“Storia della nascita” di Claudia Pancino

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Prof.ssa Claudia Pancino, Lei è autrice del libro Storia della nascita edito da Bononia University Press: cosa rappresentava, nella società dei secoli tra il XVI e il XVIII, l’evento della nascita?
Storia della nascita, Claudia PancinoIn quei secoli, quando nasceva una bambina ci si aspettava da lei (se fosse sopravvissuta alle insidie dell’infanzia), che diventando grande si sarebbe infilata nel destino segnato di sposa e madre. Secondo alcune teorie “scientifiche” addirittura il suo corpo già conteneva minuscoli omuncoli che sarebbero stati fecondati dal seme dell’uomo, una volta adulta e sposa. La prima mestruazione era il segno che il suo corpo era diventato fecondo; lo scolo periodico di sangue, che ha fatto scrivere righe – spesso inquietanti – da uomini di studio o di Chiesa, si sarebbe trasformato a tempo debito in nutrimento del feto. Giunta infatti al matrimonio – termine che racchiude, come ricordavano i moralisti nei manuali per l’educazione delle fanciulle nobili, la radice di “madre” – le attese circostanti la giovane donna erano quelle di veder nascere dopo nove mesi un bambino (per quanto non fosse opinione uniforme quella sulla durata della gravidanza). E comunque, lo scopo principale del matrimonio era quello di perpetuare la specie mettendo al mondo figli. In questo panorama immobile per secoli e secoli – nel libro sono indagati in particolar modo i secoli che vanno dal XVI al XIX – si succedevano gravidanze e nascite.

La nascita era l’evento conclusivo di un destino previsto, era il compimento della finalità ultima del corpo femminile, era l’obiettivo raggiunto, il completamento “naturale” di un percorso femminile individuale, familiare, della comunità. Soprattutto a partire dal XVIII secolo qualcosa di importante comincia a mutare, e ci sarebbero voluti due secoli affinché la società e la storia modificassero profondamente il destino delle donne e quella che sarebbe infine diventata la scelta di mettere al mondo un figlio.

Pur restando sempre quello l’evento fisiologico, cambiarono profondamente nei diversi contesti storici, sociali e culturali i significati attribuiti all’evento nascita.

La regina Vittoria alla figlia Vicky che le descriveva le dolcezze dell’attesa e della maternità rispondeva così: «Non riesco a condividere. In simili momenti penso che il nostro essere sia più vicino a quello di una mucca o di un cane, laddove la nostra misera natura cede completamente alla sua parte animale e perde ogni slancio estatico». Ma al di là di quello che aveva detto sua figlia Vicky, la regina si sbagliava. Perché la nascita di un bambino è anche un fatto sociale.

Ed è ciò che ho messo in luce analizzando la storia della nascita nei secoli che vanno dal Cinquecento al Settecento. Fu quello un secolo di grandi cambiamenti; semplificando si parla di “medicalizzazione”, ma si trattò piuttosto di assunzione da parte degli stati di un nuovo interesse per un ambito di vita quotidiana che finallora si era svolto nella privatezza della vita quotidiana delle donne e delle famiglie: il parto e la nascita.

Nel libro prolungo su alcuni temi l’analisi sull’Ottocento mentre nelle conclusioni confronto eventi e forme di pensiero del passato con le trasformazioni novecentesche. In particolare mi riferisco alle riforme socio-sanitarie (fra cui l’ospedalizzazione del parto) e al manifestarsi di una mentalità diffusa che cominciava a vedere la maternità come scelta e non più destino (grazie anche al controllo delle nascite), e la nascita come un evento accolto da assistenza sanitaria e consapevolezza materna. Non più come una cosa che capitava.

Ma fu già dal Cinquecento che poco alla volta, e poi più velocemente, cambiarono la scena del parto e appunto i significati e i valori. E oltre ai cambiamenti, evidenti, sono innegabili, e a volte stupiscono, le permanenze, anche di modi di fare, di gesti, di pensieri che si potevano supporre “superati”.

Che relazione esisteva tra il corpo femminile e la generazione?
Il corpo femminile era visto come corpo atto a generare. Nel libro ho voluto studiare l’evoluzione dello sguardo medico sul corpo femminile. Attraverso la lettura di molti testi su “le malattie delle donne” e poi della prima ostetricia medica, ho analizzato quello che potremo chiamare il filtro ideologico attraverso cui gli uomini di scienza si accostavano allo studio del corpo delle donne e al “mistero” della generazione. Tra le mie fonti ci sono anche molte immagini – alcune riprodotte nel libro – che accostate ai documenti scritti confermano le forme di pensiero. Posso fare qui l’esempio delle statue anatomiche di cera, soprattutto settecentesche, ideate a scopi scientifici e didattici. In fondo al ventre di ogni statua raffigurante un corpo di donna (aperto) c’è un feto in utero. Stessa cosa nei disegni anatomici. Ciò sta a indicare sia che la concezione di donna adulta coincideva con quella di donna-madre, sia che per gli uomini di scienza il corpo delle donne era interessante solo quando erano gravide. E si sarebbe poi infatti detto “in stato interessante”.

Quali cure e comportamenti accompagnavano la gravidanza?
Di cure in senso moderno non si può certo parlare. Al di fuori dei ceti privilegiati, ove le donne si riposavano – così almeno si narra -, la maggioranza delle gravide nei secoli del passato non godeva di attenzioni particolari. Madri di famiglia come le loro serve via via allentavano le stringhe del corsetto, alzavano fin sotto il petto la cintura del grembiule, e continuavano a fare i loro lavori fin alle prime doglie, come sarebbe stato per successive generazioni di donne. Si trovano invece molti comportamenti che si possono definire protettivi e preventivi – e sono talora magici e scaramantici – talaltra rinviano a un mondo di credenze antiche ora scomparse, ma anche a altre di cui è ancora presente traccia nella società contemporanea.

Fra le precauzioni scaramantiche c’è ad esempio il divieto di passare sotto corde o cavezze, di tenere collane al collo, nel timore che il bambino nascesse soffocato dal cordone ombelicale, di mangiare rane, perché il figlio non assomigliasse a una rana. Si raccomandava di evitare gli eccessi nella vita quotidiana – nell’alimentazione, nel sonno e nella veglia, nel sesso – di avere una serie di attenzioni nell’alimentazione che corrispondevano alla ormai tradizionale “teoria umorale” degli antichi, piuttosto che a vere e proprie norme igieniche in senso moderno. Fra le credenze, quella su cui mi sono soffermata più a lungo è quella nelle voglie materne, che ha una storia molto articolata fra pensiero scientifico (dove probabilmente è sorta in periodo rinascimentale) e appunto cultura popolare, perdurata a lungo e non del tutto scomparsa. La credenza vuole che la donna incinta se non soddisfa il desiderio, ad esempio di una fragola, vedrà nascere un bambino con una macchia a forma di fragola sul suo corpicino. Essa però testimonia anche una forma di pensiero che considerava la donna incinta come parte attiva nella generazione del mondo e delle sue cose, che aveva diritto di esprimere (piccoli) desideri che ci si aspettava venissero assecondati. Insomma riconosceva alle donne gravide un “potere” che sarebbe stato poi disconosciuto dal pensiero dotto.

Qual era la scena del parto?
Se pensiamo alla tradizionale scena del parto come fosse una scena teatrale, la dimensione del mutamento che si verificherà con la cosiddetta medicalizzazione è evidente e forte. Si può sintetizzare quanto racconto nel capitolo che dedico all’argomento descrivendo una delle tavole che illustrano il testo. Il parto avveniva in casa, spesso in cucina, alla presenza di un piccolo gruppo di donne, che a volte poteva essere un più numeroso andirivieni. Nessun uomo entrava dalla porta. Il fuoco era acceso, per scaldare pentole d’acqua; erano approntati tela cerata, panni e fasce, catinelle, forbici e rafia per legare il cordone, si incoraggiava e si consolava la donna «partorirai un figlio maschio al sicuro. Già lo so che ho visto certi segni in altre…», si allontanavano i bambini, si preparava qualcosa da bere o da mangiare per rinforzare la partoriente – anche vino! – si accendeva una candela alla Madonna. Venivano esposti amuleti, alcuni dei quali simili in tutta Europa, come “la rosa di Gerico”. Benché il marito non fosse presente, in alcune tradizioni si voleva che lasciasse nella stanza del parto il cappello, o un indumento, come la camicia. Le scene del parto descritte dai documenti sono di un femminile gran daffare. A volte gli uomini si lamentano per non sapere esattamente cosa succeda là dentro.

È importante poi sottolineare che il parto, la nascita, era un evento non proprio eccezionale, ma stemperato nei ritmi della vita quotidiana, evento familiare, atteso e accolto dalla comunità.

Quale ruolo svolgeva la figura della levatrice?
La levatrice è innanzitutto la figura centrale dell’assistenza, sia prima che dopo le riforme sanitarie e la scolarizzazione che presero piede a partire dal Settecento. Dapprima donna del villaggio o del quartiere, scelta dalle donne, prima inter pares, formatasi tramite l’apprendistato presso una levatrice anziana, e poi fulcro del cambiamento, grazie all’attenzione dei riformisti che, appunto dal diciottesimo secolo, individuarono la possibilità di trasformare la scena del parto, e renderla più sicura, dedicando progetti e iniziative per la formazione di un nuovo tipo di levatrice. Oltre alla storia della trasformazione del mestiere, e alle sue tappe e ai diversi aspetti e contraddizioni – su cui mi dilungo nel libro – mi preme sottolineare quanto il ruolo della levatrice fu anche quello, di lunghissimo periodo, di mediare fra diverse culture del parto e della nascita. Non irrilevante nella complessa storia del mestiere di ostetrica-levatrice è che esso fu un mestiere esclusivamente femminile fino, in Italia, alle riforme degli ordinamenti sanitari dei primi anni 2000. A donne del popolo le istituzioni ecclesiastiche e statali concessero in secoli lontani autonomia di movimento all’interno del loro ruolo lavorativo, e funzioni che a uno sguardo spassionato paiono incredibili in tempi così lontani. Voglio solo ricordare che nei primi anni del Seicento la Chiesa concesse alle levatrici la funzione sacerdotale di amministrare il battesimo ai «bambolini pericolanti», ai neonati in pericolo di vita. Due secoli dopo le levatrici italiane delle condotte ostetriche sarebbero state di diritto ufficiali sanitari. Tutto ciò riguardava un mestiere da sempre in odore di stregoneria.

Quali pratiche seguivano al parto?
I protagonisti della scena del parto sono due, il bambino e la partoriente, poi puerpera. Il neonato veniva accolto con cure e attenzioni: igieniche, terapeutiche, protettive e simboliche. Altamente simbolico era ad esempio il primo bagno, dove gli stessi ingredienti che si mettevano nella bacinella (acqua e sale, vino, erbe o altro) tendevano a rendere più forte il piccolo. Altre pratiche poi condannate, come la fasciatura, avevano intenti protettivi e atti a promuovere una crescita e un futuro propizi. La ricerca infatti ha rintracciato insospettati intenti positivi in molte delle pratiche tradizionali criticate dalla scienza medica; tuttavia non si può certo negare quanto alcune pratiche fossero pericolose o nocive alla salute e allo sviluppo dei bambini piccoli.

Se la nascita era la venuta al mondo fisica del bambino, era il battesimo, nei paesi cattolici, e in particolare il momento della nominazione e la registrazione nel libro parrocchiale a decretarne l’ingresso nella comunità.

Il puerperio era sottoposto alla quarantena, che si sarebbe conclusa con la purificazione in chiesa della neomamma. La purificazione della puerpera sarebbe stata, fino oltre metà Novecento, un momento rituale ampiamente diffuso nell’Europa cattolica, non solo nelle zone rurali. L’aspetto singolare della storia della purificazione della puerpera è proprio che il rito pur regolamentato nella liturgia, in realtà non è mai stato prescritto da alcuna norma ecclesiastica. L’assorbimento di consuetudini locali e di ritualità pre-cristiane si è insinuato clandestinamente secoli fa nelle cerimonie del Cristianesimo, entrandone a far parte con tanto di parole, gesti, oggetti (solo il Concilio vaticano II avrebbe fatto chiarezza). Durante la quarantena – prevista anche in molte culture non cristiane – la puerpera era soggetta a molti tabù: poteva esserle vietato pettinarsi, mutar d’abito, cambiare la biancheria del letto, metter le mani in acqua. Riceveva visite solo di donne, che portavano doni rituali. Le molte precauzioni magiche, in cui si mescolavano attenzioni terapeutiche, assieme a raccomandazioni alimentari e al riposo, avrebbero comunque protetto la puerpera. Mentre si possono trovare bizzarri i dettagli della “quarantena obbligatoria” del puerperio, oggi non posso non condividere quanto ebbe a sostenere un medico riformatore di fine Settecento che, pur non apprezzando le ingerenze ecclesiastiche nella vita quotidiana delle popolazioni, in questo caso diceva: ben venga che il parroco obblighi le puerpere alla quarantena, almeno così nessuno può impedir loro di riprendersi dalle fatiche del parto!

Claudia Pancino ha insegnato Storia sociale, Storia della famiglia e Storia del corpo all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Studiosa di storia della sanità, delle professioni sanitarie, di storia del corpo e di storia delle donne, ha dedicato diverse pubblicazioni alle rappresentazioni del corpo umano, alla professione medica, ai rapporti fra politica e salute, alla storia sociale della medicina, a quella della cura dell’infanzia. I suoi ultimi volumi: La natura dei bambini. Cura del corpo, malattie e medicina della prima infanzia fra Cinquecento e Settecento (Bononia University Press 2015), Cuore. Storia, metafore, immagini e palpiti (Fefè Editore, 2020).

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