“Storia della tradizione e critica del testo” di Giorgio Pasquali

Storia della tradizione e critica del testo, Giorgio PasqualiStoria della tradizione e critica del testo
di Giorgio Pasquali
Le Lettere

«Questo libro è nato da una recensione: quando, nel 1927, venne alla luce la Textkritik di P. Maas, il redattore responsabile del Gnomon, […] mi offrì di parlarne nella sua rivista. […] La mia recensione fu pubblicata […]. Essa, contro tutte le regole, era riuscita parecchio più lunga del libro o meglio opuscolo recensito, quanto ricco, altrettanto conciso. Ma io discorrevo dell’opera del Maas solo nelle prime undici pagine del mio articolo; di lì in poi passavo a considerare un problema, in che mai la critica del testo, quale essa si riflette nelle norme di quel libriccino e quale la concepiamo e trattiamo noi moderni, si distingua dalla critica del testo classica, lachmanniana, quella critica di cui le prime pagine del commento a Lucrezio sono insieme il codice e il più illustre esempio. Tale trattazione sarebbe riuscita forse inintelligibile, certo inutile, se io non l’avessi corredata di esempi. Appunto gli esempi dovevano dimostrare che non può ricostruire, per mezzo del confronto e della valutazione delle testimonianze della tradizione, dunque di recensio, il testo originale di un’opera letteraria tramandata a noi dall’antichità classica, se non chi conosce le vicende che quell’opera subì successivamente alla sua pubblicazione, per secoli e secoli, fino ai testimoni conservati. Chi mira a trasformare un complesso di norme logiche e quindi astratte in un metodo di lavoro storico, non deve avere paura del particolare. […] Per una questione speciale, le «varianti di autore», io già allora superavo senza scrupolo i confini dell’antichità classica e attingevo esempi da scrittori molto più recenti per i quali tali varianti sono rigorosamente documentate, sono evidenti, dai nostri grandi del Trecento, Petrarca e Boccaccio; anzi, per mutamenti nei nomi proprî, voluti per ragioni artistiche, «estetiche», dall’autore, discendevo già allora sino ad Alessandro Manzoni e ai Promessi sposi. […]

Non ci sarà nulla di male, se io qui dinanzi al mio volume, non già per scansare ai pigri la fatica di leggerlo, ma per invogliare qualcuno cui la mole fa paura, formulerò brevissimamente non certo norme, ma conclusioni generali che credo di aver raggiunto con perfetta sicurezza e che vorrei che qualunque studioso di testi antichi tenesse presenti.

1) Non sempre la tradizione medievale dei testi greci e latini risale a un archetipo esso stesso medievale o appartenente al periodo più tardo dell’età antica, a un unico esemplare già sfigurato da errori e lacune. In rari casi i manoscritti risalgono recta via all’originale dell’autore; più spesso essi proseguono, direttamente o indirettamente, varie edizioni antiche. Si ritiene in generale che i dotti bizantini del IX secolo si siano presi molto di rado la briga di trascrivere un manoscritto antico, maiuscolo, cioè capitale o più spesso onciale, introducendo la distinzione delle parole, corredando ciascuna di accento, quelle che cominciavano con vocale anche di spirito. Tale presunzione non vale per la tradizione latina, in cui accenti e spiriti mancano. Ma anche nella tradizione greca essa è talvolta smentita dai fatti. E nulla vieta in genere di supporre che copie di un archetipo medievale siano state collazionate, certo per lo più soltanto saltuariamente, con altri codici antichi che nè saranno stati subito distrutti, nè saranno scomparsi per incanto per virtù di quell’unico archetipo minuscolo.

2) In Oriente l’età bizantina, in Occidente l’età carolingia e il Rinascimento possedettero molti più manoscritti di classici tuttora conservati di quanto non si soglia supporre. Ancora il Cinquecento e il Seicento francesi e fiamminghi hanno sciupato, perduto, distrutto codici preziosissimi. Chi consideri questo, dovrà ritenere meno frequente che non si creda il caso di manoscritti che risalgano tutti a un archetipo conservato, ed esigerà prove più sicure che non si usi, per l’eliminatio codicum descriptorum. Nella prima metà del XIX secolo la dipendenza di un manoscritto più recente da uno più antico di simile tradizione era troppo spesso piuttosto presunta che dimostrata. Coincidenza in errori ovvi e in «trivializzazioni» non prova parentela. E in genere non prova parentela la coincidenza di diversi testimoni in lezioni genuine, perché la lezione genuina si può essere conservata indipendentemente in rami diversi della tradizione. […]

Ma converrà stabilire una distinzione tra codici greci e codici latini: di un’opera greca diffusa in Oriente è spesso giunto in Occidente un esemplare solo; biblioteche claustrali ricche di codici si sono qui in Occidente perdute di rado senza lasciar traccia; molti testi erano diffusi nel Medioevo latino in centinaia di esemplari, perché servivano all’uso scolastico. Si ha ogni ragione di presumere che la tradizione di autori latini sia in genere meno ristretta di quella di autori greci.

3) Per le medesime ragioni nella tradizione di autori latini è sempre probabile «a priori» che testimoni tardi dipendano, totalmente o parzialmente, da fonti diverse da quella da cui sono discesi i testimoni più antichi. Un recentior non è per ciò solo un deterior. L’autorità di un testimonio è indipendente dalla sua antichità.

4) Quel che qui si dice di manoscritti recenti vale nello stesso modo di collazioni umanistiche e di edizioni a stampa per le quali siano stati anche soltanto consultati codici ora perduti; tranne che specialmente quest’ultimo genere di testimonianze esige particolari cautele metodiche e ingegno critico […].

5) Alterazioni arbitrarie e persino falsificazioni conscie non bastano ancora a squalificare un manoscritto recente, una collazione umanistica, un’edizione a stampa della quale non siano conservate tutte le fonti. Chi, come il Lachmann, rifiuta di servirsi degli interpolati, rischia di lasciar perdere anche tradizione genuina. […]

6) È un pregiudizio credere che la tradizione degli autori antichi sia sempre meccanica; meccanica è solo dove l’amanuense si rassegna a non intendere. Numerose età e numerose cerchie non si sono rassegnate a lasciare il testo quale lo avevano ricevuto, ma lo hanno reso più chiaro, adattato al proprio gusto, abbellito. Da questa verità deve trar profitto non soltanto la recensio ma anche l’emendatio: la congettura paleograficamente più facile non è in testi trasmessi non meccanicamente quasi mai la più probabile. Quanto alla recensio, solo nei casi, relativamente rari, di tradizione meccanica è possibile, se i nostri codici risalgono a un archetipo, applicare i criteri, essi stessi meccanici, della recensione chiusa, formulati dal Lachmann; dove la recensione è aperta, valgono solo criteri interni.

7) È un pregiudizio credere che la trasmissione dei testi sia unicamente «verticale»; essa è spesso, e in testi molto letti o in testi propriamente scolastici si potrebbe dir sempre, «trasversale» o «orizzontale»; vale a dire varianti buone o cattive, anche errori che a noi parrebbero evidenti, penetrano spesso nei manoscritti per collazione. Solo le lacune sono, almeno di regola, trasmesse direttamente.

8) Come nella linguistica è ormai pacifico che gli stadi più antichi si conservano più a lungo in zone periferiche, e che quindi coincidenza di due zone periferiche lontane l’una dall’altra in un fonema, una forma, un vocabolo, un costrutto garantisce la loro antichità, così anche coincidenza di lezione in codici scritti in zone lontane dal centro della cultura e lontane tra loro costituisce una presunzione per la genuinità di questa lezione. Spesso di testi molto letti sia nell’antichità, sia nel Medioevo, si è formata una vulgata che, come suole la moda, progrediva da un centro verso la periferia, ma non sempre la raggiungeva. Questo «metodo geografico» è purtroppo di rado applicabile alla tradizione greca, perché non sappiamo ancora distinguere scritture provinciali; esso è paralizzato in Occidente dalle relazioni vive tra conventi di regioni diverse ma appartenenti al medesimo ordine. Qui al «metodo geografico» si sostituisce il «criterio geografico», che tenta di districare il complicato sviluppo di tali relazioni tra convento e convento. L’applicazione di esso sarà tanto più facile e tanto più sicura quanto più progredirà la storia della cultura ecclesiastica (cioè della cultura in genere) dell’Alto Medioevo.

9) Le varianti, anche erronee, possono essere molto più antiche dei manoscritti che le presentano, anche se questi si possono dimostrare derivati tutti da un archetipo conservato persino medievale. Archetipi medievali possono aver contenuto varianti alternative, come già ne presentano i papiri, e vanno in tal caso considerati come bacini di raccolta di tali varianti. Varianti possono anche, come abbiamo veduto, essere penetrate in copie singole dell’archetipo per collazione con manoscritti da esso indipendenti. Più comune ancora è il caso, già considerato, che le famiglie di manoscritti medievali proseguano (o contaminino) più edizioni antiche.

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10) I papiri per la tradizione greca, le citazioni antiche per la latina mostrano che già nell’antichità per autori molto letti ogni esemplare rappresenta in qualche modo un’edizione particolare, cioè una miscela ogni volta variamente graduata di varianti preesistenti, genuine e spurie. Già nell’antichità, era cominciato il processo di contaminazione, di conguagliamento fra tradizioni diverse, il processo che talvolta sbocca nella formazione di una «vulgata». Tali condizioni spiegano come papiri che restituiscono in un punto la lezione genuina oscurata nella tradizione medievale, coincidano poi con rami e ramoscelli di essa in corruttele particolari.

11) Non vi sono esempi certi di archetipi appartenenti ancora all’antichità per la tradizione greca; per la tradizione latina non pare che tali archetipi possano esser negati. Essi apparterranno agli anni che tengon subito dietro al periodo più turbolento insieme e più squallido dell’età imperiale, quello tra la caduta dei Severi e la fondazione del dominato, 235-284.

12) Lo studio delle testimonianze antiche e di pochi papiri autografi, l’analisi di opere storiche (o contenenti accenni storici) conservate in forma diversa in diversi manoscritti, l’analogia di testi medievali per i quali possediamo una tradizione contemporanea agli autori, specialmente dei testi del Petrarca e del Boccaccio, legittimano l’ipotesi che varianti di natura particolarissima (un gruppo molto interessante formano le varianti in nome proprio vero o fittizio) possano anche in opere dell’antichità essere ricondotte agli autori medesimi. In alcuni casi quest’ipotesi può essere dimostrata rigorosamente.»

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