Spegni quel cellulare. Le tecnologie tra cattive abitudini e dipendenze, Maurizio FeaDott. Maurizio Fea, Lei è autore del libro Spegni quel cellulare. Le tecnologie tra cattive abitudini e dipendenze edito da Carocci: chi non riesce a fare a meno del cellulare è malato?
Ho cominciato a riflettere sui contenuti del libro che intendevo scrivere partendo proprio dalla osservazione che non mi pareva possibile né scientificamente giustificato considerare malate tutte quelle persone che per motivi diversi, sembrano non poter fare a meno del cellulare. Tuttavia è necessario riconoscere che tra i miliardi di persone (più o meno metà della popolazione mondiale) che usano abitualmente, talora in modo intensivo ed eccessivo questa tecnologia, si trovano molte persone (nessuna ricerca fino ad ora ha saputo ipotizzare quante) che mostrano comportamenti e stati d’animo classificabili secondo i criteri nosografici attualmente in uso, come dipendenze comportamentali. Io credo che sia importante prendere in considerazione la ragioni d’uso e non solo la fenomenologia comportamentale, per parlare eventualmente di malattia. Le ragioni di uso ci dicono molte più cose sulla persona che non quei comportamenti classificati nello spettro della impulsività e mancanza di controllo. Sono le ragioni d’uso ad essere malate e quindi eventualmente a poter essere curate. Il tempo, quello trascorso o messo a disposizione sui vari applicativi dei nostri devices, e quello che rimane libero per le cose importanti della nostra vita, definisce quella che io chiamo l’area delle ragioni o delle motivazioni d’uso, e qui si annida il rischio di malattia. Laddove le ragioni sono intrise di insicurezze, impregnate di inquietudini, avide di materialità, surrogati di emozioni incomprese, lì si cela il potenziale dannoso che i cellulari fanno germogliare.

In che modo i dispositivi tecnologici stanno cambiando i processi della conoscenza, i modi di relazionarci e di stare al mondo?
L’uso intensivo dei cellulari sta cambiano radicalmente la relazione con il tempo e il modo stesso di intenderlo. La somma di tanti eventi puntuali ripetuti, può consumare l’intero tempo a disposizione in una giornata senza che sia consapevolmente deciso di consumarlo in tal modo e senza accorgersi del tempo consumato. Questo è ciò che può accadere con l’uso intensivo del cellulare e dei suoi sempre più numerosi applicativi, che solitamente vengono proposti come mezzi per semplificare la vita e non far perdere tempo. In parte è anche così; risparmiamo forse tempo se consultiamo Maps invece di chiedere indicazioni ai passanti, ma questo tempo apparentemente guadagnato, lo consumiamo poi cercando di far funzionare l’applicativo e renderlo sempre più smart, o gigioneggiando sui social pensando di migliorare l’estensione e la qualità le nostre relazioni. Tutta questa tecnologia, nata anche per farci guadagnare tempo, in realtà è diventata per molte persone il modo prediletto per vivere il tempo, per trascorre tutti quei frammenti di tempo che spezzettano e allo stesso tempo cuciono le trame delle giornate, senza annoiarsi. Sono diventati strumenti per far passare il tempo, tempo di viaggio in treno o in metro, tempo di attesa per qualsivoglia ragione, tempo che deve “essere passato” senza troppo impegno, e qui sta gran parte delle derive sociali prodotte dai cellulari. Fino a pochi anni fa qualcuno si doleva del fatto che trascorriamo almeno un terzo della nostra vita dormendo, ora forse si dorme di meno ma il minor tempo dedicato al sonno e una buona parte di quello da svegli “si passa” al cellulare. Che guadagno!!!

Semplificare la vita, aumentare e migliorare le conoscenze sono i mantra che vengono ripetuti dai produttori, venditori, gestori di queste tecnologie per convincerci ad usarle. Non fanno fatica a convincerci perché i nostri cervelli sono un terreno fertile per fare attecchire ciò che appare semplice e vantaggioso, dalla semplificazione di argomenti complessi alle ragioni che reggono e motivano i comportamenti nostri e altrui. Acquisire conoscenza sembra dunque essere diventato più facile e accessibile, ma i prezzi che si pagano sono la ridotta e superficiale capacità di ritenere le informazioni, l’impoverimento delle competenze argomentative, la scarsa capacità critica nella ricerca e scelta delle informazioni disponibili nel magazzino della rete, la tendenza a consolidare ciò che già si conosce a scapito di ciò che è nuovo e insolito. Quelli che per motivi diversi sostengono l’utilità indiscussa di queste tecnologie e ne mostrano ripetutamente le buone ragioni, che innegabilmente ci sono, fingono di ignorare che esse inducono un processo sempre più diffuso ed intensivo di sviluppo di competenze senza comprensione, che illude le persone di saper/potere fare molte più cose ma senza sapere esattamente che cosa e come le stanno facendo. Questo è a mio avviso il cambiamento radicale nei processi di conoscenza del mondo e di formazione delle competenze.

Quali sono i rischi dell’uso smodato della tecnologia?
Individuo due categorie di rischi: quelli che riguardano i singoli individui e possono condizionare terribilmente il loro modo di stare al mondo. Questi rischi variano in funzione della capacità del singolo di governare le proprie scelte e comportamenti avendo sufficientemente chiaro quali sono gli aspetti vitali della propria esistenza ed essendo in grado, con i giusti strumenti, di proteggerli e coltivarli. Dunque bisogna ammettere che ci sono persone svantaggiate da questo punto di vista, che andrebbero tutelate più di altre. Quando si riduce il proprio campo esperienziale agli ambiti della virtualità esasperata, si verifica un impoverimento che compromette gli equilibri mentali fino a condurre a derive psichiche spiacevoli. Ore e ore passate a chattare, guardare superficialmente video, seguire le vite di altri che spesso non hanno nulla in comune con la propria se non l’uso del telefonino, essere perennemente in “contatto” con il resto del mondo, impoverisce e riduce il contatto con se stessi e questo è il pericolo maggiore. Si crea il circolo vizioso per cui il vuoto generato dalla perdita di contatto con se stessi viene riempito da tutto ciò che la tecnologia mette a disposizione e più il sentimento di vuoto interiore si fa forte più si tende a riempire il vuoto con risorse esterne.

Il secondo rischio riguarda il complesso degli umani e la nostra storia evolutiva. Stiamo delegando con scarsa consapevolezza la costruzione del futuro a pochi soggetti economicamente forti, tecnologicamente attrezzati e sostanzialmente spregiudicati, che si preoccupano essenzialmente di trovare il modo migliore per arricchirsi. La chiave di questo processo universale sta nella corsa a soddisfare sempre meglio la formazione di competenze poco onerose e facilmente acquisibili evitando la fatica dei processi di comprensione, che la maggior parte dei progettisti, sviluppatori, proprietari di queste tecnologie persegue intenzionalmente, ben sapendo che si tratta di un processo cognitivamente dannoso. Rendere sempre meno necessaria la comprensione di ciò che si fa, delle ragioni per cui si fa, del modo con cui si fa, delle conseguenze e degli effetti di ciò che si fa, in cambio di competenze sempre più numerose, semplici da impiegare e foriere di grandi soddisfazioni come maneggiare gli infiniti applicativi del cellulare e di altri strumenti tecnologici che usano algoritmi apparentemente capaci di offrire soluzioni a quasi tutti i problemi della esistenza, è la vera posta in gioco. Chi controlla questi sviluppi, chi orienta la ricerca sulla intelligenza artificiale, per quale scopo vengono utilizzati i miliardi e miliardi di dati che più o meno coscientemente mettiamo a disposizione con l’uso dei cellulari? Ci dicono che tutto ciò è per l’aumento del nostro benessere, per facilitare la socialità, e indubbiamente ci sono anche risvolti e ricadute positive da questi sviluppi, tuttavia gli indirizzi di ricerca sembrano essere totalmente condizionati da interessi economici collocati in un orizzonte etico che capovolge la massima kantiana, trattando gli uomini come un mezzo e non come un fine. Mezzo per raccogliere dati, informazioni, e vendere prodotti che servono a perfezionare la raccolta di dati con i quali migliorare i prodotti per raccogliere altri dati e così via. Accusare gli algoritmi per queste derive è del tutto fuori luogo e anche sciocco. Loro non fanno altro che eseguire calcoli che qualcuno ha deciso e programmato che vengano fatti in quel determinato modo, e dunque il rischio maggiore dell’uso smodato della tecnologia è la perdita totale del controllo sui suoi usi e sviluppi, con conseguenze inquietanti.

Come possiamo proteggere soprattutto i minori dal rischio della dipendenza tecnologica?
Questo è un tema trasversale che riguarda una infinità di questioni che sono connesse al nostro modello di sviluppo e alla nostra idea di diritto individuale e collettivo. C’è chi dice che i comportamenti individuali possono avere un grosso effetto, se diventano diffusi e collettivi, nel condizionare orientamenti economici, sociali, politici. Dunque educare e spingere ad un uso equilibrato, consapevole e controllato, può essere una strategia efficace per ridurre i rischi e le derive. Tuttavia sappiamo con certezza che gran parte di questa tecnologia fonda il proprio successo sulla incentivazione premiante dei comportamenti eccessivi e sulla elusione dei controlli razionali esercitati dalla corteccia cerebrale. Dunque il punto critico sta nell’equilibrio tra razionalità ed emozioni, equilibrio che sappiamo fluttuare costantemente nel corso del giorno e degli anni, e nelle cui pieghe la tecnologia algoritmica si insinua alla ricerca di un accesso privilegiato alle emozioni. Quanto più il cervello è fisiologicamente in fase di maturazione e sviluppo, tanto maggiori i rischi che l’uso intensivo di queste tecnologie lasci impronte indelebili dei cui effetti positivi abbiamo ragione di dubitare. Parlare di nativi digitali a proposito delle nuove generazioni, sembra una cosa bella che sottintende anche un certo grado di invidia compiacente verso chi usa con disinvoltura il pollice opponente, ma forse è solo un modo per accettare che stiamo partecipando ad un colossale processo di trasformazione degli umani senza sapere dove siamo diretti. Forse è più facile che i giovani imparino a proteggersi da soli grazie all’accumulo di competenze ed esperienze che potrebbero generare un tipo di comprensione che alla maggior parte degli adulti sembra essere negata, ovvero la comprensione del futuro e di come lo si vorrebbe generare. Un po’ come sta accadendo per la catastrofe climatica incombente, il rischio maggiore è probabilmente rappresentato dagli adulti con poca comprensione e poco coraggio.

Come si sono evoluti gli studi sulle dipendenze comportamentali e in che modo è necessario rivederne il paradigma interpretativo?
Circa trenta anni fa si cominciò a parlare di dipendenze comportamentali, adattando il paradigma ed i criteri nosografici per le dipendenze da sostanze a quei comportamenti, gioco d’azzardo, sesso, shopping e via via molti altri, che evidenziano come caratteristica peculiare l’impulsività, il discontrollo e la tendenza ad eccedere senza valutare le conseguenze. La neurobiologia ha avuto un ruolo fondamentale nel rendere plausibile l’adozione del paradigma dell’addiction chimica anche per i comportamenti, fornendo documentate evidenze sulla origine comune dei processi molecolari e neurochimici che entrano in gioco in molti comportamenti che possono generare forme di dipendenza. L’estensione del paradigma ad un numero sempre maggiore di comportamenti, se ne contano ormai molte decine negli studi scientifici, inevitabilmente ha posto parecchi interrogativi grazie ai quali alcuni ricercatori hanno cominciato ad avanzare osservazioni critiche di tipo metodologico, epistemico, clinico che riflettono le evidenti difficoltà a giustificare un paradigma, la cui applicazione sta diventando troppo estesa per poter spiegare in modo soddisfacente la varietà di fenomeni ricompresi nelle dipendenze comportamentali. Sebbene il consenso scientifico ufficiale al momento riguardi soltanto il gioco d’azzardo e più recentemente i giochi digitali, proliferano migliaia di ricerche sempre più settoriali e specifiche per ogni tipo di applicativo di cellulare e di social media, fino agli studi sulla dipendenza da abbronzatura. Forse troppo per continuare a pensare che l’attuale paradigma possa o debba essere adottato per spiegare i comportamenti di milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Comportamenti inimmaginabili 50 anni fa quando la dipendenza chimica fu sottratta al giudizio morale per essere riconosciuta e trattata come malattia. Nel caso delle malattie infettive la relazione tra uomo, virus, batteri muta in ragione dello sviluppo di ceppi resistenti o di nuove configurazioni virali per i quali serve un aggiornamento dei presidi battericidi e antivirali, ma il modello di malattia rimane sempre più o meno uguale. Nel caso delle tecnologie algoritmiche solo l’uomo è responsabile delle epidemie comportamentali e dunque va presa seriamente in considerazione la componente intenzionale dello sviluppo tecnologico che alimenta questi comportamenti e da essi viene alimentato. È su questa interazione che deve fondare la messa a punto di un diverso paradigma interpretativo che dovrebbe includere componenti che sono intrinseche al modello di sviluppo economico ed a quella ampia gamma di sentimenti generalmente poco considerati dalla psicologia che hanno a che fare con l’avidità, il possesso, il denaro.

Come è possibile fare un uso consapevole e controllato delle opportunità tecnologiche?
Nel libro ci sono alcune indicazioni utili a mantenere o riprendere la padronanza sulle opportunità tecnologiche di cui disponiamo. Il primo passo da fare è quello di avere una misura il più possibile precisa del tempo impiegato sui vari devices e relativi applicativi. La stessa tecnologia ci può fornire con precisione la misura del tempo che passiamo usandola. Questo è la premessa per poter accedere alle ragioni di uso e alle motivazioni che ci spingono ad usare i cellulari e gli altri marchingegni tecnologici. Si può scoprire innanzitutto che il tempo passato al cellulare è molto di più di quanto non immaginiamo, e anche quali sono gli applicativi che ci impegnano maggiormente (messaggi, social, giochi, video, chat di vario tipo, telefonate, foto, mail, ecc). La conoscenza di questi dati, spesso sorprendente, permette di approssimarsi alle ragioni di uso: lavoro, noia, curiosità, affetti, desiderio di mostrarsi, avidità, umore deflesso, voglia di partecipare e aiutare, vanità, solitudine, altre emozioni e sentimenti con i quali si fatica ad entrare in contatto e trovare sintonie che non siano mediate dal cellulare. Da qui può nascere l’uso consapevole, fatto di scelte e decisioni che riguardano le aree vitali della nostra esistenza, ovvero che cosa si vuole privilegiare, sostenere, proteggere, accrescere e quanto l’uso del cellulare sia legato a queste aree e ne possa condizionare negativamente la cura. Dunque l’uso consapevole di questi strumenti si fonda sulla conoscenza di se stessi più che sulla conoscenza dei marchingegni, ed è per questa ragione che la pervasività di questi strumenti sembra incontenibile e destinata ad aumentare.

Maurizio Fea, nato 72 anni fa, prima cardiologo ospedaliero e poi vocazione per le cose della mente e specializzazione in psichiatria. Già direttore del Dipartimento Dipendenze Asl Pavia, professore a contratto presso le Università di Pavia e Cattolica di Milano. Interessi per la neurobiologia dei comportamenti umani e l’evoluzionismo nelle scienze naturali. Lavori scientifici e libri tra cui Riparatori di destini sulla esperienza terapeutica con i tossicodipendenti, Le abitudini da cui piace dipendere: algoritmi, mercato, web, azzardoSpegni quel cellulare.