Storia del Granducato di Toscana, Gaetano GrecoProf. Gaetano Greco, Lei è autore del libro Storia del Granducato di Toscana edito da Morcelliana: come avviene la nascita dello Stato regionale toscano?
Tralasciando altri acquisti successivi anche significativi, ma «periferici», ottenuti nel corso dei secoli (come, per esempio, Pontremoli in Lunigiana alla metà del Seicento, il Principato di Piombino e lo Stato dei Presidi nel 1815 e Lucca nel 1847), la nascita dello Stato regionale toscano è avvenuta essenzialmente in due tappe, ciascuna delle quali in un secolo diverso. La prima tappa può essere individuata nei primi decenni del Quattrocento, subito dopo la morte improvvisa del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, che, con la sua politica espansionistica nell’Italia centro-settentrionale, aveva messo a rischio la stessa sopravvivenza dello Stato cittadino di Firenze (come pure di quello veneziano). Ebbene, superato il pericolo, nel giro di pochi anni Firenze e Venezia riuscirono a conquistare ampi territori, che avrebbero garantito per alcuni secoli le loro rispettive «libertà» politiche. Queste due fortunate politiche espansionistiche ebbero un aspetto comune, ma un esito diverso, almeno in questa fase. L’aspetto comune può essere individuato nell’assoggettamento definitivo non solo di numerosi centri manifatturieri di minore dimensione, ma soprattutto di altre città-stato con i loro rispettivi contadi: nel caso fiorentino di Arezzo, di Pistoia, di Volterra e di Pisa (importantissima perché garantì il libero accesso al Mare Mediterraneo). La differenza principale consiste nella maggiore capacità di resistenza, che in Toscana dimostrarono due altre città, cioè Lucca e Siena, che riuscirono a bloccare l’avanzata fiorentina al di fuori del Valdarno Superiore e del Valdarno Inferiore, rendendo così insicuro il dominio fiorentino sul piano politico-militare. La prova di questa instabilità si ebbe durante la turbolenta fase delle «horrende guerre d’Italia», allorché il territorio fiorentino visse uno stato di continua belligeranza non solo per l’attraversamento da parte di eserciti nemici o alleati, ma anche per la ribellione di alcune città sottomesse alla «dominante». Anzi, una di queste, Pisa, tornò «a libertà» e per una quindicina di anni ingaggiò con Firenze un’aspra «guerra di Popolo» grazie all’apporto di migliaia di contadini, che, rifugiatisi dentro le mura urbane, furono promossi al rango di cittadini: roba da non credere, se si pensa al tradizionale disprezzo nutrito dagli abitanti delle città italiane nei confronti dei rispettivi contadini! Lo Stato territoriale fiorentino riuscì a sopravvivere a questa durissima prova per due motivi, che vanno riconosciuti lucidamente. Il primo motivo consiste nel fallimento delle due esperienze repubblicane (1494-1512 e 1527-1530): nonostante la sperimentazione d’innovativi strumenti di governo in campo finanziario (come la «decima a scalare») o militare (le «ordinanze» del Machiavelli), la scissione del corpo politico fiorentino in «parti» fieramente contrapposte (piagnoni, palleschi, arrabbiati) mantenne il governo in uno stato di perenne instabilità, alla quale certo non giovarono le faide consortili fra i principali ceppi familiari. Tuttavia, e qui sta la seconda ragione della sopravvivenza fiorentina, ambedue le sconfitte repubblicane furono accompagnate dall’affermazione come «principi» effettivi di Firenze di due cugini: Giovanni di Lorenzo e Giulio di Giuliano de’ Medici, più noti con i nomi assunti da sovrani- pontefici, cioè Leone X e Clemente VII. Questi due mantennero in vita la continuità del potere e delle alleanze della famiglia anche da Roma e anche nell’esilio e riuscirono a trasmettere la signoria su Firenze a membri del loro casato. Con i loro successori laici iniziò e giunse a compimento nel giro di un trentennio la seconda fase del percorso, con il passaggio dal consolidamento dello Stato semi-regionale fiorentino alla formazione di uno Stato di ampia dimensione regionale e politicamente coeso, nonostante il noto campanilismo dei suoi centri demici e la persistente «faziosità» dei suoi ceti.

Qual è l’origine del titolo di Granduca riservato ai sovrani toscani?
Papa Clemente VII riuscì a chiudere il suo conflitto con Carlo V, ottenendo non solo di recuperare la signoria su Firenze, ma di trasformarla – seppure in termini ambigui – in un ducato, di cui fu investito il nipote (o figlio?) Alessandro. Pochi anni dopo, però, il duca fu assassinato da un cugino e compagno di baldorie, e gli successe un lontano parente appena diciottenne, privo di mezzi ma di grandi capacità: Cosimo figlio di Giovanni «delle Bande Nere». Grazie a un gruppo di collaboratori provenienti da tutta la regione e pure da fuori i suoi confini, il nuovo Duca riuscì a operare con successo su due diverse direzioni. In ambito politico-militare, si mantenne sempre fedele all’imperatore, che aiutò con uomini e denaro, e attrezzò il suo dominio a difendersi con efficacia per terra e per mare: nuove fortezze lungo i confini e nei principali centri urbani, soldati mercenari, una milizia territoriale ben addestrata e pronta alla mobilitazione, una marina militare rinforzata da un nuovo ordine cavalleresco alle dipendenze del sovrano (i Cavalieri di S. Stefano, che resero coesa la frastagliata nobiltà toscana). Questo programma dispendioso dette i suoi frutti. Infatti, Cosimo non solo riuscì a difendere il suo territorio, ma anche lo accrebbe con la conquista militare – dopo una lunga e durissima guerra – del principale avversario di Firenze in Toscana: Siena con la sua vasta provincia maremmana. In politica interna, poi, pur istituendo nuovi ministeri (o «auditorati») e commissioni governative a Firenze e in alcune città, il duca riuscì a superare i tradizionali conflitti fra la «dominante» e le terre soggette sia assumendo funzionari e ministri su tutto il territorio, sia adottando una particolare forma di controllo sulle comunità e sui luoghi pii: quella «partecipazione» del principe – tramite i nuovi «cancellieri comunitativi» (precursori dei segretari comunali) – alla gestione delle risorse locali, che evitava sia di sperperarle in spese superflue, sia di farle usurpare a favore dei più potenti del posto. Questi risultati, accompagnati da notevoli capacità finanziarie, resero il duca di Firenze l’alleato più affidabile e importante degli Asburgo in area italiana e Cosimo aspirò a stabilizzare questa posizione anche sul piano del prestigio formale, con un titolo che lo ponesse al di sopra degli altri signori laici italiani, come il duca di Ferrara e il duca di Savoia. Però gli Asburgo non furono disponibili ad accontentare questo principe, che certo non nascondeva le sue capacità di azione autonoma. Così Cosimo si rivolse all’altro «trono regale», che poteva concedere simili privilegi, cioè alla Santa Sede, e in effetti nel 1569 papa Pio V lo insignì del titolo di granduca. Il successo, però, ebbe il suo prezzo. Infatti, per ingraziarsi i pontefici, Cosimo I aveva dovuto abbandonare la sua tacita tolleranza in ambito religioso, per fare marcia indietro sulle concessioni in favore degli ebrei e affrettarsi ad accettare nei suoi domini i frutti della nuova temperie della Controriforma: i decreti del Concilio di Trento, il tribunale del Sant’Ufficio e l’Indice dei libri proibiti (particolarmente avversato dai letterati toscani per la condanna di opere fondamentali per la propria identità culturale, come il Decameron di Giovanni Boccaccio). Va però ricordato, per la sua importanza nella storia passata e nell’attualità della Toscana, che nonostante questa interessata adesione alla Controriforma, a cavallo fra Cinque e Seicento un figlio di Cosimo già cardinale e grande elettore dei pontefici rigoristi, il granduca Ferdinando, mise da parte tutti gli scrupoli dell’ortodossia ed emanò quelle immortali leggi che sono note con il nome di Livornine. Con queste leggi, tese ad attirare l’immigrazione di uomini e donne di tutti i mari e i continenti nel porto labronico garantendo a costoro un’ampia tolleranza religiosa, non fu raggiunto soltanto l’obiettivo di trasformare un piccolo scalo marittimo in una grande città commerciale (l’unica nuova città del Mediterraneo in epoca moderna!). Le Livornine, infatti, hanno realizzato un esperimento, inedito nella realtà italiana, di pacifica convivenza fra famiglie e individui (anche donne, tante, anzi tantissime: un meraviglioso caso per gli studi di «storia di genere») appartenenti a differenti etnie italiane, europee, africane e asiatiche, a diverse religioni e culture, e con trascorsi non di rado discutibili (malavitosi, prostitute) ma dalla volontà operosa e dalla sociabilità aperta. Una simile comunità è fiorita rapidamente sul piano demico e a livello economico sotto la vigile e benevola protezione di quel sovrano, che sin da giovane chierico aveva preferito applicarsi all’arte idraulica, all’ingegneria urbanistica e alle grandi imprese commerciali (oltre che alla politica su ampi orizzonti), piuttosto che alla conoscenza del latino e della teologia.

Come finì la dinastia dei Medici?
Sul piano strettamente istituzionale la fine della dinastia medicea duecento anni dopo l’insediamento del primo duca fu la conseguenza dell’estinzione del ramo maschile dei Medici discendenti legittimi di Cosimo I. Non si trattò di un caso isolato. In Italia, per esempio, fu questo il destino dei Gonzaga di Mantova, dei Farnese di Parma (ma a tramandare il sangue degli antichi feudatari laziali ci pensò la tosta Elisabetta) e degli Este di Modena e dei Malaspina di Massa le cui famiglie confluirono per via femminile negli Asburgo di Vienna. Eppure, questo destino fu anche il frutto di complesse strategie familiari che accomunarono i nostri principi «naturali» (nel senso di nati in Italia da italiani) alle altre famiglie dell’aristocrazia urbana e feudale. Infatti, anche questi casati, compresi quelli delle antiche repubbliche cittadine sopravvissute (Venezia, Genova, Lucca), conobbero la stessa «scrematura», che colpì le teste coronate. Ovviamente, non si può trascurare l’impatto delle pandemie, epidemie e morbilità varie che imperversarono per quasi un secolo a partire dai primi decenni del Seicento, e che non risparmiarono i «grandi». Tuttavia, non si può dimenticare che a un esito così disastroso contribuì anche la cultura egemonica del tempo, cioè una miscela micidiale (visti i risultati!) di valori aristocratici e di moralismo cristiano rigorista. Questa cultura individuò nell’istituto del maggiorascato lo strumento esclusivo per trasmettere e conservare i beni e il potere della famiglia di padre in figlio e scelse di investire le proprie risorse nelle rendite fondiarie e finanziarie, garantite da condizioni «fuori mercato» perché tutelate da appositi privilegi statali (i fidecommessi) ed ecclesiastici (i «benefici»). Di conseguenza, le grandi casate, comprese quelle principesche, limitarono al massimo la loro politica matrimoniale sia condannando a un forzoso celibato molti dei loro rampolli (tanto maschi che femmine), sia combinando accordi matrimoniali, che non di rado si dimostrarono semplicemente disastrosi (come nel caso del bigotto Cosimo III, che ne fu vittima come figlio e artefice come padre). In ultimo, merita ricordare pure la collocazione nella grande politica internazionale da parte di questo granduca. In quei decenni il suo coetaneo Vittorio Amedeo II di Savoia ebbe la capacità di compiere una scelta assai azzardata, intrecciando una lucrosa alleanza con l’ereticissimo Guglielmo III d’Orange, statholder d’Olanda e re d’Inghilterra, che sarebbe durata due secoli e mezzo e avrebbe portato la sua dinastia a unificare la Penisola e a cingerne la corona. Invece, Cosimo III rimase vincolato a una condizione di umiliante subordinazione alle potenze cattoliche, giungendo a pagare in moneta sonante la moderazione degli eserciti imperiali a spasso nel suo territorio. Eppure, a differenza del duca sabaudo il granduca avrebbe potuto giocare a favore dell’autonomia del suo stato una carta particolare: il possesso del principale scalo commerciale degli Inglesi e degli Olandesi nel Mediterraneo. Ma glielo impedirono le sue scelte religiose, particolarmente sentite, come emerge dal suo epistolario con il «santo vivo» Gregorio Barbarigo. Così, il suo lungo regno fu segnato non solo dal suo noto bigottismo, ma anche dalla cupa consapevolezza che dopo la morte sua e del figlio Gian Gastone (privo di eredi) il Granducato sarebbe stato devoluto a una dinastia straniera.

Come si giunse all’insediamento della dinastia straniera degli Asburgo Lorena?
L’estinzione della linea maschile dei Medici di Cafaggiòlo avvenne nel contesto di quelle «Guerre di Successione» settecentesche, che furono innescate dalla fine contemporanea delle linee maschili di altre grandi famiglie reali europee di religione cattolica, come gli Asburgo di Madrid e di Vienna. Per accordi internazionali fra le grandi potenze europee, lo Stato toscano fu attribuito a Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Asburgo, per compensarlo della sua rinuncia ai domini aviti ai confini della Francia. Questa conclusione avrebbe potuto trasformare lo stato toscano in una colonia di un sovrano lontano e assente, come temette anche il grande intellettuale Ludovico Muratori. In effetti, gli inizi non furono felici. Francesco Stefano visitò il nuovo acquisto soltanto una volta e le nuove leggi introdotte dalla sua giunta di governo toscana, diretta da un ministro straniero, pur coerenti con il riformismo illuminato del tempo (eliminazione dei fidecommessi, verifica dei titoli di nobiltà ecc.), apparvero come imposizioni volte a estorcere denaro e a ridurre il potere dei ceti dirigenti locali per rafforzare l’autorità di un governo straniero. Del resto non era ignoto che i sovrani stranieri condividevano il pregiudizio comune alla pubblicistica ultra-montana sull’Italia: «un paradiso popolato da diavoli» o, nel migliore dei casi, da fannulloni, boriosi e indisciplinati. Ma questa situazione cambiò radicalmente dopo una trentina d’anni, quando il Granducato ebbe un proprio sovrano nella persona di Pietro Leopoldo, figlio di Francesco Stefano. Il giovane granduca venne a risiedere stabilmente in Toscana e, grazie alla collaborazione dei suoi ministri e dei funzionari locali, elaborò e attuò un vasto programma di riforme su molti ambiti della vita regionale: dal regime delle proprietà fondiaria (con vendite o cessioni in livelli enfiteutici di beni pubblici ed ecclesiastici) alla liberalizzazione della circolazione delle merci dentro e fuori dello stato, dalla fiscalità all’assetto istituzionale delle comunità, dalle istituzioni ecclesiastiche locali (miscelando la tradizione giurisdizionalista toscana con il febronianesimo di area germanica e la rigorosa religiosità giansenista) al diritto penale. In quest’ultimo ambito la sua famosa Leopoldina, con l’abolizione della tortura giudiziaria e della pena di morte, può essere considerata a ragione un grande e imperituro dono alla legislazione criminale italiana e mondiale. Basti pensare che solo recentemente, e grazie a papa Francesco, il principio della liceità di questa forma di vendetta statale è stato depennato dal Catechismo della Chiesa cattolica. Nell’adozione da parte del sovrano di una scelta così radicale influì certamente la lettura dell’opera immortale di Cesare Beccaria, ma anche la constatazione che la tradizione penalistica toscana, caratterizzata da un occhiuto controllo sui sudditi tramite gli informatori (per gli osservatori esterni la Toscana era «un paese di spie») e dall’uso moderato delle pene corporali (almeno in confronto alla maggior parte degli altri stati), aveva prodotto negli ultimi secoli una drastica riduzione della violenza da parte dei privati. Non solo, Pietro Leopoldo seppe anche recuperare la tradizione culturale forte dello Stato fiorentino, sia ricollegando esplicitamente la sua azione a quella del Pater Patriae Cosimo I de’ Medici, sia elevando agli onori del pantheon toscano – le «urne dei forti» nella chiesa di S. Croce di Firenze – il grande politico e moralista Niccolò Machiavelli, le cui opere erano state condannate dalla Chiesa. La combinazione di tutti questi elementi e la consapevolezza che, pur appartenendo a una dinastia straniera, il granduca lavorava a un progetto di grande riforma politico-istituzionale fondata sul principio di rappresentatività delle comunità locali e di conseguente limitazione del potere centrale, crearono nel ceto politico toscano il partito «leopoldino». Questo partito ebbe proprio nel governo e nei suoi funzionari il suo nucleo più resistente al succedersi degli eventi e un consenso diffuso nel paese fra i ceti civili dei più diversi livelli e fra segmenti consistenti dello stesso clero.

Quali vicende segnarono il Granducato in seguito all’occupazione francese?
Le vicende della rivoluzione francese non mancarono di avere ripercussioni anche in Toscana, sia sul piano economico, a causa delle difficoltà nei commerci e nella navigazione (fulcro della fortuna di Livorno), sia sul piano politico-religioso, per la reazione tradizionalista alle riforme leopoldine con fenomeni di rivolta popolare e di miracolismo mariano. Furono questi i primi accenni di quel «Viva Maria», che esplose in forma violentissima durante la prima, breve occupazione francese, segnata da soprusi e continue ruberie da parte degli invasori. Anche se meno noto del movimento sanfedista meridionale, pure la reazione toscana conobbe il suo momento di gloria, riuscendo a sconfiggere le truppe nemiche ormai in ritirata e annientando il fragile partito «giacobino» locale dalle differenti sfumature politiche; ma questa gloria è irrimediabilmente marcata da episodi di feroce antisemitismo, culminati nel sanguinario rogo di più di una dozzina di ebrei vivi in Piazza del Campo a Siena, nel silenzio connivente dell’arcivescovo Zondadari. Per ragioni di politica internazionale, paradossalmente il ritorno dei francesi fu accompagnato dall’instaurazione di un regno da operetta sotto una giovane coppia di casa Borbone: un malato grave e una bigotta amante dei divertimenti. Fra uno sperpero e l’altro delle risorse pubbliche nello sfarzo e nelle feste della corte regale, Ludovico I e Maria Luisa misero in atto una politica reazionaria in ambito giudiziario e soprattutto ecclesiastico, suscitando una forte resistenza da parte dello stesso Ministero, tenacemente attaccato alle riforme del grande Pietro Leopoldo. Dopo questa breve e sfortunata parentesi, la Toscana fu annessa direttamente all’Impero francese, di cui dovette assumere tutte le leggi: dal codice penale (con il largo ricorso alla pena di morte) al codice civile (avanzato in materia economica), dalle regole amministrative (la Toscana fu suddivisa in tre «Dipartimenti» alla francese sotto la direzione dei prefetti, fu introdotto lo «Stato civile», ecc.) all’imposizione della leva militare con il sistema dell’estrazione a sorte per foraggiare di uomini le imprese di Napoleone. Questa «tassa sul sangue» produsse in Toscana, come in altre aree dell’Impero, una fortissima resistenza popolare, di cui è rimasta una testimonianza vivissima in una canzone popolare di grande fortuna, il cui primo verso recita: “Partire, partirò, partir bisogna”. D’altra parte, anche in Toscana il quindicennio napoleonico lasciò alcune eredità. Le più note sono la formazione di nuovi funzionari statali educati alla dipendenza dai loro ministri; nuove figure di sindaci dipendenti dall’autorità centrale; corpi di tecnici – ingegneri soprattutto – al fianco degli amministrativi; e una fioritura di associazioni di ogni orientamento politico e ideologico, dalle «Amicizie cristiane» del cattolicesimo tradizionalista alla massoneria, dai «patrioti» fino agli egualitari del Babeuf e del Buonarroti. Ma non si trascuri neppure un altro lascito, troppo spesso trascurato nella ricostruzione di quegli anni turbinosi. Durante quel quarto di secolo il perdurare quasi ininterrotto delle vicende belliche aveva accresciuto in modo insopportabile la fiscalità (comprese le spoliazioni a danno dei vinti) e il debito pubblico, sicché i governi napoleonici trovarono le casse dei loro nuovi domini esauste e cariche di debiti di fatto insolvibili. A fronte di questa situazione disastrosa e insanabile la soluzione fu trovata nella soppressione di tutte le famiglie religiose maschili e femminili e nella vendita dei loro beni. Si trattò di un’operazione tanto brutale quanto efficace per il risanamento dei bilanci pubblici, tanto che molti governi della Restaurazione (compreso quello toscano) mostrarono di apprezzarla, non imponendo ai propri sudditi la restituzione dei beni ecclesiastici acquistati da costoro a buon prezzo. Mezzo secolo dopo, questo esperimento era ancora ben impresso nella memoria del ceto politico italiano e pronto per essere ripreso.

Quali politiche illuminate adottarono i sovrani asburgici con la Restaurazione?
In Toscana la Restaurazione assunse un aspetto di particolare moderazione. Ritornò a regnare Ferdinando III d’Asburgo Lorena (figlio secondogenito di Pietro Leopoldo), che aveva dovuto abbandonare il suo stato nel 1799 di fronte all’invasione dell’esercito francese. Come nei primi anni del suo governo, questo sovrano si avvalse di collaboratori formatisi ai tempi del padre (come l’energico Vittorio Fossombroni, autorevole sostenitore dell’autonomia del Granducato rispetto agli altri domini asburgici) e non esitò a utilizzare pure aristocratici, notabili e funzionari compromessi con il regime napoleonico e persino qualche ex-«giacobino» di provata capacità. L’indirizzo politico del suo governo fu segnato dal recupero della gran parte del patrimonio normativo attribuito a Pietro Leopoldo, tanto sul piano della politica interna, quanto sul piano dei rapporti con la Chiesa. Anche se formalmente la pena di morte non venne abolita, di fatto fu applicata in rare occasioni e poi cadde in disuso, mentre nella vicina Lucca si giunse a infliggere la pena di morte con ignominia per il furto di un ostensorio con particole consacrate. Quanto alla vita politica e culturale, il granducato non si allineò all’intolleranza reazionaria della Restaurazione. Si distinse, invece, sia per la tollerante moderazione e per l’apertura nei confronti delle iniziative filantropiche (come gli asili nido o le scuole di mutuo insegnamento), sia per l’assenza di un confessionalismo rigido, avverso ai contatti, agli scambi e all’ospitalità nei confronti di stranieri aderenti ad altre chiese cristiane. La stessa censura sulle opere a stampa, prodotte in loco o introdotte da quella porta sempre aperta che fu la città di Livorno, rimase sempre sotto l’esclusivo controllo – certo benevolo – di fidati ecclesiastici di nomina governativa, mentre su tutti vegliava il collaudato corpo di «birri» del Buon Governo (la tradizionale polizia statale). Così la Toscana fu per parecchi anni, compresi quelli dei primi moti risorgimentali, un tranquillo rifugio per gli esuli e il luogo d’incontro d’intellettuali di tutte le regioni d’Italia (si pensi a Leopardi, per esempio). Anche in ambito economico, nonostante l’ancoraggio sempre più radicato nella produzione agricola, la Toscana di Ferdinando III si caratterizzò per la vivacità delle sue iniziative in ambito finanziario con la creazione di nuovi istituti bancari e nel campo delle infrastrutture, dove fu ripresa la tradizionale politica pubblica toscana di adeguamento e di mantenimento delle vie d’acqua e di terra, che permetteva anche di sovvenire ai lavoratori manuali disoccupati. Gli investimenti in questo settore poterono contare sulle competenze tecniche del corpo degli ingegneri, che furono valorizzati nel loro ruolo nel comparto pubblico. Ebbene, l’attenzione del granduca e del governo in questi settori economici e tecnici si mantenne intatta, anzi, crebbe d’intensità sotto il successore di Ferdinando III, suo figlio Leopoldo II: quel “Toscano Morfeo” che, “lemme lemme”, “asciuga tasche e Maremme” (Giuseppe Giusti, L’incoronazione, 1838). A Leopoldo II la Toscana dovette non solo la prosecuzione e la conclusione della complessa impresa del catasto geometrico-particellare, iniziata sotto il padre ed essenziale per una più equanime ripartizione del carico fiscale, ma anche la precocità della realizzazione, grazie al favore concesso alle iniziative private, di una rete organica di collegamenti ferroviari fra i principali centri cittadini, che in larga misura è arrivata fino ai nostri giorni: prova, certamente, di un governo benevolo e paternalistico, in un certo senso anche «illuminato», ove si badi all’uso delle moderne tecnologie (comprese quelle macchine a vapore che in altre contrade spaventavano i sovrani o, tuttalpiù, li divertivano come giocattoli). Ma … c’è un ma, e non piccolo, come emerse in tutta evidenza nell’ultima stagione della Toscana lorenese: se Ferdinando III d’Asburgo Lorena era sempre stato il Granduca di Toscana, suo figlio Leopoldo II si manifestò ai suoi sudditi in primo luogo come arciduca d’Austria.

Quali vicende portarono all’annessione del granducato al Regno di Sardegna?
Sin dalla salita al trono di Leopoldo II non mancarono i segni della difficoltà del sovrano di mantenere rapporti di collaborazione con il corpo politico del suo stato. Da una parte, l’idea di monarchia del sovrano era caratterizzata ideologicamente da una concezione assolutistica e burocratica: il suo potere era espressione diretta e «naturale» della volontà di Dio, proprio come quella dei padri all’interno delle loro famiglie, e i suoi collaboratori nel governo del paese erano dei semplici burocrati al suo servizio; e la religione cattolica costituiva la garanzia e il collante di questo sistema. Dall’altra parte, il tradizionale corpo politico toscano era attraversato da nuovi fermenti, culturali e sociali. Una porzione dell’aristocrazia toscana era attratta dalla nuova ideologia liberale ultramontana e transatlantica, sia sui temi economici, sia su quelli politico-istituzionali, mentre il recupero, pur lento, della grande cultura toscana medievale e rinascimentale si accompagnava al persistente richiamo di correnti religiose sopravvissute alle loro ripetute sconfitte: dall’indomito savonarolismo fino al più recente “giansenismo”, non senza significative aperture all’austero evangelismo, tanto fra i nobili quanto fra i plebei. Nel contempo, questo corpo politico era cresciuto sia per l’affermazione di nuove dinastie di imprenditori e per l’emergere dell’influenza degli intellettuali e dei professionisti (medici, avvocati, ingegneri), sia per l’ingresso nell’agone politico – soprattutto nelle aree urbane, ma non solo – da parte di nuovi soggetti, appartenenti ai ceti inferiori, ma capaci di organizzare segmenti non trascurabili del popolo basso per la difesa dei propri interessi e per la conquista di nuovi diritti. Il biennio 1848-1849 mise duramente alla prova tutti questi soggetti politici, che mostrarono, nessuno escluso, sprovvedutezza e scarsa lungimiranza, ma proprio la seconda Restaurazione fu l’incubatrice dell’esito rivoluzionario con la fine del granducato. Se, spaventata dalla bufera democratica del 1849, l’aristocrazia permase divisa fra la fedeltà al sovrano e la delusione per i suoi comportamenti, il granduca riuscì a fare le scelte politicamente più errate. Leopoldo II tornò in Toscana non solo grazie all’intervento delle truppe austriache, rifiutando il sostegno dei patrizi toscani, ma soprattutto tornò con l’uniforme bianca di quell’esercito, al quale permise di occupare il paese per alcuni anni, sottoponendo i sudditi a ogni sorta di vessazioni e, in particolare, alla giustizia penale militare. Per garantirsi la fedeltà del popolo, inoltre, pensò bene di affidarsi a Pio IX e al clero, facendo strame delle riforme ecclesiastiche del nonno, discriminando gli acattolici e gli ebrei, subordinando la stampa, le scuole e l’università ai vescovi, e reintroducendo la pena di morte, che – ironia della sorte – nel 1847 in occasione dell’annessione di Lucca proprio lui aveva abolito ufficialmente, ma forse per un errore formale (peraltro giunto assai gradito ai magistrati toscani). Quando nel 1859 parve ripresentarsi un nuovo 1848, accadde un evento inedito e inaspettato. Mentre il granduca rimase ostinatamente fermo sulle sue posizioni, una componente «forte» (sicuramente sul piano del prestigio personale dei suoi membri) dell’aristocrazia fiorentina ruppe gli indugi e intraprese un’azione certo azzardata: strinse un’alleanza strategica con la componente «nazionale» del partito democratico. Scoppiò, così, una «gloriosa rivoluzione» alla toscana: fu sufficiente una pacifica passeggiata di massa del popolo fiorentino sotto le finestre di Palazzo Pitti, perché la famiglia granducale, terrorizzata da tanta tranquillità, abbandonasse di corsa il paese per non farvi più ritorno. Merita sottolineare il carattere peculiare di questa rivoluzione. La Toscana non fu liberata da un esercito regolare, né fu conquistata da quella milizia popolare, a cui pure offrì il suo contributo di uomini e denaro. Fu il suo corpo politico che, con uomini come Bettino Ricasoli, decise di unirsi al Regno di Sardegna, senza le manovre gattopardesche narrate già nell’Ottocento dal mio concittadino Federico De Roberto nel suo romanzo I Viceré, ma nella consapevolezza della dignità del proprio passato storico. Non a caso, la Toscana entrò a far parte del Regno d’Italia imponendo ai Savoia il rispetto nel proprio territorio del lascito più significativo della sua tradizione giuridica: l’abolizione della pena di morte.

Quale ruolo ebbe nella storia dello Stato la formazione di una “Chiesa nazionale” toscana?
Il ruolo delle istituzioni ecclesiastiche nella storia degli stati italiani d’antico regime non può essere trascurato per una ragione molto semplice, anche se difficilmente comprensibile per chi ormai vive in una società secolarizzata. Poiché i nostri stati avevano un carattere marcatamente confessionale, una parte rilevante della vita quotidiana di ogni singolo individuo, di ogni comunità e dello stato stesso si svolgeva secondo le norme giuridiche, i riti e le tempistiche stabilite dalla Chiesa. Quest’ultima con le sue molteplici e differenti articolazioni (diocesi, vescovi, capitoli, parrocchie, cappellanie, monasteri ecc. ecc.) deteneva un’ingentissima massa di beni immobili urbani e rurali, percepiva rendite incalcolabili sia fissate, sia variabili nel tempo (come nel caso delle elemosine per le messe), intrattenendo di conseguenza rapporti d’interesse con tutti i ceti sociali. In questo settore il punto di partenza del discorso per la Toscana è simile a quello delle altre regioni d’Italia: in età rinascimentale le istituzioni ecclesiastiche vivevano in una condizione di coma profondo. Il clero secolare era spesso ignorante e occupato in attività non religiose, il clero regolare era spogliato dalle commende e lacerato dai conflitti intestini fra osservanti e conventuali, le monache erano accusate di comportamenti immorali e di cattiva gestione delle risorse comuni, e gli uffici ecclesiastici secolari (dai vescovadi alle cappellanie) erano accumulati da chierici assenteisti e sperperatori dei loro beni patrimoniali. In questa situazione, il duca Cosimo de’ Medici fu protagonista di un intervento assai incisivo, lungo due direttrici: il controllo della gestione delle «temporalità» ecclesiastiche (cioè delle loro risorse economiche) e la difesa delle cosiddette «pertinenze laicali» (cioè dei diritti di sfruttamento degli uffici e delle doti da parte dei laici). Due furono i provvedimenti principali, che, assunti già nei primi anni del ducato cosimiano, sopravvissero nel tempo: controllare e garantire che gli uffici ecclesiastici secolari fossero attribuiti dai loro «patroni» laici (in modo che ne godessero i figli cadetti) e che i monasteri femminili fossero amministrati da «operai» laici, scelti dai comuni possibilmente fra i parenti maschi delle stesse monache. Questa politica, oltre a incontrare il favore dei sudditi (ceti dirigenti in testa), fu coronata da un notevole successo, perché fu supportata da specifiche strutture burocratiche centrali, che nel corso dei secoli confluirono in quel ministero che è noto con il nome settecentesco di Segreteria del Regio Diritto. Ovviamente, queste e altre buone pratiche del governo civile dettero un contributo essenziale a riportare il buon ordine nelle chiese locali e favorirono la crescita di nuove istituzioni e del loro personale durante il «lungo Seicento», in un clima di sostanziale collaborazione fra il governo, i ceti e la Chiesa. Anche sul piano della disciplina e della giustizia ecclesiastiche in Toscana le cose andarono meglio che altrove, quasi sicuramente perché i vescovi toscani erano scelti dai loro sovrani fra i membri dei patriziati urbani, sicché i conflitti di giurisdizione furono rari, tranne – paradossalmente – sotto il bigotto granduca Cosimo III, a causa delle sue pretese come Gran Maestro dell’Ordine di S. Stefano. Con Pietro Leopoldo la Chiesa toscana fu sottoposta a una «cura dimagrante» (quanto alla possibilità di crescere illimitatamente nelle ricchezze), ma fu pure investita dalla proposta di una riforma complessiva in chiave episcopale-parrochista, che, valorizzando pure il ruolo sociale dei curati, avrebbe emancipato i vescovi dalla dipendenza dalla Curia Romana e dai suoi palesi interessi «borsali» (come li definiva papa Benedetto XIV). Tuttavia, quella stessa dipendenza plurisecolare nei confronti di Roma impedì alla gerarchia toscana di cogliere l’occasione offerta dal granduca con la convocazione dell’Assemblea dei vescovi nel 1787. Iniziò, allora, una deriva involutiva, che portò la gerarchia ad allinearsi con i segmenti dell’aristocrazia più retriva nella difesa delle situazioni di privilegio e nella chiusura nei confronti dei nuovi processi istituzionali, economici e culturali in atto nella società toscana, che era aperta al mondo grazie a Livorno e al suo porto. Così, giunti al momento della «gloriosa rivoluzione», nonostante la moderazione dei più, la Chiesa toscana, guidata dal discusso cardinale Cosimo Corsi, si collocò sul fronte legittimista e austriacante, pagando così quel prezzo politico che, invece, con maggiore lungimiranza seppe evitare l’aristocrazia (cioè le stesse famiglie da cui proveniva l’alto clero!).

Gaetano Greco, già professore ordinario di Storia Moderna all’Università di Siena, insegna come docente esterno Storia religiosa dell’età moderna all’Università di Pisa. Presso l’Università di Siena si è anche occupato di formazione degli insegnanti delle Scuole Secondarie, dirigendo i relativi corsi di abilitazione professionale e insegnando Epistemologia e Didattica della Storia. Questa esperienza è confluita nel libro, scritto a quattro mani con Achille Mirizio, Una palestra per Clio. Insegnare ad insegnare la Storia nella Scuola Secondaria (2008). In campo scientifico, dopo alcuni studi giovanili sulla cultura cattolica italiana fra il 1848 ed il 1915, i suoi interessi si sono rivolti all’età moderna e prevalentemente all’analisi dei rapporti esistenti fra le Chiese locali (tanto le loro istituzioni, quanto il loro personale maschile e femminile), il potere politico centrale, i poteri periferici e le «strutture» sociali (dalle famiglie alle corporazioni, dalle forme della produzione al sistema della proprietà immobiliare), con alcune incursioni anche negli studi sulla religiosità popolare e, più recentemente, sulle radici culturali degli «intellettuali organici» in Toscana. L’oggetto più specifico delle sue ricerche è stato l’assetto istituzionale della Chiesa toscana nel periodo compreso fra gli inizi del Quattrocento e la metà dell’Ottocento, tanto con indagini sulle diverse situazioni diocesane quanto con analisi di lungo periodo su particolari vicende locali: da Pisa a Siena, da Colle Val d’Elsa a Pescia, da Pienza a Massa Marittima, da Livorno a Grosseto, da Volterra a Lucca, da Sansepolcro ad Arezzo. Fra le sue numerose pubblicazioni si possono ricordare i molti saggi sulle diocesi della Toscana, segnalando in particolare due libri: La parrocchia a Pisa nell’età moderna (secoli XVII-XVIII) (1984), e Calcinaia, una pieve ed una comunità nell’età moderna (1998). Seguace di un metodo storiografico basato sull’analisi filologica dei documenti, sull’attenzione rivolta prevalentemente alle problematiche economico-giuridiche e sulla comparazione fra le diverse esperienze storiche nella duplice dimensione spazio-temporale (non senza, però, significative aperture nei confronti del cosiddetto «metodo indiziario» e delle tematiche proprie della «storia di genere», affrontate con alcuni saggi sul monachesimo femminile improntati a un’esplicita ottica «di genere»), ha dedicato anche alcuni lavori all’esame dei problemi generali di storia della Chiesa italiana in età moderna. Quest’attenzione alla storia comparativa ha trovato un’espressione compiuta in due suoi volumi: La Chiesa in Italia nell’età moderna (1999) e La Chiesa in Occidente. Istituzioni e uomini dal Medioevo all’Età moderna (2006). Più recenti sono il profilo biografico del pontefice più noto del Settecento (Benedetto XIV. Un canone per la Chiesa, 2011, rist. 2019) e i saggi Tribunali e giustizia della Chiesa nella Toscana moderna. Territori e confini, competenze e conflitti, in La documentazione degli ordini giudiziari nell’Italia tardo-medievale e moderna (2012) e La politica religiosa ed ecclesiastica del Regno d’Etruria, in Spagnoli a Palazzo Pitti: il Regno d’Etruria (1801-1807) (2013).

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