Storia della fiaba, genere pedagogico, Alan RossiDott. Alan Rossi, Lei è autore del libro Storia della fiaba, genere pedagogico edito da Helicon: quando nasce e come si sviluppa il genere fiaba?
La storia del genere fiaba si perde a ritroso nel tempo, affondando le proprie radici nell’antichissima tradizione della narrazione orale. Non a caso nel mio saggio ho ritenuto indispensabile, per tratteggiare la storia del genere, iniziare raccontando brevemente l’evoluzione del racconto orale attraverso generi quali la favola, il mito e la leggenda, substrato generatore della fiaba. Le prime raccolte di fiabe, in forma scritta, delle quali si ha traccia ci giungono dall’India del II secolo d.C., mentre del X secolo è la celeberrima raccolta di fiabe di varie derivazioni (egiziane, indiane, arabe, persiane e perfino dagli Urali o dalla Cina) de Le mille e una notte. Tra gli iniziatori del genere in occidente si annoverano gli italiani Giovan Francesco Straparola con Le piacevoli notti a metà del Cinquecento e soprattutto Giambattista Basile con Lo cunto de li cunti (1634-36); in questa raccolta si trovano le prime trascrizioni di forme archetipe di fiabe giunte ai giorni nostri quali Cenerentola, Il gatto con gli stivali e Pollicino. In realtà parliamo però ancora di fiabe destinate agli adulti, all’intrattenimento cortese e non di nuova ideazione, bensì trascritte da tradizione orale.

Dopo le grandi raccolte di fiabe di Perrault (I racconti di Mamma Oca, 1697) e dei fratelli Grimm (Fiabe dei bambini e della casa, 1815) il genere conosce fortuna crescente e si delinea definitivamente nella sua destinazione pedagogica per i bambini. Inizia quindi nell’800 il filone dei grandi inventori di fiabe originali, quali Hans Christian Andersen che porta alla crescita costante del genere fino ai giorni nostri.

Quali funzioni, significati e aspetti formali caratterizzano il genere?
Tutti i racconti fiabeschi sono strutturalmente monotipici. Rappresentano una moltitudine di variazioni dello stesso spartito, prescindendo dal luogo, dal tempo e dalla cultura che le abbia originate, gli elementi unificanti non sono al livello dei contenuti, ma risiedono nella struttura.

La fiaba si contraddistingue per alcuni aspetti formali ricorrenti quali la sostanziale brevità (che la rende perfetta per essere ricordata facilmente e raccontata), la presenza del magico, ambientazione in tempi e luoghi indefiniti, uso di locuzioni rituali (come il “C’era una volta” o l’utilizzo ricorrente di numeri simbolici quali il 3 o il 7) o il proverbiale lieto fine.

Anche l’andamento narrativo della fiaba segue uno schema universale: un equilibrio iniziale, la rottura dello stesso, le peripezie dell’eroe, che coincidono con un viaggio spesso nel tempo e nello spazio che porta l’eroe al mutamento di status e, in conclusione, il raggiungimento di un nuovo equilibrio e il lieto fine.

Vladimir Propp, nella sua Morfologia della fiaba del 1928 individua dei personaggi con dei ruoli ricorrenti e stereotipati strettamente funzionali allo sviluppo dell’azione. Per funzione si intende l’atto del personaggio ben riconoscibile e determinato dal punto di vista della sua importanza per il decorso dell’azione. Ne individua 31 di funzioni, unità che compongono qualsiasi fiaba esistente: non necessariamente (anzi quasi mai accade) devono essere tutte presenti in una singola narrazione, ma è invece costante l’ordine in cui le incontriamo. Egli individua inoltre sette personaggi tipo, stabili e fondamentali nella struttura fiabesca: l’Eroe, l’Antagonista, il Donatore, l’Aiutante Magico, la Principessa e il Re, il Mandante e il Falso Eroe.

Di quale importanza è l’analisi strutturale di Vladimir Propp nello studio del genere fiaba?
Propp, con il suo approccio strutturalista, sottolinea la somiglianza di tutte le fiabe, arrivando a delineare come, sebbene formalmente e a livello di contenuti possano avere mille forme differenti, le funzioni e le azioni svolte dai personaggi seguono degli schemi immutabili e sono i cardini di ogni narrazione di qualsiasi provenienza culturale o geografica. L’indagine di Propp è il punto di riferimento assoluto per chiunque approcci ad una analisi del genere fiaba, ma non solo.

Ad esempio per l’analisi del 1948 di Joseph Campbell che, ne L’eroe dai mille volti, analizza centinaia di miti, favole, fiabe e leggende per constatare che tutte queste narrazioni raccontano sempre di un viaggio, che è quello dell’eroe, composto da una fase iniziale che è la vita ordinaria, dalla fase di separazione, dall’iniziazione e infine dal ritorno. Sulla scia di entrambi lo sceneggiatore statunitense Christopher Vogler nel suo saggio Il viaggio dell’eroe approfondisce la struttura del mito a uso di scrittori di narrativa e di cinema. La struttura narrativa che viene evidenziata accomuna ogni racconto di avventura, sia esso mito, fiaba, narrativa o sceneggiatura per il cinema. I personaggi funzione e le fasi del viaggio dell’eroe, seppur non perfettamente coincidenti con l’analisi di Propp, ne seguono lo schema e ne mantengono il carattere di immutabilità nel modo di presentarsi nelle varie narrazioni.

Quali specificità caratterizzano la storia della letteratura formativa per l’infanzia del nostro Paese?
La necessità di una letteratura formativa in Italia inizia a diventare un argomento ampiamente dibattuto dai primi decenni dell’Ottocento. In un contesto di analfabetismo molto diffuso la letteratura per l’infanzia viene indicata come potente strumento per avvicinare i giovani alla lettura. Negli anni ’30 dell’800 nascono le prime importanti riviste per ragazzi, molto attente ai contenuti: trasmettevano concetti di discipline, ma soprattutto esaltavano valori edificanti quali la famiglia e la dignità e l’emancipazione raggiungibili tramite il lavoro.

Successivamente è con il Risorgimento che la letteratura per l’infanzia divenne strumento perfetto per, una volta fatta l’Italia, fare gli italiani, partendo dalle nuove generazioni. È in questo contesto, ad esempio, che vede la luce Cuore di De Amicis, opera fondamentale nella trasmissione di valori edificanti e patriottici al fine della costruzione di una coscienza civile nazionale. Nei primi decenni del Novecento continua la diffusione di riviste specializzate per l’infanzia e vedono la luce anche le prime collane di narrativa (spesso con traduzioni di opere straniere, ma, sempre più spesso, con produzioni italiane. Dal Dopoguerra, sulla scia dell’opera di autori quali Munari, Calvino e soprattutto Rodari, la letteratura per l’infanzia ha rivestito un ruolo sempre più importante sia commercialmente che culturalmente, rivestendo un ruolo fondamentale nella seconda fase dell’opera di alfabetizzazione e utilizzo dell’italiano in luogo dei dialetti come lingua veicolare.

Negli ultimi decenni si è assistito ad un crescente successo di pubblico che ha progressivamente esaltato la valenza sia estetica che formativa della fiaba: quali gli esiti sulla produzione?
La fiaba negli ultimi decenni è diventato sempre più un genere “pop”: dopo la Seconda Guerra Mondiale a una fase piuttosto lunga in cui ha avuto luogo principalmente una attività filologica di recupero e trascrizione di fiabe delle varie tradizioni orali regionali, ha fatto seguito l’esponenziale aumento della produzione letteraria autorale. Pensiamo che nel 1966 uscì la celeberrima collana A mille ce n’è- Le fiabe sonore, raccolta di fiabe narrate in 45 giri e di quegli anni è anche la proposta radiofonica Tante storie per giocare di Rodari. La fiaba quindi, oltre che come genere letterario dal bacino di autori e lettori sempre più ampio, conobbe fortuna anche nella commistione con i media quali cinema e TV. Il genere divenne una risorsa imprescindibile nel percorso educativo, sia privato che, soprattutto, scolastico, dove la fiaba viene tutt’oggi utilizzata sia per sé stessa come narrazione di intrattenimento educativa, che ai fini dello studio della sua struttura narrativa e letteraria.

In rete troviamo oggi un numero enorme di siti dedicati alle fiabe o ai racconti per l’infanzia. Quello però che fa riflettere su come la fiaba e la letteratura per l’infanzia in generale vengano identificate con la funzione educativa, nonostante l’indubbio valore letterario di certa produzione, è il fatto che il genere venga studiato nelle facoltà di Scienze Pedagogiche e non in quelle di Lettere.

Nel Suo libro Lei analizza l’esperienza di Roberto Piumini, uno dei maggiori scrittori per l’infanzia dell’Italia contemporanea: quali caratteristiche presenta la sua opera?
Meritava certamente un, pur modesto, lavoro di analisi sulla sua figura e sulla sua opera Roberto Piumini, autore indubbiamente tra i più importanti della letteratura per l’infanzia degli ultimi decenni. Egli è un autore vulcanico, un poligrafo, che in circa quaranta anni di carriera letteraria ha pubblicato centinaia di opere con oltre settanta editori, oltre alle numerose traduzioni all’estero; e tutto ciò spaziando tra fiabe, racconti e romanzi (anche per pubblico adulto), poemi, adattamento di classici, traduzioni, copioni, canzoni e altro ancora. Tutto questo prediligendo la forma poetica, anche come strumento narrativo, e ponendosi spesso in prima persona come narratore, attore, cantore, vera e propria estensione dell’atto narrativo insito nelle sue parole.

In quale modo il racconto, e la fiaba in particolare, si rivelano uno strumento utile e prezioso per educare all’uso di una lingua e accompagnare i giovanissimi verso una crescita serena?
La fiaba è un luogo narrativo, un ambiente protetto dove il bambino può vivere e sublimare le proprie paure, affrontandole in una forma simbolica intellegibile. La fiaba offre sempre una via d’uscita al bambino, non dice che tutto sarà facile, ma che le inevitabili difficoltà possono (con l’aiuto “magico” di una forza quale l’amore o l’amicizia) essere superate. Nell’epoca in cui il maestro Manzi dalla TV insegnava a leggere e scrivere a centinaia di migliaia di italiani, come accennato, anche l’opera di Rodari e degli autori suoi contemporanei ha rappresentato un’opera democratica, un “dare la parola”, insegnando e stimolando ai bambini a conoscere, padroneggiare e usare il linguaggio e a creare le proprie narrazioni, oltre che ad ascoltarle.

Negli ultimi decenni non c’è stata più l’esigenza di portare la parola nel senso di alfabetizzare, ma il linguaggio globale ha perso in ricchezza ed espressività: Piumini (con altri contemporanei come ad esempio Bruno Tognolini) quindi “dà la parola” come dono di belle parole, frutto della particolare sensibilità del poeta. Mentre in Rodari l’essenza dell’atto educativo era di natura didattica, in Piumini è estetica e formale, di gioco combinatorio della parola.

Alan Rossi (1977) è un maestro di scuola primaria di Sansepolcro. Si è laureato con lode in Conservazione dei Beni Culturali e successivamente anche in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Siena; ha inoltre conseguito tre Master di specializzazione universitaria. Col presente saggio, ancora inedito, ha partecipato al Premio Letterario Nazionale “Scriviamo Insieme” di Roma e al Concorso Letterario “La Ginestra di Firenze” risultando premiato in entrambi.