Storia del Nord Africa indipendente. Tra imperialismi, nazionalismi e autoritarismi, Caterina RoggeroProf.ssa Caterina Roggero, Lei è autrice del libro Storia del Nord Africa indipendente. Tra imperialismi, nazionalismi e autoritarismi edito da Bompiani. Nella quarta di copertina leggiamo che i cinque paesi nordafricani (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto) hanno vissuto nell’età contemporanea fasi storiche comuni che tuttavia non hanno impedito lo sviluppo di percorsi politici, sociali e culturali propri: cosa accomuna e cosa differenzia i paesi del Nord Africa?

L’idea di fondo di questo libro è di fornire un quadro d’insieme e organico della storia contemporanea del Nord Africa, una porzione del Sud globale a una manciata di chilometri dalla nostra quotidianità. I tre stati del Maghreb (Marocco, Algeria, Tunisia), la Libia (più propriamente parte del Grande Maghreb – peraltro insieme alla Mauritania) e l’Egitto sono i paesi di cui tratto nel testo. Essi sono stati parte (tutti, tranne il Marocco) dell’Impero Ottomano (dal XVI al XIX secolo circa), hanno subito la colonizzazione europea complessivamente tra il 1830 e il 1962, hanno costruito stati indipendenti sulla base di un nazionalismo che ha portato all’involuzione in regimi autoritari, hanno convissuto con la crescita del radicalismo islamico (dagli anni Sessanta-Settanta del XX secolo) e, più recentemente, sono stati attraversati dai movimenti popolari per la democrazia detti Primavere arabe. Una regione quindi accomunata da trend comuni, declinati poi localmente.

Come sono arrivati all’indipendenza i paesi nordafricani?
I colonialismi sono stati differenti nei cinque paesi. Quello francese riguardò il Maghreb strictu sensu (con una fondamentale diversità al suo interno tra Algeria francese e i due Protettorati di Marocco e Tunisia), l’Egitto fu un Protettorato britannico mentre l’Italia, liberale e poi fascista, conquistò la Libia. In ciascun territorio sono state quindi combattute diverse guerre, lotte e/o battaglie per l’indipendenza. I libici avevano condotto una strenua “resistenza primaria” all’occupazione italiana (1911-1931) mentre l’indipendenza fu concessa al termine del secondo conflitto mondiale dalla neonata Organizzazione per le Nazioni Unite (1951). Quando iniziò l’insurrezione algerina guidata dal Fronte di liberazione nazionale il 1° novembre 1954 per la Francia non era minimamente immaginabile perdere quello che era considerato un vero e proprio prolungamento del suo territorio nazionale. Con il Marocco e la Tunisia si giunse quindi presto ai negoziati per la concessione dell’indipendenza (1956) proprio per permettere all’esercito francese di concentrare tutti gli sforzi nella difesa dell’Algeria dove vivevano circa 1 milione di franco-algerini (i pieds-noir). La guerra d’Algeria fu quindi lunga e sanguinosa (1954-1962), una “rivoluzione” per gli algerini. La strada verso l’indipendenza dell’Egitto era cominciata presto (già nel 1922) ma la Gran Bretagna, interessata in particolare al passaggio verso le Indie attraverso il Canale di Suez aveva mantenuto il controllo sul paese sino al 1956 quando, insieme a Francia e Israele, reagì con un attacco armato – bloccato sul nascere da Stati Uniti e Unione Sovietica – alla nazionalizzazione del Canale messa in atto da Nasser, che da allora divenne l’eroe arabo per eccellenza.

Come hanno interpretato le ideologie transnazionali, panarabismo e radicalismo islamico in primis, i paesi del Nord Africa?
Anche in questo caso si tratta di movimenti culturali e politici che hanno attraversato il Nord Africa (come il Medio Oriente) dalla fine dell’Ottocento mutando nella forma e nei contenuti. I progetti panarabi, ovvero di unione di tutti gli arabi in un unico grande stato, furono promossi in Nord Africa negli anni Sessanta prima da Nasser che sperimentò l’unificazione con la Siria (1958-1961) e tentò di imporre la propria egemonia sulla Lega Araba (in questo osteggiato dalla Tunisia del più moderato Habib Bourguiba) e poi dal colonnello Muammar Gheddafi, il quale, assunto il potere in Libia nel 1969, ossessivamente ricercò la fusione con Egitto, Tunisia e anche Marocco. Uno dei principali teorici del radicalismo islamico violento fu l’egiziano Sayyed Qutb (giustiziato nel 1966) proveniente dalle fila della potente organizzazione non violenta dei Fratelli Musulmani (costituita nel 1931). Tunisia, Egitto e Libia furono alle prese con il terrorismo di stampo jihadista negli anni Novanta, che tuttavia non raggiunse mai il livello dell’Algeria dove migliaia di jihadisti si scontrarono con l’esercito in una terribile guerra civile (1992-2001).

In che modo gli autoritarismi hanno caratterizzato la storia di questi paesi?
All’indomani dell’indipendenza le popolazioni nordafricane si erano affidate a chi aveva diretto la lotta di liberazione affinché trionfasse anche nella nuova battaglia per il miglioramento del tenore di vita e per la conquista di stabilità e sicurezza interne, accettando “in cambio” che il potere fosse esercitato sostanzialmente in modo autoritario e le libertà fondamentali fossero praticamente eluse. Quando agli inizi degli anni Ottanta, complice la stagnazione economica internazionale, questo “patto” si ruppe, il malcontento popolare sfociò in manifestazioni spontanee o inquadrate nel movimentismo islamista. In tutti e cinque i paesi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta furono quindi promossi transizioni verso la democrazia “dall’alto” che, a parte l’introduzione di una retorica democratica e di procedure elettorali (costantemente interessate da brogli), non portarono ad alcun cambiamento reale in termini di tutela del pluralismo e di instaurazione di uno stato di diritto.

Cosa hanno significato per questi paesi le cosiddette Primavere arabe?
Le speranze di cambiamento e miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni in termini di sussistenza (“il pane”), di promozione e salvaguardia di una cittadinanza attiva e consapevole (“la dignità”) e di diritti reali come il poter vivere, convivere, esprimersi, riunirsi e protestare in una società plurale difesa da leggi fondamentali, condivise e rispettate da tutti (“la libertà”), sono state alla base delle mobilitazioni che hanno invaso nel 2011 le piazze e le vie delle capitali e delle principali città del mondo arabo, in Tunisia, Egitto e Libia, coinvolgendo, seppur in modo molto meno traumatico, anche l’Algeria e il Marocco. Spentosi l’entusiasmo iniziale, la regione ha dovuto però fare i conti con gravi difficoltà legate alla gestione delle nuove “transizioni” (questa volta partite “dal basso”): la situazione è degenerata in Libia con lo scoppio di una guerra prima internazionale e poi civile, e in Egitto, dove i militari si sono impadroniti nuovamente del potere nel luglio 2013 deponendo il governo legittimo dei Fratelli musulmani, poi criminalizzati e duramente perseguitati. In Tunisia, l’instaurazione di un dialogo nazionale ha portato all’approvazione di un nuovo testo costituzionale condiviso dalle diverse anime della società, mentre in Marocco e in Algeria i governanti hanno concesso rimaneggiamenti alle loro carte fondamentali.

Qual è lo scenario politico-sociale attuale dei 5 paesi?
Gli anni successivi alle Primavere arabe sono stati caratterizzati da un’instabilità generale in tutti e cinque i paesi a causa sia del peggioramento dell’economia – dovuto in parte alla crisi finanziaria globale ma strettamente legato al lento e travagliato processo di riassestamento dei sistema-paese – sia della circolazione in tutta l’area sahelo-sahariana di armi provenienti dai depositi della ex-Jamahiriyya libica, un afflusso di dotazioni militari che ha accresciuto il potere delle forze irregolari e dedite alla violenza (fra politica e criminalità) che qui già gravitavano dalla fine del Decennio nero algerino. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un nuovo movimento popolare inaspettato in Algeria che ha determinato la fine del ventennio di regime di Abdelaziz Bouteflika. La contrapposizione tra i due estremismi (jihadismo e lotta al terrorismo) rischia di ridurre la situazione politico-sociale di questi paesi a una mera questione di sicurezza a scapito del dialogo e confronto nazionale tra tutte le anime della società. La vera sfida è rappresentata dal proseguimento sulla strada della solidarietà sud-sud e dell’integrazione economica regionale.