“Storia dell’aborto. Protagonisti e interessi di una lunga vicenda” di Giulia Galeotti

Dott.ssa Giulia Galeotti, Lei è autrice del libro Storia dell’aborto. Protagonisti e interessi di una lunga vicenda, edito dal Mulino. Nell’antichità, l’aborto era una questione di donne, così come lo erano la gravidanza e il parto: qual era la concezione dell’aborto nel contesto greco-romano?
Storia dell'aborto. Protagonisti e interessi di una lunga vicenda, Giulia GaleottiOccorre innanzitutto fare una premessa: fino a metà Settecento, ciò che è racchiuso nell’utero viene considerato solo come un’appendice del corpo materno. Prima d’essere messo al mondo, il feto è esclusivamente una parte della donna o meglio delle sue viscere, mulieris portio vel viscerum scrive Ulpiano. Tale opinione, nata in ambito stoico e fortemente radicata nel sentire comune, sarà condivisa per lunghissimo tempo da filosofi, teologi e legislatori, sebbene non si basi su alcuna teoria scientifica e nonostante medici illustri – Ippocrate su tutti – siano di avviso contrario. Ciò detto, nel contesto greco-romano non solo l’aborto è una pratica diffusa in tutte le classi sociali, ma è moralmente accettata e giuridicamente lecita. Se pure ci sono, le voci critiche non sono rilevanti. Il solo limite effettivo è connesso alla tutela dell’interesse maschile: l’aborto può infatti ostacolare l’aspettativa dell’uomo (padre, marito o padrone che sia) interessato alla prole. Così non risultano in Grecia leggi punitive: al pari di infanticidio e abbandono di minore, l’aborto volontario non è considerato reato, anche se nei tre casi è necessaria la volontà, o almeno il consenso, del kyrios (consenso da cui pare si prescinda sovente, considerando i frequenti casi di mariti che pubblicamente accusano le mogli di aver loro precluso una discendenza!). Anche in caso di morte della donna, eventuali procedimenti contro l’autore dell’aborto vengono avviati solo laddove l’uomo intenda tutelare il proprio interesse. Passando al mondo romano, se il primo cenno indiretto all’aborto si trova nella legge delle XII tavole (la madre può essere ripudiata dal marito per sottrazione di prole), nell’Urbe l’aborto non è considerato reato fino a tutto il periodo classico. Giuridicamente parte della donna, il feto rientra nella disponibilità dell’uomo di riferimento, il quale – oltre ad avere un generale diritto vita e di morte sui figli nati e nascituri (onnipotenza che ebbe pochi pari!, come scrive Gaio) – ha anche la proprietà del corpo femminile. In realtà dunque la decisione di abortire è di pertinenza muliebre solo per le donne non sottoposte a potestà, come le prostitute. Per le altre, non solo è causa di separazione matrimoniale, ma laddove una donna incinta venga condannata alla pena capitale l’esecuzione è rimandata a dopo il parto (così come viene differita la tortura). Scrive Quintiliano: «È sembrato incongruo, anche se la madre avesse meritato la morte, che si strappasse il figlio al padre innocente». È interessante però ricordare che le romane conoscono bene il potere sotteso alla loro capacità procreativa: lo utilizzano, ad esempio, per protestare coralmente contro la lex Oppia del 214 a.C. che interdice alle matrone l’uso delle carrozze. È Livio a raccontarci questo sciopero delle mogli romane (Ovidio parla specificamente di aborti di massa) che porterà all’abolizione della legge, meno di vent’anni dopo.

Quale nuova visione introdusse il cristianesimo?
I cristiani non sostengono posizioni scientifiche alternative rispetto ai loro contemporanei, ma leggono e interpretano diversamente i dati. Il cristianesimo infatti considera il problema da una prospettiva completamente diversa: se la tradizione classica tutela gli interessi del padre, della famiglia, dell’ordinamento (raramente della donna, mai del concepito), ora l’oggetto d’interesse è il feto. Ci si occupa di lui, parificando l’aborto all’omicidio: abortire è sopprimere una vita. Se questa condanna resta immutata, nel tempo cambia la definizione del momento a partire dal quale si debba parlare di essere umano. Diventa perciò cruciale il concetto di animazione (ovvero il momento in cui l’anima entra nel corpo). Se infatti sostenere l’animazione immediata comporta la condanna dell’aborto sin dall’inizio della gravidanza, credere nell’infusione successiva qualifica la pratica come omicidio solo in un secondo momento, cioè solo da quando l’anima si unisce al corpo (prima che il feto sia animato, l’aborto è condannato perché interrompe il processo messo in moto da Dio, non perché sia omicidio). La discussione sul momento dell’animazione si protrarrà per secoli, e vedrà alternativamente prevalere ora l’una ora l’altra posizione, con un andamento riassumibile per il periodo antecedente l’età moderna in due grandi fasi: in età patristica i più sono per l’animazione immediata, mentre l’animazione ritardata prevarrà successivamente. A porre fine all’oscillazione saranno le scoperte scientifiche: da quando infatti v’è la certezza che l’embrione presenti i suoi componenti fin dall’inizio, ogni disquisizione circa l’infusione dell’anima perde significato. Il cambiamento viene messo per iscritto, per così dire, nel 1854, con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. L’intento diretto e primo è quello di porre fine alla lunga diatriba se Maria sia o meno stata preservata dal peccato originale, ma se la madre di Gesù ne è priva fin dal primo istante del suo concepimento, ecco che implicitamente e inequivocabilmente viene riconosciuta l’animazione immediata!

Quando il feto acquisì una sua autonomia e con quali conseguenze?
Il punto di svolta avviene tra Sei e Settecento grazie alle scoperte nel campo della fecondazione e dello sviluppo embrionale a cui abbiamo accennato. È infatti la scienza a porre le premesse per cambiamenti radicali: il feto viene considerato un’entità autonoma, si ridefinisce il ruolo della donna e della gestante, muta il significato della gravidanza e, per certi versi, quello del parto. Dopo quasi diciotto secoli è l’intero quadro del processo generativo a essere ribaltato, portando a una rivisitazione complessiva del tema da parte sia dello Stato che della Chiesa. Se infatti fino al Quattrocento filosofia e teologia avevano fornito strumenti e modelli per interpretare la natura, ora la chiave per leggere il reale è il dato concreto e la sua attenta analisi. Il Seicento, inoltre, porta con sé innovazioni tecnologiche per uno sviluppo che vede, in particolare, i progressi degli studi anatomici e l’invenzione del microscopio. Tutto questo segna il passaggio da una gravidanza come fatto interno alla donna a una gravidanza «oggettivamente vista», facendone così mutare il senso, le scelte, i soggetti coinvolti e la percezione sociale. La visione oggettivizza il rapporto tra la donna e il feto (rapporto ora mediato da altri); il feto diventa così un’entità autonoma esistente da prima della nascita, non più da quando si separa dal corpo femminile. Non è più la relazione con la madre a definirlo, quanto la sua stessa esistenza. Per la prima volta nella storia, dunque, la gravidanza è vista come relazione tra due entità distinte. Ma in caso di conflitto nella relazione, che fare? Nella scelta tra chi tutelare nell’eventualità di una contrapposizione, per tutto l’Ottocento e fino alle leggi degli anni Sessanta/Settanta del Novecento la decisione dello Stato sarà di privilegiare il nascituro attraverso una dura repressione dell’aborto. Poi, nella seconda metà del XX secolo, tutto cambierà di nuovo.

È possibile, a Suo avviso, ripensare l’attuale legislazione sull’aborto?
Poiché la situazione è molto diversa nei vari Stati, dipende da quale Paese ci riferiamo! Se la sua domanda è relativa all’Italia, mi auguro di no. Nel tentativo di disciplinare una materia estremamente complessa, infatti, la 194 è una buona legge. Basandosi sul diritto costituzionale alla salute, essa non protegge l’autodeterminazione della donna come valore in sé, ponendo la vita del feto a discrezione della madre, ma prevede che l’esercizio della possibilità di scegliere le sia accordato come migliore soluzione possibile nel conflitto tra salvaguardare la sua salute o difendere l’esistenza del feto. Tra la salute di colei che già esiste e il diritto di colui che non è ancora nato, lo Stato accorda maggiore tutela alla prima. Ricordiamoci sempre però che la gravidanza, pur essendo senza ombra di dubbio una relazione, è una relazione sui generis, unica e incomparabile con qualsiasi altra: il feto vive nel corpo e in virtù del corpo della donna, dipendendone in tutto e per tutto, ricevendo nutrimento e ossigeno attraverso il cordone ombelicale. Anche per questo non è un tema facile, l’aborto. E il dibattito relativo è veramente destinato a non sopirsi mai.

Tra i libri di Giulia Galeotti ricordiamo “Siamo una rivoluzione”. Vita di Dorothy Day (Jaca Book 2022), Il velo (Edb 2016, tradotto in spagnolo); Da un corpo all’altro. Storia dei trapianti da vivente (Vita&Pensiero 2012); In cerca del padre (Laterza 2009, Premio Minturnae), Storia del voto alle donne in Italia (Biblink 2006; Premio Capalbio e Premio Amelia Rosselli). Tra i saggi, A Church of Women (in “Visions and Vocations”, Paulist Press 2018); Concepire l’handicap (in “La bioetica come storia”, Lindau 2011). Nel 2010 con l’articolo Tammurriata nera, uscito sull’Osservatore Romano, ha vinto il Premio Eduardo Nicolardi.

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