Stefano SalisDott. Stefano Salis, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
Direi che non è certamente bibliomania, e purtroppo forse non raggiunge le vette mentali e pratiche della bibliofilia, mi “degraderei” a una sana passione, non una ossessione, per i libri, come oggetto, come contenuto, come veicolo di conoscenza e divertimento. Non sono un collezionista, in senso stretto. Non ho indirizzato la mia biblioteca verso una zona particolare (che so, prime edizioni del Novecento, erbari francesi, incunaboli di area veneta, condaghi o manoscritti sardi, tutto Scheiwiller o collane di saggistica dell’Einaudi…), ho dei pezzi che sono significativi per me e per le storie, editoriali, culturali, letterarie che raccontano.

Ho avuto la fortuna di lavorare per molti anni in una libreria, prima, e poi di diventare giornalista culturale per una prestigiosa testata come Il Sole 24 Ore e quindi ho visto davvero molti libri passarmi sotto gli occhi, li ho potuti toccare, valutare, soppesare, sentirli vivi e in carne e ossa, pardon in carta e colla. Mantengo una certa predilezione per i libri fatti bene, quelli che per caratteristiche tipografiche, di carta, di copertina, di scelta del carattere e della qualità della stampa sono notevoli come prodotti “manufatti”. Se devo essere più preciso sono attratto dalla qualità “oggettiva” del libro, a volte ancora di più del contenuto. Ma non ho mai fatto follie per un libro. Come bibliofilo, non verrei ammesso nel club. Ma sono un buon conoisseur, diciamo così.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
Non saprei dire con precisione; credo di averlo avuto dal liceo, non prima. Forse le letture che mi hanno davvero cambiato sono state, da una parte Il nome della rosa, che, quando ero ragazzino (io sono del 1970) mi portò dentro lo strano mondo del libro attraverso una prospettiva romanzesca, forse ingenua, ma indelebile. È un libro che ho amato molto. Poi alcuni libri di Roberto Vacca, che trovavo in casa: uno strano connubio di narrazione e futurologia attendibile, anche in forma di romanzo (mi ricordo un titolo strano, Dio e il computer, mi pare, che mi affascinò molto). Poi venne la sbornia di Peter Kolosimo, grazie a una mia zia, grandissima lettrice. Mi regalo tutti i libri dell’autore, nelle edizioni Sugarco. Erano storie e libri che mi colpivano, archeologia e astronomia del passato, civiltà misteriose, enigmi insondabili. Capivo che non erano tutte plausibili ma, non di meno, esercitavano su di me il fascino dell’imprevisto, della narrazione differente di come era andata la storia. Negli anni ho ovviamente corretto il tiro, ma sono state letture importanti che non rinnego.
Arrivato all’università, mentre ero iscritto nella poco poetica facoltà di Economia e commercio, mi sono imbattuto in una lezione di filologia romanza, alla facoltà di Lettere, a Cagliari, che frequentava un mio compaesano. È stata una scoperta meravigliosa: le lingue neolatine, il Tagliavini, un manuale che ho bevuto tutto d’un fiato, la lettura dei poemi cavallereschi e della navigazione di san Brandano. Ho capito che la mia strada era la letteratura e non l’ho più abbandonata. E so che non smarrirò questo dono prezioso della lettura. Anche se oggi la letteratura corrente mi sta stretta. Non amo più tanto il romanzo quanto le scritture ibride, saggistiche e finzionali insieme, storie che traggano spunto da fatti reali, o anche immaginari, e conducano in altri luoghi, in altre narrazioni. Mi piace la scrittura di qualità, e non ho paura di dire che, insomma, ho una certa praticaccia che mi permette di riconoscerla, almeno quella in lingua italiana.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Continuamente. Poi mi capita spessissimo di comprare dei doppioni, libri che ho già ma che al momento non saprei ritrovare nella biblioteca, o libri che, rivisti in libreria, mi attirano come la prima volta e li ricompro. Sono molto affezionato ad alcuni libri, che regalo in quantità considerevoli, o consiglio, o spingo il libraio a rifornire.
Ma la domanda, secondo me, presuppone una certa dose di “utilitarismo”, che non condivido, tutto sommato. Si comprano libri per la speranza di leggerli, per averli sottomano, per sapere che ci sono, per affinità con altri libri della propria biblioteca. Non è detto che la lettura debba essere il solo scopo dei libri. Ho comprato decine di libri che non mi interessavano per il contenuto ma solo per la loro forma, ma questo, capisco, è un lusso che non tutti possono o vogliono permettersi. Non ho letto e non leggerò mai tutti i libri della mia biblioteca: ma non è un pensiero che mi disturba.

Cosa significa fare giornalismo culturale?
Significa, nel migliore dei casi, cercare di proporre un argomento generalmente difficile e di non grande appetibilità per il pubblico generale, in maniera che invece risulti affascinante, gradevole, interessante e, perché no?, divertente. Significa avere una passione che ci spinge a raccontare, in brevi articoli, universi molto più grandi, che sono per esempio le mostre, o altri libri, in maniera che si possa condividere con i lettori un briciolo di conoscenza e bellezza. Dopo anni passati a occuparmi di piccoli editori, dal punto di vista economico, in questi ultimi anni ho avuto la possibilità di avere una mia rubrica, Mirabilia, nella quale parlo di cose che mi piacciono e cerco di spiegare perché, cercando di trasmetterlo ai miei 24 lettori. Non lo so se questo sia giornalismo culturale, ma a me piace declinarlo così.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Le cause risiedono nella atavica diffidenza che gli italiani hanno verso la cultura. Siamo un paese che ha sempre diffidato degli intellettuali e dei libri, e non li rispetta. Semplicemente pensiamo che si possa fare a meno della cultura, che ci siano scorciatoie per avere successo e notorietà e rispettabilità nella vita. In questo momento storico, poi, con i risultati delle ultime elezioni, la reazione alla cultura è stata fortissima, c’è una totale disistima e sospetto nei confronti di chi legge. Direi che, anzi, rappresenta proprio un modello negativo. Le persone che leggono non è che siano automaticamente migliori di quelle che non lo fanno, non sono così sciocco da fare un’affermazione del genere. Esistono dei lettori imbecilli e dei non lettori geniali. Ma quello che normalmente capita è che i lettori sono persone più avvertite della complessità delle cose, della necessità di informarsi, della bellezza della varietà del mondo e delle idee. le persone che leggono hanno più dubbi, e sono più disposte a pensare di avere avuto, per dire, un’idea sbagliata, anzi che granitiche certezze.
Le soluzioni. La vedo molto difficile. Stiamo andando verso un mondo, una società, che cerca in tutti i modi di fare a meno dei libri e della lettura. Siamo convinti dalla pervasività delle immagini che in esse risieda la conoscenza. E invece non è così, mi spiace dirlo. La nostra è una civiltà di parole e le parole non hanno trovato finora un “deposito” migliore dei libri dove stare e fornire conoscenza, bellezza, sorpresa, verità, a volte.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Non credo. Io penso che sia possibile affascinare alla lettura. Bisogna leggere a voce alta ai bambini fin da piccoli, bisogna che genitori, insegnanti, educatori, giornalisti, comunicatori, scrittori, editori si sforzino di far comprendere la bellezza della lettura. Leggere è un verbo che non sopporta imperativi, purtroppo, e l’esperienza ci dice che si campa bene anche senza lettura. Ecco, io penso che con la lettura si campi meglio.
Ma mi sono convinto, in questi anni, che c’è un altro metodo, per invogliare alla lettura. Poiché siamo tutti convinti che i tablet e gli smartphone siano mezzi sostitutivi, ecco, io penso che invece proprio a scuola dovremo introdurre la lettura obbligatoria. Collettiva e solitaria, una due ore alla settimana, in modo da avvicinare i ragazzi alla forma libro, cioè alla lunga concatenazione di concetti e parole in un oggetto, un dispositivo, che pretende attenzione, che non propone diversivi, che invita alla calma e alla riflessione. Se si leggono cose divertenti e interessanti, i ragazzi si fanno facilmente attrarre.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Gli ebook reader non hanno superato la prova, almeno per ora. Contrariamente alle mie aspettative, il libro di carta ha avuto una resilienza fantastica e ne sono felice. Non è che un e-reader non serva. Ha una sua funzione, lasciamogliela. Ma l’esperienza della lettura del libro di carta è evidentemente qualcosa d’altro. Credo che anche gli studi cognitivi ormai lo dimostrino bene.
Non sono apocalittico sul futuro del libro, ma nemmeno mi sentirei di dire che la guerra è vinta. Nella storia, il libro non c’è sempre stato. A un certo punto è arrivato, in questa forma che conosciamo, e potrebbe anche sparire. Diciamo così. Sono belle ed emozionanti le tavolette cerate e le argille, sono affascinanti i papiri e i codici, mi piacciono i manoscritti, soprattutto quelli miniati, non trovo particolarmente riuscite le pergamene, ma il libro di carta, stampato e prodotto in serie, rilegato sul sinistro lungo del foglio, cucito o incollato, ecco, io dico che rappresenta il materiale da lettura al suo meglio nella storia della nostra civiltà. Sono molto fortunato ad essere vissuto nell’era del libro stampato. Cosa succederà in futuro non lo so, non mi interessa più di tanto, mi piace quello che ho visto e me lo tengo stretto.

Quali provvedimenti dovrebbe adottare a Suo avviso la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Questa classe politica ultima non teme di farsi vanto della propria ignoranza e inesperienza. Penso che l’ultimo dei problemi che si porrà sia quello della diffusione del libro. Forse la cosa migliore che potrebbe fare credo che possa essere di cominciare a leggere. Ma mi sembra un vasto programma, per dirla con quello là.

Stefano Salis è responsabile della redazione Commenti e Inchieste del Sole 24 Ore. Si occupa di editoria, letteratura e musica e ha tenuto laboratori di giornalismo culturale in varie università milanesi.