Storia dei templari in otto oggetti, Simonetta Cerrini, Franco CardiniDott.ssa Simonetta Cerrini, Lei è autrice con Franco Cardini del libro Storia dei templari in otto oggetti edito da UTET. La Storia, in questo caso quella dei milites Christi, passa dai reperti che il tempo lascia dietro di sé: quali avete scelto per raccontare i templari?
La scelta non è stata facile: la cerca è stata lunga e numerosi sono gli amici e i colleghi che ci hanno messo a disposizione informazioni e fotografie di oggetti riconducibili a quei religiosi soldati che chiamiamo comunemente templari. Fra tutti, ne abbiamo selezionato otto, e li abbiamo inseriti in ordine alfabetico: la Campana, la Chiave, il Cucchiaio, la Formula magica, il Portale, il Reliquiario, il Sigillo, la Tiara. O meglio, sette più uno: la Tiara è un oggetto che appartiene al mondo neo-templare, che giustamente Franco Cardini ha voluto raccontare. Basta osservarla e compararla con gli altri – l’editore è riuscito a pubblicare un bell’inserto a colori con tutti gli oggetti – per rendersi conto della distanza fra i due mondi, quello templare e quello neo-templare.

In che modo questi oggetti raccontano la vicenda dei templari, consentendo di ripercorrerne gli snodi principali e le sottotrame più segrete?
Nessuno di questi oggetti è stato scelto per ragioni estetiche, ma per la sua capacità evocatrice. Ogni oggetto racconta una storia. È come seguire otto sentieri: ognuno ha il suo paesaggio e ci permette di scoprire aspetti diversi della vita dei templari. Noi stessi, scrivendolo, ci siamo lasciati condurre da ciò che quegli oggetti ci suggerivano oppure abbiamo volutamente abbinato una storia che volevamo raccontare a un oggetto. Quindi non c’è un ordine preciso di lettura: il lettore è libero di cominciare dalla Tiara, oppure dalla Chiave, o può leggere l’Introduzione… insomma, ogni capitolo è a sé stante e naturalmente collegato agli altri. Come in un museo virtuale, possiamo scegliere di seguire l’ordine consigliato, ma anche ritornare sui nostri passi o saltare qualche stanza… Senz’altro, troveremo qualcosa che ci sorprenderà.

La campana del Tempio di Salomone segna l’inizio della storia controversa dell’ordine: che ne è stato del reperto bronzeo?
Se dovessimo riunire tutti gli oggetti in un solo luogo, ci accorgeremmo che al posto della Campana ci sarebbe una foto in bianco e nero. Foto che Benjamin Kedar ha trovato di recente negli Archivi dell’IAA (Israel Antiquities Authority).

Nel 1120 – il prossimo anno ricorderemo i 900 anni della fondazione del Tempio – il re di Gerusalemme Baldovino II diede alla nuova fraternità religiosa una delle proprie dimore, quella residenza che i pellegrini chiamavano impropriamente “Tempio di Salomone” e che era in realtà la moschea al-Aqsa situata sulla Spianata Sacra. È da quel momento che presero il nome di “Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone”, comunemente detti “milites Templi”, Cavalieri del Tempio o Templari. La bronzea campana che risuonava a Gerusalemme nel Tempio di Salomone, la Casa madre dell’Ordine, è attualmente scomparsa. Chissà che un giorno non si riesca a ritrovarla, magari dimenticata in qualche magazzino?

Cosa aprivano le chiavi del Tempio?
Le chiavi del Tempio potevano aprire delle porte, ma anche degli armadi, delle casse, degli scrigni, dei codici manoscritti, e naturalmente il tesoro, tesoro che conteneva gioielli, stoffe, reliquie, pellicce, denaro, documenti d’archivio, oggetti liturgici, paramenti sacri, croci, statue, manoscritti, e tesori che altri – tra cui i re di Francia e d’Inghilterra – avevano affidato ai Templari.

Però la regola vieta ai Templari di usare sacchi o borse muniti di serratura o di lucchetto, e quindi di chiavi. Qual è il senso di una tale proibizione? I cavalieri del Tempio non potevano chiudere a chiave nulla per sé perché avevano fatto il voto monastico di povertà, e quindi dovevano rinunciare non solo alla ricchezza personale, ma anche a qualunque forma di privacy. L’Ordine poteva essere ricco, ma i singoli Templari non potevano possedere nulla.

Cosa significa l’immagine dei due cavalieri sul loro misterioso sigillo?
Il sigillo aveva un valore simile a quello del logo di oggi: indicava con un’immagine l’identità di chi lo usava. Il sigillo più famoso del Tempio, i due cavalieri su un solo cavallo, è un’immagine unica nella sfragistica: non lo usò nessun altro. A mio parere, con quell’immagine – quasi una parodia del cavaliere – i Templari volevano affermare di aver rinunciato a tutti i privilegi della condizione di cavaliere, persino a quelli “d’immagine”, combattendo strenuamente la superbia con l’umiltà. Il cavaliere templare si comporta come un cavaliere “anti-eroico”, coraggiosamente disposto a identificarsi con un’immagine socialmente impossibile e decisamente umiliante. Non c’è nulla di eroico né di epico nell’immagine di due cavalieri che cavalcano un solo cavallo!

In che modo i riti del cibo e del vino segnavano la quotidianità dei milites?
Il cucchiaio templare di Torino ci ha portato nei refettori e nelle cucine del Tempio, nelle loro domus come nei loro accampamenti.

A chi pensa che i Templari siano innanzitutto dei cavalieri, occorre rispondere che erano anzitutto dei religiosi che vivevano osservando i voti di castità, povertà e obbedienza e seguendo una regola monastica. Quindi i riti del cibo e del vino erano modellati su quelli dei monaci. E si armonizzavano con la recitazione delle Ore, cioè delle preghiere, e con la celebrazione della Messa. Rispetto agli usi monastici però i Templari facevano alcune eccezioni: dovevano mangiar carne più volte alla settimana, per poter essere in grado di combattere, e addirittura erano obbligati a mangiare due a due nello stesso piatto per controllarsi a vicenda e per evitare che uno mangiasse meno del dovuto perché preso da un desiderio di ascesi che non aveva spazio in un’economia collettiva dove serviva il “gioco di squadra”. A questo proposito, nel XIII secolo il vescovo di Acri Jacques de Vitry racconta la storia di un frate cavaliere detto “Frate Pane e Acqua” perché mangiava poco: in battaglia però, per i troppi digiuni, continuava a cadere da cavallo mettendo in pericolo la vita dei suoi confratelli che erano costretti a soccorrerlo.

I Templari insistevano molto sull’ideale di una vita comunitaria, a imitazione della vita degli Apostoli, ideale religioso tipico delle comunità canonicali, tra cui quella del Santo Sepolcro. Nella loro regola non c’era spazio per l’individuo: i Templari combattevano innanzitutto contro se stessi, contro i propri desideri, fossero anche desideri che avevano l’apparenza del bene. Il loro obiettivo era deporre l’uomo vecchio e mettersi interamente a disposizione della volontà divina. Nei loro Statuti così si rivolgono all’aspirante Templare: “Caro fratello, voi chiedete una cosa molto impegnativa, perché del nostro ordine non vedete che la scorza che è esterna. E la scorza vi mostra che abbiamo dei bei cavalli e bei equipaggiamenti e buone bevande e buoni cibi e dei bei vestiti, e cosi vi sembra che potrete vivere in grande agio. Ma voi non conoscete quanto sono rigide le norme che seguiamo all’interno. Sappiate che è molto impegnativo per voi, che siete signore di voi stesso, diventare servo di un altro. A malapena riuscirete a fare talvolta ciò che volete: perché se vorrete essere al di qua del mare, vi si manderà al di là; se vorrete essere ad Acri, sarete mandato nel territorio di Tripoli o d’Antiochia o d’Armenia; oppure sarete inviato in Puglia o in Sicilia o in Lombardia, o in Francia o in Borgogna o in Inghilterra o nei numerosi territori dove possediamo case e proprietà. E se volete dormire, vi si farà vegliare e se poi vorreste vegliare, vi si comanderà di andare a riposare nel vostro letto”.

Che rapporto esisteva tra ogni templare e il suo cavallo?
I Templari seguivano una regola che ho definito “anti-ascetica” per dei frati e “anti-eroica” per dei cavalieri. Il fatto che un cavaliere che desidera entrare nell’Ordine debba rinunciare al suo cavallo ed entrare nel Tempio a piedi, è già una caratteristica “anti-eroica”. Una volta divenuto Templare, non potrà neppure scegliere la sua cavalcatura, ma dovrà accettare quella che gli verrà assegnata.

Tuttavia, i Templari dedicano molta parte del loro tempo a prendersi cura del cavallo e delle armi. La Formula Magica è in realtà un foglietto manoscritto appartenuto ai Templari con la descrizione di un rito paraliturgico che serviva a guarire i cavalli, con l’aiuto di san Giorgio e della Madonna. Ora quel foglietto si trova all’inizio di uno dei dieci codici sopravvissuti della regola templare. Fino a poco tempo fa si pensava che fosse la prova dell’esistenza di un misterioso alfabeto templare, annunciato dall’abbé Grégoire nel primo Ottocento, ma, grazie all’uso della lampada di Wood – quella che si usa per uccidere le zanzare – sono riuscita a decifrare le frasi semi-cancellate. Abbiamo perso un alfabeto segreto templare, ma abbiamo guadagnato una formula magico-religiosa per la cura dei cavalli!

Tra gli oggetti da Voi raccontati spicca un oggetto moderno, una tiara neotemplare del XIX secolo: in che modo essa incarna il mito moderno dei templari?
La Tiara che abbiamo scelto fu esposta nel 2011 alle Archives nationales di Parigi in una bellissima mostra curata da Ghislain Brunel che si intitolava L’affaire des Templiers. Du procès au mythe.

La Tiara simboleggia un momento storico importante per tutto il templarismo: la creazione dell’ordine moderno del Tempio, che ricevette la simpatia e l’approvazione dello stesso Napoleone.

Nel 1804 a Parigi il medico Bernard Raymond Fabré-Palaprat venne eletto gran maestro di un nuovo ordine che pretendeva di discendere direttamente dall’ordine del Tempio, che sarebbe entrato in clandestinità dopo il rogo di Jacques de Molay. Il documento fondatore era la Charte de transmission, un falso ottocentesco che sarebbe stato redatto nel 1324 dal presunto successore di Jacques de Molay, Jean-Marc Larmenius. Nel marzo del 1808 i nuovi Templari celebrarono una funzione funebre in ricordo di Jacques de Molay e possiamo immaginare il loro gran maestro, Fabré-Palaprat, con questa tiara di seta e rame dorato, copricapo che certo nessun maestro del Tempio – la designazione di “gran maestro” è tardiva – avrebbe mai indossato. Nel 1871, l’ultimo reggente dell’Ordine depositò il tesoro del nuovo Tempio, tra cui la Tiara, alle Archives nationales di Parigi, dove si trova ancora oggi.

La Tiara diventa quindi lo spunto, il filo d’Arianna per addentrarci nel labirinto della polimorfa e sempre cangiante leggenda dei Templari. Dal “Codice Da Vinci” a “Indiana Jones”, dai videogiochi ai fumetti, dai Rosacroce alla Massoneria, i Templari, i lontani monaci guerrieri, continuano a popolare l’immaginario collettivo tra solide verità storiche ed enormi bugie mediatiche.

Simonetta Cerrini, laureata all’Università Cattolica, ha conseguito il dottorato di ricerca alla Sorbona (Paris IV). Si occupa di storia della cultura e della spiritualità dei laici nel Medioevo. Ha insegnato in varie università francesi e alla Pontificia Università Antonianum di Roma. Considerata una delle maggiori autorità internazionali sui templari, abbina all’attività di conferenziera quella di consigliera scientifica per eventi storico-artistici e testi teatrali, tra cui il dramma storico I Templari, ultimo atto di Gian Piero Alloisio, trasmesso dalla RAI. Ha pubblicato La Révolution des templiers (Perrin 2007), tradotto in italiano, spagnolo, ceco e romeno, L’Apocalisse dei templari (Mondadori 2012) e La Passione dei templari (Mondadori 2016) testo divenuto per Flammarion Le dernier jugement des Templiers (2018).

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