Storia della storiografia. Dall’antichità a oggi, Gian Paolo RomagnaniProf. Gian Paolo Romagnani, Lei è autore del libro Storia della storiografia. Dall’antichità a oggi edito da Carocci: quando e come nasce la storiografia?
Si può dire che la storiografia sia insita nella civiltà umana. Il primo graffito su caverna, con cui l’uomo primitivo segnala i risultati di una battuta di caccia, è già un atto storico.
In realtà, nel libro, io mi occupo essenzialmente di scrittura storica e quindi prendo le mosse dal mondo ebraico, greco e romano, ben consapevole che le opere dei grandi storici greci come Erodoto e Tucidide erano inizialmente recitate sulla piazza e solo successivamente trascritte e conservate in libri, ossia rotoli di papiro.

Nel libro cerco di tracciare un profilo il più possibile completo della storia della storiografia occidentale dal mondo antico all’età contemporanea, rivolgendomi non solo al pubblico degli specialisti e degli studenti universitari, ma anche a tutti i lettori corti e curiosi che si interrogano su come le civiltà umane abbiano affrontato e risolto, nel corso del tempo, l’esigenza di elaborare e tramandare la propria memoria.

In che maniera il modo con cui le opere di storia sono state prodotte e circolano influenza il dibattito storiografico?
Le opere di storia, nel corso dei secoli, sono prodotte in modi differenti, manoscritte e conservate in biblioteche; stampate e diffuse attraverso reti intellettuali; stampate e vendute sul mercato; diffuse con i nuovi strumenti di comunicazione di massa: stampa periodica, radio, televisione, cinema, internet. Hanno avuto ed hanno quindi una diffusione molto diversa a seconda degli ambienti e delle epoche. Ci sono opere storiche destinate ad una fruizione limitata agli specialisti e ai lettori di riviste storiche, un tempo in latino e oggi prevalentemente in lingua inglese. Ci sono opere destinate ad un pubblico più vasto di lettori colti, i cosiddetti “lettori forti”. Ci sono infine opere, per lo più di carattere divulgativo, destinate al grande pubblico. È evidente che il linguaggio e le strategie narrative e argomentative impiegate nei tre diversi casi sono profondamente diverse fra loro. Spesso accade che i dibattiti storiografici non escano dalle sedi specialistiche (aule universitarie, riviste di settore, convegni nazionali e internazionali); in altri casi, invece invadono i mass-media al costo di una notevole semplificazione e a volte di stravolgimento dei veri problemi. Si pensi al cosiddetto revisionismo storiografico, che se correttamente inteso è una delle prerogative del lavoro di ogni storico serio (rivedere e rimettere in discussione i risultati acquisiti), ma se viene piegato alla polemica politica o alla ricerca del facile scoop diventa un gioco al massacro, ossia quel “rovescismo”, o peggio ancora quel negazionismo che a portato alcuni giornalisti – più ancora che storici – a fare a gara a chi rovescia con più clamore le interpretazioni storiche consolidare proponendo nuove narrazioni, per lo più destituite da ogni serio fondamento scientifico e da una vera ricerca storica sulle fonti.

Come si sviluppa la storiografia nel mondo antico?
Nel mondo antico la storiografia, che è quasi sempre storia contemporanea, è concepita come cronaca di una comunità politica che si riconosce in valori comuni e si distingue dai valori (diversi e non necessariamente negativi) degli altri. Gli storici che sono quasi sempre uomini politici – si pensi a Tucidide, a Cesare, a Tacito – sono delegati dalla comunità ad elaborare, trascrivere e trasmettere la memoria storica a beneficio dei posteri. I due grandi modelli della storiografia di tutti i tempi vengono definiti proprio nel mondo greco da Tucidide e da Erodoto. Il primo propone una narrazione dei fatti: una storia politica e militare destinata ad influenzare profondamente il lavoro degli storici fino al secolo scorso. Il secondo propone un’indagine sulle civiltà del mediterraneo, soffermandosi e interrogandosi sulle differenze di usi e costumi fra popoli diversi, sul visto e sul sentito dire. Non è un caso che oggi Erodoto sia considerato un capostipite dai geografi e dagli antropologi, oltre che dagli storici sociali, dopo essere stato pressoché dimenticato fino agli inizi del Novecento.

Quale importante evoluzione subisce la storiografia durante l’Umanesimo e il Rinascimento?
Tra Quattro e Cinquecento la storiografia – che nei secoli precedenti era stata prevalentemente cronaca o storia ecclesiastica – entra nella sua stagione matura ponendo le basi per quelli che ancor oggi consideriamo i fondamenti di lavoro dello storico: fine della concezione provvidenzialistica della storia, approccio laico alla storia umana, attenzione alle fonti, metodo filologico. Protagonisti di questa stagione sono personalità per lo più italiane, come i due grandi fiorentini Machiavelli e Guicciardini, o come studiosi forse meno noti, ma importantissimi, come Lorenzo Valla, Leonardo Bruni e Flavio Biondo. Per alcuni decenni quasi tutti gli storiografi di corte assoldati dai sovrani europei sono italiani: Paolo degli Emilei in Francia, Polidoro Vergilio in Inghilterra, Lucio Marineo Siculo in Spagna, Paolo Buonaccorsi n Polonia, Antonio Bonfini in Ungheria, Giuseppe Giusto Scaligero in Olanda. L’Italia – che non è una nazione ma una comunità di cultura – detta all’Europa lo stile di scrittura storica: ovviamente in latino, secondo il modello classico, per lo più tacitiano. È questa una storia eminentemente politica e dinastica, ma non priva di attenzione agli aspetti culturali e alle dinamiche sociali.

Ancora pochi decenni e con la metà del Cinquecento questo modello viene letteralmente travolto dalle controversie religiose. La storiografia torna ad essere asservita ad una fede e torna ed essere prevalentemente storia ecclesiastica, riletta e reinterpretata secondo le prospettive delle contrapposte confessioni religiose: il luterano Flacio Illirico e i Centuriatori di Magdeburgo contro il cardinale Cesare Baronio; o anche, all’interno del mondo cattolico, i Benedettini francesi in “virtuosa competizione” con i Gesuiti fiamminghi nella produzione di voluminose raccolte di vite di santi.

Quali vicende segnano l’avvento della storiografia illuminista?
La storiografia illuminista rappresenta la ripresa del modello umanistico della storiografia laica e secolare e la definitiva fondazione del lavoro storico su nuove basi critiche. A lungo si è considerato il Settecento come un secolo antistorico: in realtà i fondamenti della storiografia moderna si consolidano proprio nel secolo dei Lumi. Si pensi al ruolo di due grandi eruditi italiani vissuti nella prima metà del secolo, come il veronese Scipione Maffei e il modenese Ludovico Antonio Muratori che, sulla scorta delle suggestioni dei benedettini francesi, introducono in Italia quelle che saranno poi chiamate “discipline ausiliarie della storia”: paleografia, diplomatica ed epigrafia. Negli anni centrali del secolo appaiono poi i grandi affreschi interpretativi di Voltaire e di Hume, condotti senza prestare troppa attenzione alle fonti, ma riportando la storia a interpretazione di vicende umane e terrene dominate da passione e ragione. Il passato inizia così ad essere una chiave di lettura per meglio comprendere il presente e possibilmente per trasformarlo. Punto d’arrivo della storiografia dei Lumi sono le opere dell’inglese Edward Gibbon – sul Declino e caduta dell’Impero romano, ma in realtà sul medioevo europeo, letto come periodo oscuro dominato dalla superstizione e del potere ecclesiastico – e dello scozzese William Robertson, il primo e più autorevole storico-professore, che rilegge in chiave di “progresso” la storia dell’Europa moderna. Ricordiamo anche che Gibbon è fra i primi ad introdurre sistematicamente le note a piè di pagina nelle sue opere, dichiarando così i propri riferimenti alle fonti e alla bibliografia.

Cosa ha rappresentato per il nostro Paese la nascita di una storiografia nazionale?
L’Ottocento è il secolo delle storiografie nazionali. Ogni nazione tende a rileggere la propria storia ed anche quella europea in chiave nazionale. Quella dello storico diviene per la prima volta una professione riconosciuta e retribuita, con le sue regole e i suoi luoghi deputati (università, archivi, biblioteche): un insieme di saperi trasmissibili attraverso l’esempio e la pratica. Con Ranke, all’Università di Berlino, nasce una nuova didattica seminariale.

L’Ottocento è però anche il secolo in cui il legame fra storiografia e politica diventa più esplicito.
Il Risorgimento italiano si sviluppa attorno ad una idea di Italia che è una costruzione storiografica, sono storici come Carlo Botta, Pietro Colletta, Cesare Balbo, Ercole Ricotti a fornire ai patrioti le categorie interpretative per definirsi “italiani” tentando di fondare un’identità nazionale laddove esistevano, per lo più, solo storie particolari dei territori, delle signorie, dei principati dell’Italia d’antico regime. A metà Ottocento nasce a Firenze l’ “Archivio Storico Italiano”: il primo periodico dedicato interamente alla storia, sostenuto dallo sforzo erudito di studiosi di tutt’Italia, ma animato da anche da una forte passione politica. Nascono nelle principali città le Società e Deputazioni storiche, col compito di studiare e pubblicare gli antichi documenti della cosiddetta “storia patria”. La letteratura, la poesia, le arti – pittura e musica in particolare – sono ispirate alla storia. Manzoni, d’Azeglio, Guerrazzi pubblicano romanzi storici. Con Verdi il melodramma abbandona la mitologia e la storia antica e affrontare vicende di storia medievale e moderna. La storia moderna inizia ad essere insegnata nelle università e nelle scuole, contribuendo al grande sforzo pedagogico politico di formare una coscienza degli italiani.

Qual è l’importanza per la storiografia contemporanea delle “Annales”?
Il ruolo di rottura esercitato dalla rivista fondata da Bloch e Febvre nel 1929 è incontestabile. L’allargamento delle prospettive, gli intrecci interdisciplinari con le scienze sociali, l’estensione di ciò che si può considerare fonte storica, la fine di una storiografia eminentemente politica, sono dati acquisiti. Per oltre mezzo secolo la storiografia francese ha esercitato un ruolo di apripista affermandosi come una storiografia leader a livello mondiale. La stagione dominata dalla esuberante personalità di Fernand Braudel è stata senza dubbio l’epoca d’oro delle “Annales” e dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociale di Parigi. Per alcuni decenni dire “Annales” significava indicare una precisa serie di metodologie e di approcci. A partire dagli anni Settanta, sulla scia delle “Annales”, ma con una caratterizzazione del tutto autonoma e originale, alcuni storici italiani, come Carlo Ginzburg, Giovani Levi, Edoardo Grendi, hanno proposto l’approccio “microstorico”, ossia uno sguardo in scala, per lo più dal basso e denso, alla storia; focalizzando l’attenzione su temi apparentemente marginali, ma densi di implicazioni, in dialogo costante con l’antropologia culturale. Oggi non è più così. La spinta propulsiva della “Annales” si è di fatto esaurita alla fine del secolo scorso. La rivista francese mantiene certamente il suo prestigio e la sua carica innovativa, ma è una fra le tante al mondo, né si può più identificare con una metodologia esclusiva (storia sociale, storia strutturale, storia quantitativa, storia dal basso).

Quale evoluzione subisce il dibattito storiografico contemporaneo?
Difficile dirlo. Io stesso chiudo la mia trattazione con il primo decennio di questo secolo. La fine del Novecento ha portato infatti con sé sia la fine delle grandi narrazioni ideologiche della storia, sia la fine delle scuole storiche. Difficile, oggi, indicare una storiografia dominante, come lo era stata quella tedesca fra Otto e Novecento, o quella francese nel secondo dopoguerra. Fino agli ultimi decenni del Novecento la comunità scientifica degli storici era formata prevalentemente da professori universitari dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, con qualche sporadica presenza dei sovietici e con significative incursioni di polacchi e ungheresi. Oggi viviamo nel mondo globalizzato. L’ultimo congresso internazionale degli storici si è tenuto in Cina. La produzione di articoli e libri di storia si è moltiplicata oltre ogni limite umano e la loro circolazione in rete rende impossibile a chiunque una conoscenza se non parzialissima di questa immensa produzione. Gli specialismi si sono moltiplicati, mentre si stanno affermando la World History e la Global History che implicano però competenze e conoscenze, anche linguistiche, non certo alla portata di tutti. Le storiografie nazionali sono definitivamente tramontate o marginalizzate e solo la comunità anglofona riesce a tenere il passo. Fra le prospettive storiografiche più recenti credo che la più interessante e feconda sia la storia delle emozioni, ossia l’indagine su ciò che finora non era mai stato indagato perché ritenuto sotterraneo e sfuggente. Seguendo suggestioni provenienti dall’antropologia, ma soprattutto dalla psicologia e dalle neuroscienze anche gli storici stanno spostando la loro attenzione – fino a qualche decennio fa concentrata su istituzioni, politica, economia, società – verso l’interiorità, scoprendo nuove fonti nella letteratura, nell’iconografia, nell’immaginario in genere.

Come è cambiato il lavoro dello storico nella nostra epoca?
È cambiato profondamente. È cambiato sia il modo di lavorare, sia il ruolo sociale degli storici. La ricerca d’archivio, resta per fortuna, ancora alla base del nostro lavoro, ma molti archivi si sono smaterializzati: la bibliografia e le fonti sono ormai reperibili in rete e con la fotografia digitale bastano poche ore per riprodurre con lo smartphone documenti che fino a qualche anno fa implicavano settimane di trascrizione. Le banche dati in rete rendono possibile lavorare senza viaggiare, o viaggiando molto meno. E ciò, se è più economico, non sempre è un bene… La digitalizzazione ha cambiato il nostro modo di lavorare e di scrivere. Vi è tuttavia sempre maggior difficoltà a pubblicare e a leggere tutto ciò che si pubblica.

Per quanto riguarda il nostro ruolo nella società bisogna constatare che l’approccio storico – e di conseguenza critico – conta sempre meno nel discorso pubblico. Se fra Otto e Novecento molti storici ebbero ruoli pubblici di primo piano e incarichi politici – si pensi a Guizot, Michelet e Thiers in Francia, a Ranke e Droysen in Germania, a Macaulay in Inghilterra, a Balbo in Italia – oggi sulla stampa quotidiana è difficile leggere editoriali o commenti scritti da storici, rimpiazzati come maîtres à penser da economisti, sociologi e politologi. La memoria storica sembra decisamente appannata e il ceto politico appare spaventosamente digiuno di storia proprio nel momento in cui uno sguardi storici denso sarebbe più necessario per comprendere le profonde trasformazioni del tempo presente. Nella scuola e nell’università l’insegnamento della storia è decisamente marginalizzato, purtroppo. Il disprezzo e l’irrisione per la competenza, per l’analisi accurata, per il confronto fondato sui dati e sulle fonti correttamente interpretate, è un fenomeno grave che si riscontra soprattutto nel nostro paese, condiviso da una parte del nuovo ceto politico. Mai come ora ci sarebbe bisogno di metodo storico e di conoscenza storica e storiografica per dar spessore al nostro sguardo, ma soprattutto per districarsi in un vortice di dati e di notizie nelle quali ci pare di annegare.

Mi auguro perciò che il mio libro possa essere considerato come un uovo di dinosauro, destinato ad essere covato a lungo fra la sabbia e a schiudersi molto tardi, facendo infine emergere una creatura la cui razza sarà forse già estinta da tempo, ma che finalmente potrà muoversi in un mondo meno ostile.