“Storia di un’élite. La nobiltà italiana dal Risorgimento agli anni Sessanta” di Maria Malatesta

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Prof.ssa Maria Malatesta, Lei è autrice del libro Storia di un’élite. La nobiltà italiana dal Risorgimento agli anni Sessanta, edito da Einaudi: quali sono le ragioni che sottendono lo scarso successo del tema nobiliare nella storiografia italiana contemporaneistica?
Storia di un’élite. La nobiltà italiana dal Risorgimento agli anni Sessanta, Maria MalatestaLa nobiltà italiana rappresenta un’anomalia all’interno del panorama europeo. Una coltre di silenzio è scesa su di essa dopo la seconda guerra mondiale che neppure la partecipazione di molti dei suoi esponenti al jet set internazionale e alla Dolce vita romana è riuscita a squarciare. Dopo aver perso titoli e posizioni, essa è sparita dall’immaginario popolare dove, ancora nel ventennio fascista, continuava ad essere un modello indiscusso di raffinatezza e di stile. A rendere ancora più assordante quel silenzio è stata la storiografia contemporaneistica. che l’ha studiata a livello locale ma ha evitato di affrontarla come una questione nazionale. Vari fattori hanno concorso a questa rimozione, primo fra tutti la fine della monarchia. Tuttavia non è stato tanto il passaggio al regime repubblicano a influire negativamente sulla storia e sulla memoria della nobiltà italiana. Non vi è dubbio che nei paesi dove sussiste ancora oggi la monarchia le nobiltà continuano a godere di riconoscimento sociale, sono assai studiate e occupano un posto di primo piano nei tabloid, al cinema e nelle serie televisive. Ma anche in paesi di lunga tradizione repubblicana come la Francia la nobiltà è oggetto di importanti ricerche storiche e sociologiche e occupa un posto di rilievo nella scala sociale se non altro per i castelli e i giardini che in non pochi casi ha conservato. In Italia è stato piuttosto il modo con cui è caduta la monarchia unitamente all’adesione della maggior parte della nobiltà al fascismo ad aver contribuito alla sua rimozione dall’immaginario sociale, oltre ad aver pesato in modo decisivo in seno all’Assemblea costituente alla cancellazione dei suoi titoli.

Perché si può affermare che «la costruzione dell’Italia unita fu anche una questione nobiliare»?
Il modo in cui la nobiltà contribuì alla formazione del Regno d’Italia costituisce un altro dei paradossi della sua storia. I nobili diedero un contributo di primo piano al Risorgimento fin dai primi moti del Venti al Nord come al Sud, dove una parte dell’aristocrazia fu in prima linea nel contrastare il dominio borbonico partecipando a tutte le fasi della lotta risorgimentale. I nobili patrioti pagarono con l’esilio, la prigione, la morte il loro impegno e fornirono un apporto culturale decisivo alla diffusione del liberalismo e all’ ampliamento delle reti che si opponevano all’oscurantismo. Il paradosso sta nel fatto che il contributo del patriziato alla lotta nazionale avvenne in un contesto costituzionale poco adatto a valorizzarlo. Lo Statuto albertino emanato nel 1848 nel Regno di Sardegna e passato a quello d’Italia, si ispirava infatti ai modelli costituzionali franco-belgi che esaltavano la configurazione sociale del notabile, di formazione nobiliar-borghese, la cui cittadinanza era data dall’essere proprietario. Alla nobiltà non fu riconosciuto alcun privilegio se non il possesso di un titolo trasmissibile, e a questa riduzione delle prerogative nobiliari contribuì quella parte dell’aristocrazia sabauda, con Cavour in testa, fermamente intenzionata a eliminare i residui oscurantisti e far largo alla nuova classe borghese.

Che ne fu della nobiltà all’indomani dell’unificazione italiana?
È noto che la nobiltà fu l’ossatura della classe di governo che si riconosceva nel disegno della Destra. Il suo reclutamento rispose alle esigenze di creare nel nuovo stato unitario una classe dirigente dal passato patriottico e di provata affidabilità sociale. I nobili, che a vario titolo e in vari momenti avevano aderito alla lotta risorgimentale e al progetto piemontese, rispondevano appieno a questo identikit. La loro immissione nel Parlamento e nei rami della pubblica amministrazione iniziò dal 1848 nel Regno di Sardegna, meta dell’esilio di molti patrioti, si intensificò alla fine degli anni Cinquanta mano a mano che avvenivano le annessioni al Piemonte sabaudo e proseguì dopo l’unificazione. La richiesta delle credenziali patriottiche si stemperò negli anni di fronte all’urgenza di includere nel nuovo stato sia i rappresentanti degli ultimi territori annessi che gli esponenti delle nobiltà che erano state ostili a casa Savoia. Dopo il 1870 l’ingresso della nobiltà capitolina fu massiccio, tale da renderla assieme a quella piemontese e lombarda il patriziato più rappresentato all’interno delle istituzioni unitarie. Al criterio territorial/patriottico si accompagnò quello araldico. L’elenco dei nobili che formarono la “nobiltà di stato” negli ottant’anni del Regno d’Italia mostra in modo inequivocabile che i grandi casati furono quelli che conservarono più a lungo e in misura maggiore le posizioni all’interno del Parlamento e della diplomazia grazie alle reti parentali. Su 220 famiglie patrizie che ebbero almeno due membri all’interno del Parlamento e del corpo diplomatico, 24 riuscirono a conservare la presenza di tre o più dei loro membri tra il 1861 e il 1943. Un diverso andamento ebbe invece il reclutamento di nobili dai nomi altisonanti nei rami della pubblica amministrazione che richiedevano competenze e attitudini particolari. Significativo è al riguardo quello dei prefetti. Ricercatissimi a ridosso dell’unificazione per le garanzie di affidabilità che davano, molti prefetti titolati abbandonarono l’incarico poco tempo dopo la nomina sia per l’impegno eccessivo che esso comportava, sia per i contrasti sorti con la politica del ministro degli Interni. Nel giro di qualche anno la presenza nobiliare nell’istituzione prefettizia subì una drastica contrazione e i nuovi reclutamenti riguardarono esponenti della nobiltà minore interessati ad intraprendere una carriera amministrativa e alle sicurezze economiche che essa comportava. Una traiettoria analoga è riscontrabile all’interno dei vari rami della magistratura.

Che ruolo svolse la corte del Regno d’Italia?
A fianco del Parlamento la corte dei Savoia fu l’altro agente che contribuì in misura significativa alla nazionalizzazione della nobiltà . Ad essa non fu riconosciuto alcun privilegio, né nelle precedenze né nell’espletamento delle funzioni della Real casa, affidate anche a esponenti della borghesia, a loro volta nobilitati durante o alla fine del servizio. Presenti anche nella Casa militare del re, i borghesi non furono però ammessi nella Casa della regina, dove la nobiltà mantenne il monopolio delle cariche fino alla caduta della monarchia. Le donne e gli uomini chiamati a servire la sovrana e a sovraintendere alle corti periferiche, furono scelti in base al criterio che coniugava il casato, l’appartenenza territoriale e il patriottismo, anche se quest’ultima condizione si stemperò col passare dei decenni. Le grandi famiglie entrarono a corte e lì rimasero, tramandandosi il posto da una generazione all’altra e i loro esponenti vi trascorsero la vita fino all’età della pensione in base al principio della continuità che rimase immutato sino alla fine del regno di Vittorio Emanuele III. Il reclutamento nobiliare rispose anche ad esigenze politiche, come dimostra il reclutamento massiccio del patriziato romano dopo il 1870 e il restringimento delle file nel ventennio fascista attorno ai casati che vantavano una tradizione cortigiana. Malgrado i ripetuti attacchi sferrati da Mussolini che si ritagliò al suo interno delle posizioni privilegiate, la corte della regina Elena rappresentò una cintura di protezione nei confronti delle infiltrazioni del regime. Attorno alla regina gravitavano figure sospettate di posizioni antifasciste e il reclutamento eccezionale di nobiluomini al suo servizio provenienti da famiglie di provata fedeltà cortigiana avvenuto negli anni Trenta fece da contrappeso all’immissione delle dame alla corte romana imparentate con nobili compromesse con il fascismo. Si confermò anche in questo caso il ruolo svolto dai tempi della corte di Margherita principessa ereditaria delle figure femminili che in forza delle posizioni ricoperte nelle famiglie come figlie, mogli, madri, sorelle e cognate costituirono uno dei principali dispositivi di realizzazione delle politiche cortigiane.

Cosa rappresentò, per la nobiltà italiana, la prima guerra mondiale?
La prima guerra mondiale fu un momento unico di ricomposizione delle fratture che avevano diviso la nobiltà italiana nel passato e in tempi più recenti. La guerra ne ravvivò l’antico spirito guerriero e la difesa della patria fu vissuta come un momento di affermazione dell’onore nobiliare. La mobilitazione coinvolse gli esponenti dei casati più illustri e della nobiltà minore, laici e cattolici, nazionalisti della prima ora e coloro che li avevano osteggiati, conservatori e progressisti, giovani e anziani. Come nel resto dell’Europa, anche in Italia la partecipazione aristocratica al conflitto, tra coscritti e volontari, fu elevatissima. Tutte le famiglie ebbero uno o più membri al fronte, non solo maschi ma anche femmine, il cui contributo alla sanità e all’assistenza dei soldati al fronte fu rilevante. Gli episodi di eroismo furono molti, tutti caratterizzati da un sentimento di appartenenza cetuale assai forte. I diari e le memorie dei nobili combattenti testimoniano la volontà di essere all’altezza del proprio nome e di compensare la loro posizione sociale con un coraggio spesso estremo e con la difesa dei soldati posti sotto il loro comando. Ciò non impedì che anche al fronte le reti nobiliari continuassero a funzionare, offrendo supporto ai patrizi combattenti e perpetuando piccole e grandi relazioni privilegiate.

Che rapporti vi furono tra nobiltà italiana e fascismo?
La nobiltà italiana subì potentemente fin dalla prima ora il richiamo del fascismo. Mussolini rappresentava la risposta autoritaria ai sommovimenti sociali del dopoguerra e i fasci di combattimento, alla cui guida vi furono anche esponenti della piccola nobiltà locale e qualche nome altisonante, garantivano il ripristino dell’ordine sul territorio. Ma il fascismo rappresentò per il patriziato anche l’occasione per tornare in sella, dopo la perdita di potere accusata Otto e Novecento sotto i colpi della crisi agraria, dell’allargamento della rappresentanza politica ai ceti popolari e dalla nascita delle organizzazioni di massa. Ancora una volta i nobili furono rapidi nel riconvertirsi e abbracciarono un’ideologia strumentalmente utile ma sideralmente lontana dai loro modelli culturali. Non fu l’unica ad intraprendere questo percorso: tutte le aristocrazie europee furono attratte dai movimenti fascisti e scivolarono negli anni Trenta su posizioni di destra estrema. In Italia l’adesione al fascismo significò per i nobili recuperare posizioni in Parlamento, ampliare la presenza alla guida degli enti economici e nelle amministrazioni locali. Qui si registrò un autentico revival nobiliare dopo le perdite di posizione subite nel primo Novecento a causa dell’avanzare delle amministrazioni popolari e socialiste. Fu al patriziato che Mussolini ricorse in molti casi per reperire localmente rappresentanti credibili in grado di sopperire ai fallimenti della classe dirigente fascista, dilaniata da faide interne e incapace di dare stabilità e continuità nell’esercizio del potere. Una delle questioni più interessanti inerenti il rapporto tra la nobiltà e il fascismo concerne i livelli di autonomia che essa riuscì a conservare. Il patriziato mantenne identità e libertà di manovra grazie alla sua autorevolezza oppure finì per essere subordinato come il resto della società al controllo del regime? Nella diplomazia esso fu privata delle posizioni apicali ricoperte fino agli anni Venti e sostituito dalla nuova classe diplomatica fascista o le abbandonò in palese dissenso con la politica estera mussoliniana; in altri casi il possesso di titoli principeschi e ducali ebbe la meglio sul partito e sui sindacati fascisti consentendo la difesa degli interessi nobiliari e il conseguimento di posizioni di alto prestigio, oltre ad ispirare nella popolazione sentimenti di immutata deferenza.

Quale contributo diede la nobiltà alla Resistenza?
Un aspetto misconosciuto della nobiltà italiana novecentesca è il contributo apportato alla lotta di liberazione contro il nazifascismo. La ricerca ha fatto affiorare una realtà composita, la cui dimensione quantitativa sarà meglio definita da ulteriori indagini. A correggere l’immagine univoca di una nobiltà tutta asservita al regime vi fu il drappello degli antifascisti della prima ora, di coloro che lavorarono alla costruzione di un’Italia democratica e di quelli che imbracciarono il fucile contro i nazifascisti: militari che si opposero eroicamente all’occupante tedesco, giovani che dopo l’8 settembre si gettarono nella lotta partigiana aderendo anche alle brigate di ispirazione comunista. Chi compì questa scelta in stridente contrasto con le tradizioni e i valori nei quali era stato allevato, lo fece il più delle volte perché il partigianato comunista aveva un’organizzazione militare più efficiente. A ricercare i nobili dotati di esperienza militare furono spesso gli stessi vertici comunisti che li inserirono su posizioni di comando all’interno delle formazioni partigiane delle quali seppero superare i malumori e guadagnare la fiducia grazie alla loro autorevolezza e competenza. Anche la resistenza nobiliare fu un fenomeno europeo, ma solo in Italia non fu rivendicata alla fine della guerra e non divenne l’ elemento di rilegittimazione nel nuovo contesto democratico di un ceto su cui pesava la compromissione nei confronti del fascismo.

Cosa significò, per la nobiltà, l’avvento della Repubblica?
L’avvento della Repubblica portò con sé la cancellazione della nobiltà dal punto di vista giuridico. Dopo un acceso dibattito in seno all’Assemblea costituente i titoli nobiliari cessarono di esistere non solo per il futuro ma anche per il passato e rimasero come attributi del nome. La presenza aristocratica nelle istituzioni crollò, complice anche la trasformazione del Senato, che era stato uno dei luoghi chiave della riproduzione della “nobiltà di stato”, da organo di nomina regia a organo elettivo. La dispersione nella società democratica di un ceto che non poteva più fare affidamento sul potere connesso al nome della famiglia, avvenne lungo traiettorie ancora da ricostruire nel dettaglio, ma che nei casi conosciuti comprovano la sua abilità di adattarsi e trasformarsi in funzione dei contesti mutati, che costituì lungo i secoli la sua forza maggiore. Fu il capitale intellettuale da essa posseduto a consentirle di costruire una rappresentazione che lasciò il segno nella cultura mondiale. Il Gattopardo, il romanzo scritto dopo la guerra dal principe siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il film che ne trasse il conte milanese Luchino Visconti di Modrone trasformarono in mito la decadenza dell’aristocrazia contemporanea fissandola in immagini iconiche di grazia, bellezza ed eleganza.

Maria Malatesta ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: Professionisti e gentiluomini. Storia delle professioni nell’Europa contemporanea (2006) e Storia di un’élite. La nobiltà italiana dal Risorgimento agli anni Sessanta (2022).

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