erano (solo) analisti o intellettuali. Erano persone pratiche. Il cui lavoro era quella che in inglese si chiama “statecraft”, lemma che esprime – nella parola “craft” – una certa artigianalità. Il pensiero strategico non era vincolato a modelli prestabiliti, come nella scienza politica contemporanea. Era sempre pensiero situato in un determinato spazio e in un determinato tempo, che fuggiva ogni tipo di generalizzazione intellettuale. Da questo punto di vista, l’approccio di Napoleone è indicativo. Pur non potendo essere considerato un grande stratega, egli rifuggiva le grandi teorie dei philosophes e di quelli che lui chiamava ideologi. Quando si ha a che fare con la statecraft si ha a che fare con una materia friabile, fatta di emozioni, paure e timori ancestrali della propria e dell’altrui popolazione. Materia dunque difficile da incapsulare in leggi eterne e immutabili.

Le cose, per larghi tratti, sono mutate nella seconda metà dell’Ottocento, sulla scorta delle rivoluzioni tecnico-industriali e dell’imporsi del positivismo scientifico e del darwinismo. Si è iniziata a dare una lettura darwiniana e malthusiana delle dinamiche spaziali, ben rappresentata da autori come Ratzel e Kjéllen, che conia il termine geopolitica. L’idea è che ogni specie ha bisogno di spazio vitale (Lebensraum) e, dunque, ogni nazione tende all’espansione. Ne segue, date le risorse scarse, un conflitto, in cui il più forte (o il più adatto) ha la meglio, respingendo lo sconfitto verso le terre meno ambite. Per quanto questa struttura di pensiero sia evidentemente debitrice al determinismo naturalistico, bisogna sottolineare che la Geografia Politica di Ratzel e la Geopolitik di Kjéllen non hanno avuto un diretto impatto politico. Costoro erano accademici interessati soprattutto alla descrizione non normativa dei fatti del mondo. Nessuno di loro voleva “applicare” queste teorie, che chiamiamo geopolitiche soprattutto perché la parola è stata inventata da Kjéllen.

A politicizzare questo approccio è stato senza dubbio Karl Haushofer, noto per essere stato il “geopolitico di Hitler”, che teorizzò la necessità per la Germania di allargare il suo spazio vitale. Egli fondò una rivista, la Zeitschrift für Geopolitik che ebbe molto successo. Ma non per ragioni accademiche. Piuttosto, il punto era che dopo l’umiliazione subita dalla Germania a seguito della prima guerra mondiale, la pubblicazione – palesemente revanscista, anche se non direttamente legata al nazismo – riuscì a proporsi come strumento pedagogico di massa, essendo stata ampiamente consultata da professori e studenti liceali. Una nota su Haushofer: è vero, egli ha fornito delle idee a Hitler e la sua geopolitica è senza dubbio militarista e ancora legata a un certo determinismo spaziale. Tuttavia, bisogna ricordare come egli, intanto, non legasse la strategia alla superiorità razziale (dimostrandosi piuttosto un realista). Soprattutto, però, i rapporti tra Hitler e Haushofer si interruppero per diverse ragioni. Intanto, la moglie del direttore della Zeitschrift era ebrea. Ma, ancora più grave, il figlio venne ucciso dai nazisti perché, nel ’44, prese parte all’attentato contro il Fuhrer. Insomma, Haushofer non era così legato al nazismo come tuttora viene presentato. Peraltro, nel ’46, egli fu di fatto prosciolto da ogni accusa di collaborazionismo e infatti non fu processato a Norimberga. Perse tuttavia la cattedra, fatto che lo portò al suicidio.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, però, il termine Geopolitik, comunque rimasto legato al nazismo, venne di fatto escluso dal dibattito pubblico. Eppure, la disciplina continuava a essere praticata, surrettiziamente e accuratamente nascosta – durante la guerra fredda – dalla contrapposizione ideologica comunismo vs liberalismo. Mi sembra molto interessante che, in questa fase, i “geopolitici”, svestirono i panni dei divulgatori e degli intellettuali pubblici per tornare a vestire quelli dei consiglieri del principe. Due nomi su tutti: Kissinger e Kennan. In questo periodo, la geopolitica – ripeto, sparita dal dibattito pubblico – cambia statuto. Passa dall’essere disciplina basata sulla geografia a modo di ragionare centrato sui fattori strettamente umani e storici. La questione, infatti, non era evitare che la Russia conquistasse territori. Per quello c’era la deterrenza. Si trattava, in autori come Kennan e Kissinger, di riuscire a comprendere ciò che il nemico/amico sovietico o cinese volesse, sulla base della sua storia, dei suoi traumi e del suo presente. Con l’obiettivo di comprendere che postura assumere per mantenere quel mostro concettuale che Kissinger, kantiano irredimibile, ha evocato col nome di ordine mondiale.

Finita la guerra fredda e implosa l’Urss, si impose l’ideologia della fine della storia. Oggi smentita dai fatti. È necessario dunque ripensare la cassetta degli attrezzi della geopolitica, tenendo a mente le lezioni del passato. E, in fin dei conti, l’antologia mira esattamente a questo scopo.

Quali testi compongono l’antologia da Lei curata?
L’antologia è divisa in due parti, una storico-concettuale, e una più “contemporanea”. Nella prima parte, si ripercorre la storia della geopolitica che ho ricapitolato in precedenza, dunque dalla Geografia Politica di Ratzel alla cosiddetta fine della storia. A mio avviso, oltre alla traduzione di Ratzel – che verrà più sistematicamente curata da Matteo Marconi in un volume di prossima pubblicazione sempre per Carocci – i testi più importanti sono Il Lungo Telegramma di Kennan, dove si comprende lo slittamento metodologico della geopolitica che è alla base della tattica del containment, e l’estratto della tesi di laurea di Kissinger, dedicata alla filosofia della storia di Kant. Il testo in questione, intitolato Metafisica e Filosofia della Storia, permette di comprendere la genesi filosofica – e in particolare kantiana – della sua idea di ordine mondiale. Del resto, come aveva già scritto Niall Ferguson nella sua monumentale biografia dedicata al diplomatico americano, è riduttivo bollare Kissinger come semplice realista. Piuttosto, egli è a tutti gli effetti un idealista, nella misura in cui il realismo altro non è che uno strumento per raggiungere l’obiettivo finale, ovvero l’ideale regolativo – per dirla proprio con Kant – dell’ordine mondiale, versione kissingeriana della pace perpetua. Ricordo, peraltro, che in una delle ultime interviste rilasciate da Kissinger in Italia (mi pare fosse febbraio 2023), in occasione dell’anniversario della morte del suo amico Gianni Agnelli e pubblicata da La Stampa, il diplomatico americano disse a Lucio Caracciolo (io ero presente in religioso silenzio) che era stato kantiano fin dall’inizio e lo sarebbe rimasto fino alla fine. È stata una bella conferma di una sensazione che avevamo sempre avuto.

Nella seconda parte del volume, invece, i testi riguardano quegli “spazi”, come la rete, l’IA, lo Spazio, il mare e l’economia, che – apparentemente – sono ingovernabili, ma che – in realtà – sono da sempre oggetto di disputa geopolitica. Peraltro, questi domini sono stati centrali per la globalizzazione a guida americana seguita alla fine della guerra fredda, mentre oggi tornano a essere in qualche misura contesi, se non addirittura contendibili. Il punto è mostrare come, nell’attuale congiuntura, anche ciò che storicamente si è configurato come strumento di comunicazione o di sviluppo si stia trasformando in oggetto di contesa.

Come ammette nella Sua lunga introduzione, «la scelta dei testi si caratterizza per un certo americanocentrismo»: secondo quali logiche sono stati selezionati?
Nel fare un’antologia della geopolitica novecentesca, l’americanocentrismo è inevitabile. Sono stati gli Usa a disegnare e ordinare lo spazio globale. L’Urss era un perfetto sparring partner, necessario per tenere alta la soglia d’attenzione e per legittimare – soprattutto internamente – l’estroflessione imperiale di una nazione che, è bene ricordarlo, nasce a seguito di una rivoluzione anti-imperialista. Il mondo in cui abbiamo vissuto e in cui ancora oggi viviamo è stato dunque disegnato da strateghi americani e, dato che la geopolitica non può che partire dalla situazione presente, questa scelta era inevitabile. Altri testi sono stati scelti per motivi più filosofici (come quello di Kissinger o di Mead Earle su Adam Smith), per mostrare l’interdipendenza tra le due discipline, che in fin dei conti si pongono lo stesso problema: come ordinare una molteplicità caotica? È il problema di Platone, di Kant ed è stato il problema di Kissinger e Kennan. Non si è presa in considerazione più di tanto la prospettiva delle potenze cosiddette revisioniste perché, in fin dei conti, il loro era (ed è) un pensiero di reazione. Non si pensa tanto all’ordine futuro, quanto a come incrinare quello a guida americana. Peraltro, il grado di elaborazione strategica globale di un paese come la Cina è, a mio parere, ancora immaturo e tende a ricalcare, per larghi tratti, quello occidentale. La struttura dell’Iniziativa di sicurezza globale cinese, presentata in pompa magna nel 2023, ricorda infatti – nei toni e nei contenuti – le prescrizioni contenute nella Carta delle Nazioni Unite. È più che altro un modo per dire all’Occidente: “ci piace il vostro concetto di ordine mondiale e multilaterale, il problema è che voi non lo realizzate in concreto, mentre noi saremmo pronti a farlo”. È una prospettiva interessante, sia filosoficamente sia geopoliticamente, ma non esce di una virgola dall’idea di ordine mondiale propria dell’Occidente e in particolare degli Usa. Il che non significa che questa idea non sia in crisi, anzi. Tuttavia, nella misura in cui si è tentato di fare una storia della geopolitica come prassi è del tutto evidente che, nel Novecento, è con i pensatori americani che bisogna fare i conti. Anche per criticarli e per capire le dinamiche della tempesta che sta scuotendo l’America. Da questo punto di vista, la rapida successione del testo su Gorbacev – in cui la Cia, guidata da Bush padre, segnala come in realtà non ci sia alcuna necessità di far crollare l’Urss – e di quello dedicato all’èra della pace democratica – firmato sempre da Bush, in qualità di presidente – mostra con chiarezza la schizofrenia strategica che ha caratterizzato l’America del post guerra fredda. E che continua a caratterizzare il nostro mondo.

Quali prospettive future, a Suo avviso, per la disciplina?
La geopolitica è fortunatamente tornata al centro del dibattito pubblico, ma – come sempre quando accadono queste cose – ciò significa che è necessario criticarla. Proprio nel senso di Kant: bisogna tracciare i limiti della ragione geopolitica. Detta chiaramente: la geopolitica deve evitare di (ri)trasformarsi in un pensiero essenzialista, magari sostituendo al determinismo spaziale o economico quello culturale. L’analisi del fattore umano, del “tono” di una popolazione, è assolutamente centrale, ma non è possibile equiparare un iraniano a un persiano in maniera, userei un termine colloquiale, così “sportiva” come a volte accade. Le differenze sono più interessanti delle continuità, perché la geopolitica – come si scrive nell’editoriale del primissimo numero di Limes – è un’archeologia del sapere esattamente nel senso di Foucault. Dunque non esistono “Il Cinese”, “Il Russo” o “L’Americano” come entità metafisiche. Esistono modi di essere cinesi, russi e americani che hanno una innegabile e decisiva profondità storica, ma che evolvono nel tempo e in base alle circostanze, venendo influenzate da un numero indefinito e indefinibile di fattori. In questo senso, hegelianamente, “il Vero è l’Intero”. L’analisi deve essere multifocale e prismatica, mai basata su categorie assolute. Il rischio è quello della semplificazione e, in fin dei conti, del ritorno non solo del determinismo culturale (intrinsecamente razzista dunque a-geopolitico), ma anche di una pratica classificatoria che rende il lavoro dell’analista certamente più facile ma anche meno profondo. Una volta che ho deciso chi è il “persiano” e il “cinese”, infatti, non devo propriamente pensare: mi basta applicare le etichette, come se fossi in un laboratorio. Ciò non vuol dire che la profondità storica non sia centrale – al contrario, lo è! – ma significa operare delle distinzioni all’interno di questa storicità, non considerandola come un processo teleologicamente orientato alla produzione dell’attuale stato di cose. La geopolitica deve dunque porsi il problema non solo della storia, ma anche della storicità della storia, se così si può dire. Ovvero del modo in cui questa si stratifica in relazione al passato, al presente e al futuro. La presa in carico della storia deve complicare la vita all’analista, non semplificarla.

Nell’Introduzione, definisco la geopolitica come analisi dialettica e umanistica di conflitti di potere, e con questa espressione intendo che la disciplina – come detto – debba essere multidisciplinare e relazionale (non formulare) senza tralasciare i fattori umani. Ma, di nuovo, ciò significa che i fattori umani non sono monolitici, ma sono a loro volta frutto di una rete di relazioni e di azioni reciproche che concorrono a conferirgli una stabilità solo temporanea, che va interrogata e non assunta acriticamente come Destino di un popolo o di una collettività. In questo senso, definirei la geopolitica – con le parole del pensatore forse meno geopolitico della storia, ovvero Jurgen Habermas – un discorso post-metafisico, ovvero estremamente restio ad andare alla ricerca di substrati extrapratici di legittimazione. Detta in maniera semplice: l’analisi geopolitica, nel tematizzare la postura di un attore o la profondità di un conflitto, non deve guardare a ipotetiche leggi spaziali o economiche, per loro natura assolute dunque non situate. E tuttavia, essa non può neppure affidarsi a rappresentazioni stereotipate di una certa collettività che, fatte derivare da una presunta storicità o dal sempreverde “carattere nazionale”, ricadono proprio in quella lettura semplicistica e modellistica che la geopolitica vorrebbe criticare e che bolla come “astorica”. Del resto, se esiste “Il Cinese”, uguale da 5000 anni a oggi, allora è proprio la storia che non serve. Al contrario, a mio avviso, si tratta di analizzare le pratiche concrete e le forme di vita che costituiscono una data comunità in un dato momento, andando alla ricerca sia della continuità sia della differenza rispetto al passato. E va fatto con un occhio quasi antropologico, studiando i prodotti della letteratura, del cinema e della musica. L’obiettivo è quello di ottenere un’immagine del fattore umano non riduzionista, dunque complessa, che non pretenda di risolvere definitivamente il problema della postura cinese nei confronti dell’Isola di Taiwan o della tendenza dell’Italia ad affidarsi a vincoli esterni. La geopolitica, a livello disciplinare, deve innanzitutto dar da pensare e mettere in crisi l’analista stesso, che non può considerarsi depositario della Verità perché, a proposito di storia, parla sempre da un punto di vista situato, anche banalmente per questioni territoriali e linguistiche. Non ci sono leggi assolute e di certo, se ci sono, non sono storiche (altrimenti sarebbe una contraddizione in termini). La geopolitica, oggi come 500 anni fa, continua a essere artigianato, assemblaggio di frammenti di sapere che ci permettono di ordinare il caos per provare a comprenderlo attraverso uno strumentario concettuale quanto più ampio possibile. Questo è solo un caveat, sulle questioni metodologiche più empiriche rimando al libro, ma credo che sia necessario per portare avanti quella che definirei – ancora kantianamente – una Critica della ragione geopolitica.

Giuseppe De Ruvo collabora con “Limes. Rivista italiana di geopolitica”. Ha scritto Da Hegel a TikTok. Metafisica e geopolitica del capitalismo digitale (EBS, 2022).

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