“Storia della medicina del lavoro. Da Bernardino Ramazzini a Salvatore Maugeri” di Giorgio Cosmacini

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Storia della medicina del lavoro. Da Bernardino Ramazzini a Salvatore Maugeri, Giorgio CosmaciniStoria della medicina del lavoro. Da Bernardino Ramazzini a Salvatore Maugeri
di Giorgio Cosmacini
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«Lavoro e salute sono due concetti e valori tra i quali il nesso è stringente. Il lavoro è un diritto da garantire e la salute è un diritto da tutelare. Il lavoro è una fonte di benessere economico e la salute è uno «stato di benessere fisico, mentale e sociale» certificato dalla Organizzazione mondiale della sanità nello stesso anno 1948 nel quale entrò in vigore la Costituzione repubblicana.

Il lavoro, ogni “primo maggio”, celebra la propria festività. La salute, ogni giorno, è una fausta condizione di “completo benessere”, contrario al malessere del suo venir meno. Nella madrelingua latina, labor è sostantivo che significa lavoro, ma anche travaglio, sforzo, fatica, logorio, sofferenza, ed è anche voce verbale che significa “io vacillo, io cado”, come capita a chi si ammala. Nel medesimo lessico, salus è voce traslata che viene da sal, “sale”, ed è la sola parola, in greco e in latino, composta dalle stesse tre lettere: άλς, sal. La salute è il sale della vita, la sostanza che le dà sapore e che, se mancante, rende la vita insipida.

Il lavoro, da sempre, produce ricchezza e benessere; però, se usurante, impoverisce chi lo pratica. La salute, fin dai tempi antichi, è una armonia nascosta che si svela a chi la perde. Nella medicina ippocratica delle origini, armonia era la “buona miscela”, o eucrasìa, degli umori e temperamenti somato-psichici, la quale, se deteriorata, si mutava in discrasia, “cattiva miscela”, malattia. Tuttavia il medico ippocratico, nel prendersi cura del malato, non si curava di addebitarne eventualmente lo stato morboso al logorio della schiavitù, in età greco-romana, o della servitù della gleba, in età medievale.

In età moderna e contemporanea, il lavoro è venuto ad acquistare una dignità concettuale e valoriale via via sempre maggiore anche sotto l’aspetto sanitario. È diventato gradatamente una tecnoprassi utilizzata allo scopo di trasformare la natura a vantaggio dell’uomo, peraltro con il rischio, se la trasformazione è incontrollata, di una ritorsione svantaggiosa a danno dell’uomo stesso.

Il nesso tra lavoro e salute si è fatto ancora più stretto e la storiografia si è fatta carico dell’importanza di tale rapporto. Si può citare un duplice esempio: dell’importanza della salute ha trattato la Storia del lavoro (1943) di Amintore Fanfani e dell’importanza del lavoro ha trattato la Storia della salute (2011) di Giovanni Berlinguer.

Tre secoli prima di tali trattazioni, le due storie parallele si erano già strettamente intrecciate in una aurorale cognizione della salute di coloro che lavoravano e lavorando si ammalavano.

Il passaggio tra Seicento e Settecento, come ogni passaggio tra due secoli “l’un contro l’altro armato” secondo il dire manzoniano, fu una transizione discontinua, problematica, critica, caratterizzata dalla “crisi della coscienza europea” evocata da Paul Hazard, e dalla mutazione socio-economica certificata dalla storiografia come transizione dalla seicentesca “rifeudalizzazione” alla settecentesca “rivoluzione agricola”.

Il riferimento storiografico attiene alla trasformazione strutturale di una società ancora gerarchicamente tripartita nel ceto nobiliare dei cavalieri bellatores, pronti a far guerra, nel ceto culturale dei chierici oratores, dediti agli studi, e nella vasta manodopera dei contadini laboratores, impegnati nel lavoro dei campi.

Peraltro, già a partire dal Basso Medioevo, lavoratori erano anche coloro che, nell’emergere di attività manifatturiere e mercantili correlate alla formazione del cosiddetto “capitalismo precoce”, lavoravano non nei campi, ma altrove, nelle borgate, nelle città, nelle botteghe urbane, esercitando le arti minori: erano gli artefici, accorpati in talune sedi in agguerrite Corporazioni d’arti e mestieri.

Ma tali lavoratori erano isolati, comunque appartenenti a una categoria composita, inclusiva di maestranze e manovalanze di vario genere, le quali, allorquando la rivoluzione agricola farà da innesco alla prima rivoluzione industriale, saranno protagoniste, dal basso, di una ulteriore e nuova transizione epocale.

Già sul finire del XVII secolo, l’aver cura della salute dei lavoratori implicava l’esercizio di pratiche che erano vantaggiose non soltanto ad personam, giovevoli ai singoli individui, ma anche ad societatem, favorevoli allo sviluppo produttivo della società. Ne conseguiva che il fine statutario della medicina – preventivo nel segno di Igea e terapeutico nel segno di Esculapio come recita il Giuramento di Ippocrate – veniva a integrarsi e a coincidere con uno scopo di utilità sociale. Le malattie che penalizzavano la vita dei singoli si inscrivevano nella nera lavagna delle pluripatologia collettiva fatta oggetto di crescente attenzione.

Le anzidette malattie degli artefici venivano a costituire nel loro insieme un complesso nosografico speciale, specifico, in prospettiva specialistico. All’inizio del secolo poi detto “dei lumi”, l’anzidetta crisi di coscienza si trasformò in presa di coscienza per opera di un medico “novatore” che, con il senno di poi, sarà detto “preilluminista” in quanto capace di antivedere il progresso della medicina settecentesca sia nel campo individuale sia nel campo sociale: Bernardino Ramazzini (1633-1714).

Proprio nell’anno 1700, che fa da spartiacque tra il secolo della rivoluzione scientifica di Galileo Galilei e la stagione della settecentesca ragione illuminata, Ramazzini, doctus et expertus esponente dello Studium Mutinense, dà alle stampe in Modena il trattato dal titolo De morbis artificum diatriba

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