Spillover. L'evoluzione delle pandemie, David Quammen«Il virus noto come “Hendra” non fu certo il primo di una serie di nuovi e spaventosi patogeni, né il peggiore. […] Tutto partì da una località vicino a Brisbane, in Australia, nel 1994. I primi casi segnalati furono due, di cui uno mortale. No, aspettate, ho sbagliato: gli umani colpiti furono due e ci fu un morto umano. Altri individui ne soffrirono e ne morirono, ma erano cavalli. La loro storia è parte di questa storia. Le malattie umane e quelle umane sono due fili strettamente intrecciati».

È con Hendra, un virus mortale, diffuso prima dalle volpi volanti, poi passato agli equini e quindi agli uomini, che si apre Spillover, lo splendido e illuminante libro di David Quammen. L’edizione originale, pubblicata nel 2012, reca il sottotitolo di “Animal Infections and the Next Human Pandemic”, un “next”, la prossima pandemia umana, che si è perso nell’edizione italiana e che avrebbe fatto risuonare quel titolo come ancora più profetico di quanto già non fosse.

Il termine “spillover” significa “salto di specie” e identifica quindi il momento in cui l’agente patogeno passa da una specie ospite, ad esempio le volpi volanti, a un’altra, ad esempio i cavalli, ma anche l’uomo. È in questo salto che hanno origine le pandemie. Dei più di 1400 patogeni umani classificati, circa il 60% sono zoonosi, ossia malattie che si sono originate nel corpo di altri animali per poi essere trasmesse all’uomo.

Naturalmente, di questi tempi, quando si parla di zoonosi il pensiero corre subito al coronavirus che si suppone si sia potuto originare dai pipistrello, “saltando” poi in un altro animale, forse il serpente, per arrivare infine all’uomo (sempre in tema di segni profetici, la copertina della prima edizione di Adelphi, del 2014, mostra appunto un pipistrello).

Ma il coronavirus non è che l’ultima (per ora) di una serie di epidemie che hanno afflitto l’uomo e la cui storia Quammen traccia nelle pagine del libro. Alcune sono ben note, come Ebola, SARS e HIV, altre, come la febbre Q o Marburg, meno conosciute, ma ciascuna viene pedinata dall’autore come se si trattasse di un killer in fuga, attraversando giungle e fattorie, dal Golfo del Bengala allo Zaire al Texas.

Quammen, giornalista e divulgatore scientifico, possiede l’invidiabile dote di molti giornalisti anglosassoni, ossia la capacità di spiegare chiaramente argomenti complessi, rendendoli in più così interessanti da tenere il lettore incollato alle pagine. Merito certo dello stile brioso, ma anche della curiosità dello scrittore che, ad esempio, dopo aver letto un articolo scientifico su una particolare popolazione di macachi di Sangeh, nell’isola di Bali, che pur essendo positiva al virus dell’herpes B e pur avendo morso e graffiato una quantità di uomini non ne ha mai infettato alcuno, si dice “dopo aver letto, perplesso, l’articolo in questione, mi venne voglia di andare a verificare di persona”. Ed eccolo, un paio di paragrafi dopo, intento, insieme ai ricercatori, a catturare scimmie frenetiche con una gabbia di tubi di alluminio e reti di nylon, una sacca da viaggio e una siringa di anestetico.

Qualche capitolo più avanti lo vediamo atterrare con un elicottero a Minkébé, in Gabon, e si inoltra al seguito di Mike Fay, ecologo americano, tra una giungla di rovi, rami intrecciati e liane. “L’ospite serbatoio di Ebola era presumibilmente lì con noi, ma non l’avremmo riconosciuto neanche se ci si fosse parato davanti. Potevamo solo prendere qualche precauzione data dal buon senso”.

O ancora, si spinge fino a Lipu, in Cina, a visitare un allevamento di ratti del bambù. “Sono facili da tenere” spiega il Signor Wei, l’allevatore, mentre serve al giornalista un succulento arrosto di ratto. I ratti del bambù sono un esempio emblematico di come le malattie possano diffondersi tra le diverse specie: finché sono stipati nelle fattorie, gli animali vengono trattati con antibiotici, per scongiurare le infezioni batteriche, ma la situazione va fuori controllo dal momento in cui, lasciato l’allevamento, vengono avviati verso i mercati, confinati in gabbie in cui il contatto con altre specie, tramite urina, saliva, sangue, è inevitabile e incontrollabile.

È questo il punto cruciale che emerge dalle ricerche di Quammen: modi nuovi di allevare, nutrire e far vivere gli animali portano a nuove interconnessioni tra specie diverse, un tempo nemmeno immaginabili. E ciò non avviene di certo solo in Cina. Il dottor Rob Besselink, medico olandese, intervistato da Quammen sulle cause del diffondersi della febbre Q, identifica come fattore primario il grande cambiamento avvenuto nell’allevamento olandese degli ultimi anni, ossia la nascita di enormi allevamenti intensivi di capre. Questi erano stati un viatico per la diffusione di C. brunetii, agente eziologico della febbre Q: dalla capra infetta, il batterio passava nelle feci degli animali, usate poi come fertilizzanti per i campi, dai quali poteva diffondersi ovunque, trasportato dal vento.

Ciò su cui Quammen ci invita a riflette è che, se è vero che le zoonosi sono storicamente sempre state presenti, oggi – l’era in cui, con le parole dello scrittore, “stiamo facendo a pezzi gli ecosistemi” – uomini e animali entrano in contatto in modi un tempo inaspettati. Molti virus esistono in natura da tempo e si diffondono nella popolazione ospite senza dare segni della loro presenza. “Ma”, osserva lo scrittore, “quando noi turbiamo questo equilibrio agendo sulla specie ospite, che magari cacciamo o scacciamo dall’ecosistema, che viene compromesso o distrutto, ecco che le nostre azioni fanno aumentare il livello di rischio.”

Non è quindi una strana abilità profetica, quella di Quammen. Come lui stesso afferma in un’intervista: “Non sono stato preveggente, mi sono limitato a riportare in una forma composita ciò che alcuni esperti molto affidabili mi avevano preannunciato”. Esperti: medici, ecologisti, medici, scienziati. Che non solo hanno consentito di comprendere meglio il mondo e l’insorgere delle malattie, ma spesso hanno anche permesso di sconfiggerle. Era il 1906 quando Hamer, un medico inglese, per primo ipotizzò che nelle epidemie il fattore cruciale non fosse solo il semplice numero degli individui infettabili, ma anche “la loro densità moltiplicata per quella degli infettivi”: in poche parole, scoprì che “contavano solo le occasioni di contatto tra chi poteva trasmettere la malattia e chi poteva esserne colpito. I sopravvissuti e gli immuni erano meno importanti e rappresentavano un semplice fattore di rallentamento della propagazione. Il proseguimento dell’epidemia dipendeva dalla probabilità di incontro tra individui contagiosi e individui infettabili.” Un insegnamento che torna utile ancora oggi.

Dunque: “Moriremo tutti?”, si chiede l’autore nelle ultime pagine del libro. “Certo, moriremo tutti. È un fatto inevitabile della natura. La maggior parte di noi però soccomberà per cause più banali di un nuovo virus emerso di recente da un’anatra, uno scimpanzè o un pipistrello.”

Forse non le parole più allegre di sempre, ma di certo un bell’auspicio per tutti, di questi tempi.

Silvia Maina

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