Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol, Lucio Giudiceandrea, Aldo MazzaLucio Giudiceandrea e Aldo Mazza, Voi siete autori del libro Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol edito da alpha beta verlag: in che senso si può affermare che l’Alto Adige/Südtirol è oggi una società in bilico?
Il conflitto etnico ha segnato buona parte della nostra storia contemporanea. Ha avuto le sue fasi cruente, ma da almeno tre decenni è sotto controllo grazie soprattutto a due fattori: regole e soldi. Altoatesini, sudtirolesi e ladini si auto-governano nel quadro di un’ampia autonomia amministrativa e legislativa che regola anche i rapporti tra i gruppi linguistici. Il resto lo fanno i soldi, ovvero la crescente disponibilità di risorse pubbliche, assicurata dal fatto che la quasi totalità del gettito fiscale raccolto in provincia resta nelle casse locali – oltre che dalla spesso lodata intraprendenza e laboriosità degli abitanti di queste valli.

In tutte le classifiche risultiamo la provincia più stabile, ricca e benestante d’Italia e tra le prime d’Europa. L’alta qualità della vita e dei servizi ha contribuito a smorzare paure e diffidenze reciproche e a pacificare il clima. Questa condizione è stata un terreno favorevole per chi ha voluto osare più convivenza; per certi aspetti, siamo anzi un vero e proprio laboratorio di convivenza, con molti gruppi, associazioni, iniziative… dove persone di madrelingua diversa s’incontrano e dialogano. Ci sono state anche iniziative di grande portata comuni tra i gruppi linguistici: noi raccontiamo nel libro dell’adunata nazionale degli alpini a Bolzano, nel 2012, una grande festa interetnica, la si potrebbe definire, e in ogni caso un evento che segna positivamente la storia della città.

Allo stesso tempo però covano nella società orientamenti di tendenza opposta, pronti ad emergere quando se ne presenta l’occasione. Accadde appena un anno prima dell’adunata nazionale degli alpini, nel 2011, quando tutta Italia festeggiava il 150° anniversario dell’Unità e l’allora Presidente della Giunta provinciale Luis Durnwalder dichiarava seccamente: noi sudtirolesi non abbiamo niente da festeggiare in questo Stato. Il conflitto tra una comunità che si considera vittima di un torto storico e lo Stato italiano uscito vittorioso dalla Grande guerra e premiato con la nuova frontiera al Brennero s’infiamma, mobilitando reciproci risentimenti, cui i mass- e i social-media fanno da grancassa. A proposito di anniversari storici, ce n’è stato uno più recente: i cento anni dal Trattato di Saint Germain, il 10 settembre scorso. In quel caso il mondo tirolese ha ufficialmente ricordato a Innsbruck la “Zerreißung des Landes Tirol”, la “divisione del Tirolo”; il mondo ufficiale italiano, a Bolzano e anche a Trento, in quei giorni parlava d’altro e nessuno tirava in ballo la Prima guerra mondiale e la Vittoria italiana nella Grande guerra. Non c’è stata la polemica come nel caso dei festeggiamenti per l’Unità d’Italia, ma la morale resta quella: ogni gruppo ha la propria storia, nella quale l’altro gruppo figura come nemico.

Queste due condizioni, del riuscire a stare insieme e del non volere stare insieme, sono entrambe presenti nella nostra società, che appunto per questo definiamo “in bilico”.

Come convivono oggi i diversi gruppi linguistici, italiano e tedesco, in Alto Adige/Südtirol?
Un conto sono i gruppi, un altro le persone. Questa distinzione va sempre tenuta presente quando si ragiona di società composte appunto da più gruppi – linguistici, religiosi, politici o altri che siano. Per quanto riguarda le persone possiamo dire che sono presenti tutti gli atteggiamenti, dal più favorevole al più ostile. Se invece dobbiamo parlare dei gruppi possiamo dire che si sono adagiati in un comodo “Nebeneinander”, una parola tedesca che descrive bene la nostra condizione: i gruppi vivono uno accanto all’altro, come le famiglie negli appartamenti di un condominio. Ci sono regole per gli spazi comuni, mentre le risorse vengono distribuite secondo la consistenza delle tre famiglie. Si è pronti a litigare, come detto, ma siccome si vive bene, i più hanno trovato un accomodamento. Per il resto, gli uni vanno in montagna con il Cai, s’iscrivono ai sindacati confederali o alle rappresentanze di categoria nazionali, leggono l’Alto Adige e il Corriere, votano i candidati di partiti che hanno sigle italiane e via dicendo. Gli altri vanno in montagna con l’Alpenverein, s’iscrivono al sindacato “etnico” e al Verband (l’associazione) del loro mestiere, leggono il Dolomiten e la Neue Südtiroler Tageszeitung, votano i candidati di partiti tedeschi e via dicendo. Ogni gruppo ha i suoi spazi, le sue organizzazioni, i suoi riti, le sue tradizioni e vive accanto all’altro gruppo. Non più contro l’altro gruppo, come avvenuto nei momenti di maggiore tensione della nostra storia: e questo è un fatto positivo di cui bisogna prendere atto. Ma neppure con l’altro gruppo, come sarebbe invece auspicabile se davvero il contatto con chi è diverso da noi ci arricchisce e ci rende più preparati alla multiculturalità, una delle sfide decisive del nostro tempo.

Quali rischi comporta la separazione tra i gruppi linguistici?
A nostro parere la separazione tra i gruppi ha avuto una sua funzione in passato, perché la condizione da cui si partiva era quella di un’aperta ostilità. Prima cosa da fare in quelle situazioni: separare i contendenti e istituire regole per risolvere i loro conflitti. È quello che è stato fatto con lo Statuto di autonomia e in particolare con il principio della proporzionale: ogni gruppo ha accesso a certi benefici sociali – ad esempio i posti di lavoro pubblici – in proporzione alla sua consistenza.

Il rischio è che vivendo separati, uno accanto all’altro, i gruppi finiscano per allontanarsi, fino a vivere l’uno senza l’altro. È una modalità già presente nella nostra società: nei paesi delle valli, ad esempio, dove l’elemento italiano è quasi del tutto assente, non c’è neppure il condominio, per riprendere la nostra metafora. La lingua, i modi, gli ambienti, i paesaggi sono quelli della cultura sudtirolese; lo stesso accade, a parti rovesciate, nei quartieri di Bolzano abitati in maggioranza da famiglie italiane.

Finché le cose vanno bene, questa situazione è sopportabile. Non però quando entrano in gioco fattori che prescindono dalla situazione locale, ma la influenzano alla radice. La crisi finanziaria ad esempio. O le migrazioni. Ne parliamo in un capitolo conclusivo del nostro libro, cercando di rispondere alla domanda: come si rapporta il nostro sistema, impostato sull’esistenza di tre gruppi linguistici, di fronte ai tanti “nuovi concittadini”, senza i quali si fermerebbero molti lavori e servizi? Cosa favorisce e viceversa cosa inibisce il processo di integrazione?

Se non è fortemente coesa, la società si sfalda di fronte a queste sfide: questa ci sembra un’eventualità più che probabile. E dunque l’unica prospettiva intelligente è quella di stringere il legame tra i gruppi: non più uno accanto all’altro, ma uno con l’altro.

Convivenza autentica non significa che i conflitti sono del tutto assenti; i conflitti continuano a esserci, come del resto vi sono conflitti anche tra persone della stessa comunità. Però si è riusciti a superare quel criterio velenoso che è la discriminante etnica; dopo di che, via libera al confronto delle idee e delle proposte, non delle appartenenze e degli schieramenti.

Come è possibile stare insieme tra persone di lingua e cultura diversa?
Stare insieme è un’arte, dice il titolo del nostro libro. Invitiamo a soffermarsi su questa frase e di prenderla alla lettera: un’arte nel senso che è un’abilità da imparare, come fare il falegname, o suonare uno strumento. Stare insieme tra persone che hanno lingue e riferimenti culturali diversi non viene naturale. Come la storia ha ripetutamente dimostrato, la discriminante linguistica, o etnica, o religiosa ha facile gioco quando la situazione si fa critica. La sanguinosa disgregazione della Jugoslavia dopo la morte di Tito e la caduta del blocco sovietico è solo uno dei molti casi in cui l’appartenenza al gruppo sentita o imposta alle persone si rivela più forte di una apparentemente pacifica convivenza.

Per riuscire in questa impresa occorre appropriarsi di alcuni requisiti irrinunciabili. Il primo è conoscere la lingua dei nostri vicini, o almeno comprenderla; il secondo è conoscere la storia; la storia come è stata, beninteso, non le versioni ritagliate sulle esigenze dei singoli gruppi. Sono due requisiti auto-evidenti. Lingua, cultura e storia ci permettono di capire cosa dicono i nostri vicini e di capire perché dicono quel che dicono. Questa è la sola possibilità che vediamo di vivere con pari dignità e di affrontare insieme i problemi che ci aspettano.

Quale futuro per l’Alto Adige/Südtirol?
Il futuro non è già scritto: esso dipende dagli uomini, dalle loro scelte e azioni. Il contesto internazionale è decisivo. Abbiamo accennato alle turbolenze finanziarie e qui aggiungiamo che il nostro sistema non è affatto al riparo da esse. Facile prevedere che, se la situazione dovesse peggiorare, possano franare anche gli equilibri che si reggono su un andamento finora ininterrottamente positivo e in crescita dell’economia locale.

Per evidenti ragioni storiche, la comunità sudtirolese si sente maggiormente legata al mondo mitteleuropeo più che a quello mediterraneo: una prospettiva del tutto coerente con la costruzione di un’Europa comunitaria. Ma se questo processo si arresta, se in Italia e parimenti in Austria prendono il sopravvento le tendenze nazionaliste e sovraniste, allora questa terra smetterà di fare da ponte e sarà invece attraversata e dilaniata dalla divisione tra il mondo italiano e quello tedesco.

Per quella parte di futuro che dipende dagli stessi altoatesini, sudtirolesi e ladini, possiamo ripetere che siamo appunto in bilico. Il conflitto etnico è pronto a riemergere e coloro che soffiano su di esso troveranno certo le occasioni. D’altra parte, la nostra situazione è migliore di tante altre in Italia e all’estero. Non ci sono grossi problemi sociali, almeno tra la popolazione residente. Il bilancio provinciale è ancora ricco, disponiamo di una solida rete di volontariato, abbiamo accumulato esperienza, esempi di autentica convivenza non mancano. Abbiamo insomma buone carte da giocare, ma come sappiamo questo non significa vincere la partita.

Aldo Mazza, 71 anni, nato in Calabria, cresciuto a Salerno, residente a Merano dall’inizio degli anni Settanta. Si occupa di insegnamento delle lingue e di culture in contatto. Ha fondato e diretto il centro linguistico Alphabeta, con sedi a Bolzano, Merano e Brunico, ed è autore di numerose pubblicazioni didattiche. È considerato uno dei maggiori promotori del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol, merito per il quale ha ottenuto nel 2018 il massimo riconoscimento assegnato dalla Provincia di Bolzano insieme alla Dieta tirolese.

Lucio Giudiceandrea, 63 anni, nato a Bressanone, giornalista della sede Rai di Bolzano. Da trenta anni segue la vita politico-culturale in Alto Adige/Südtirol e in particolare le tematiche riguardanti la convivenza tra gruppi di diversa lingua e cultura. Nel 2006 ha pubblicato Spaesati – Italiani in Südtirol, uno dei contributi più originali sullo stato della comunità italiana in Alto Adige. Per le rubriche nazionali della Rai è autore di reportage televisivi e radiofonici dalle regioni di confine dell’Europa dell’est.