“Storia del diritto nobiliare italiano” di Raffaello Cecchetti

Storia del diritto nobiliare italiano, Raffaello CecchettiStoria del diritto nobiliare italiano
di Raffaello Cecchetti
Pisa University Press

«Il diritto nobiliare si può definire come “la legge che stabilisce caratteri e prerogative della nobiltà, i modi di acquisto e la trasmissione dei titoli”. Le caratteristiche principali di esso possono essere così individuate:
– carattere pubblicistico dovuto alla connessione strettissima con il diritto feudale (considerato la disciplina giuridica del “decentramento delle funzioni essenziali dello Stato”);
– evoluzione dovuta alla giurisprudenza ed alla produzione legislativa dei singoli Sovrani in virtù della propria prerogativa;
– disciplina del concetto di nobiltà;
– cessazione della necessità di un collegamento concreto tra titolo nobiliare e predicato territoriale.

Con la caduta dello stato feudale e dopo l’esperienza comunale, dal successivo imporsi delle Signorie (che sfoceranno nei vari Principati assoluti), si opera una trasformazione della nobiltà che, non essendo più connessa al possesso feudale, risultò sottomessa direttamente o indirettamente al favore regio, per cui il titolo perse, con il tempo, il proprio collegamento pubblicistico con il predicato divenendo l’unico mezzo di attribuzione della dignità nobiliare al beneficiato.

Questa è caratteristica dell’età moderna laddove si operò una distinzione tra la antica nobiltà, che derivava direttamente dalla feudalità e che da questa ritraeva i privilegi, e quella nuova la quale, pur consistendo nel solo godimento di una condizione privilegiata che si raggiungeva o per censo o per provvedimenti sovrani concessi a titolo di ricompensa, veniva pur sempre modellata sulle norme ormai desuete del diritto feudale (quindi con il diritto di successione ereditaria, i vincoli lineari, l’inalienabilità della dotazione), ma senza devoluzione di una porzione di giurisdizione e senza la titolarità dei cosiddetti diritti di sovranità (cd. Regalie).

Questa tendenza evolutiva del diritto nobiliare si riscontra soprattutto nel XVIII secolo nel quale i principi, pur non abolendo completamente il feudo, lo colpirono nella parte vitale, riducendone prima i poteri ad esso collegati e poi disciplinandoli attraverso l’emanazione di propri ordinamenti che, se da un lato miravano a con- servare le situazioni nobiliari storiche esistenti, dall’altro dettavano regole per la concessione dei nuovi titoli ora utilizzati solo per dare lustro e sostegno all’istituto monarchico.

Con l’avvento della Rivoluzione Francese, il concetto di nobiltà ereditaria ed i suoi segni esteriori furono definitivamente cancellati: il 23 settembre 1790, Luigi XVI, con un proprio decreto, la abolì in modo perpetuo e tale abolizione fu consacrata nel preambolo della Costituzione Francese, promulgata il successivo 3 marzo 1791.

In questo contesto, la riforma Napoleonica, nell’intento di ricreare una classe nobiliare nuova e non legata alle forme del passato regime, fu basata sulla concezione secondo cui essa doveva consistere unicamente in un “titolo di onore”, con carattere personale e vitalizio, privo di privilegi e regalie, che formava un segno distintivo del beneficiario senza conseguenze sull’affermato principio di uguaglianza di tutti i cittadini innanzi alla Legge: si attuava così la cessazione della qualifica di status giuridico e la conseguente trasformazione della qualificazione nobiliare in uno specifico diritto della personalità del beneficiario, suscettibile di tutela privatistica regolamentata da norme aventi carattere di specialità.

Ora, se il diritto nobiliare è così inteso ed individuato, ne deriva che di questa branca del diritto, con una sua specificità ed autonomia, si può parlare solo allorché in Italia vengono a strutturarsi i Principati (i cui sovrani sono normalmente titolari di fons honorum, sulla base dei Diplomi imperiali – o talora pontifici – di nomina) e a formalizzarsi le nobiltà civiche, già delineatesi in tarda età comunale. Prima di allora il diritto nobiliare non può ritenersi avere una propria autonomia, perché il concetto di nobiltà, in senso tecnico, è inserito nel diritto “pubblico” essenzialmente feudale, mentre i titoli, originariamente, altro non sono che individuazioni di soggetti investiti di funzioni politico-amministrative.

Stando così le cose, visto che lo Stato unitario italiano è nato solo nel 1861, si può affermare allora per il diritto nobiliare “italiano” quello che un grande storico del diritto affermava per il diritto “italiano” tout court e cioè che “tornando indietro nella storia, noi troviamo, piuttosto che un complesso armonico di creazioni e di istituti giuridici ‘italiani’ (cioè tipicamente nostri), diritti di origine, di natura e di ispirazioni diverse: diritti comuni a parti più o meno estese, ma che sovrastano alle legislazioni particolari delle singole formazioni politiche statali (diritti generali) e diritti vigenti esclusivamente nell’ambito di tali formazioni particolari (diritti particolari). E non solo questo però. Infatti, alcuni di questi diritti particolari sono sorti fuori d’Italia e ci sono stati imposti, o comunque portati da genti straniere, sicché, in fin dei conti sarebbero da considerarsi diritti stranieri”.

Certamente ciò è vero, se si pensa alla permanente presenza in Italia del Sacro Romano Impero (che però è strutturalmente germanico e italiano), con tutte le implicazioni che ne sono derivate, e a quella delle dinastie Aragonesi e Spagnole, che hanno regnato su larga parte dell’Italia meridionale ed insulare, introducendovi costumi, precetti e norme giuridiche provenienti dalla Catalogna e dalla Castiglia. […]

Abbiamo infatti sotto gli occhi una pluralità di “storie” che però vengono unificate proprio dall’aggettivo: storie “italiane” e cioè, parafrasando il già citato Autore, “tipicamente nostre” perché innestate nella “storia della collettività” italiana. Ciò spiega pertanto due scelte che abbiamo ritenuto di fare nel corso della stesura di questo lavoro: da una parte scrivere “le storie” dei vari diritti nobiliari che si sono sviluppati negli Stati della penisola prima dell’Unificazione del 1861, dall’altra inserirle in un contesto generale e unitario, partendo cioè da quel grande crogiolo di popoli, consuetudini, passioni e idealità che è stato l’alto Medioevo, e tenendo presente un concetto di Italia assolutamente diverso da quello che adesso noi consideriamo nei suoi confini politici attuali, perché comprensivo anche di tutte quelle aree territoriali che hanno “gravitato”, anche parzialmente, sulla “nazione e sulla cultura” italiane.»

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link