“Space Economy. La nuova frontiera dello sviluppo” di Simonetta Di Pippo

Prof.ssa Simonetta Di Pippo, Lei è autrice del libro Space Economy. La nuova frontiera dello sviluppo, edito da Bocconi University Press: innanzitutto, cosa si intende per Space Economy e che dimensioni ha assunto?
Space Economy. La nuova frontiera dello sviluppo, Simonetta Di PippoNel 2012 l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) ha definito la space economy come l’insieme delle attività e dell’uso delle risorse spaziali che creano valore e benefici per l’umanità nel corso dell’esplorazione, comprensione, gestione e utilizzo dello spazio. Che cosa significa in pratica? Che la space economy va ben oltre il settore spaziale in senso stretto perché copre prodotti, servizi e applicazioni dei quali beneficiano moltissimi settori che con lo spazio sembrerebbe non abbiano nulla a che fare, ma che usando dati e infrastrutture spaziali possono contribuire a migliorare la qualità della vita sulla Terra. In altre parole, viviamo di spazio.

Le dimensioni assunte dalla space economy su scala globale oggi indicano un valore pari a circa 470 miliardi di dollari con stime che arrivano a diversi milioni di miliardi nel 2040-2050. Va comunque ricordato che non c’è ancora una categorizzazione degli impatti della space economy tale da consentirci di fare una stima accurata, e che sia al contempo condivisa e condivisibile da tutti gli operatori del settore e non. Qualunque siano i numeri che riteniamo di considerare come i più realistici, si tratta di un settore che non prevede flessioni e che può solo crescere. Quanto crescerà e a che ritmo può rappresentare la variabile, ma nemmeno poi tanto. Siamo una società ‘spaziale’ anche se non ne è ancora consapevole la maggioranza dei non addetti ai lavori. Ma il numero di satelliti che usiamo ogni giorno, ciascuno di noi, è elevatissimo. Quindi, benvenuta space economy.

Quali opportunità offre, per lo sviluppo globale, l’utilizzo dello spazio?
La risposta finale è semplice: senza lo spazio non potremmo vivere oggi e ancora meno domani. Nell’ambito della Agenda 2030 approvata dalle Nazioni Unite nel 2015, dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibili e dei 169 sotto-obiettivi che li sottendono, più della metà sono raggiungibili solo grazie allo spazio. Parliamo delle tre tecnologie principali, integrate tra di loro, vale a dire Osservazione della Terra, Geolocalizzazione e navigazione di precisione e telecomunicazioni satellitari. Qui parliamo di cambiamento climatico, di ridurre la povertà, di gestire il suolo e quindi di sviluppare una agricoltura sempre più intelligente, parliamo di occuparci di cibo e di acqua, due elementi che già scarseggiano oggi e che scarseggeranno sempre di più a mano a mano che da un lato aumenta la popolazione mondiale e dall’altro il riscaldamento globale e i suoi effetti si fanno sentire in modo tangibile, a cominciare dalle catastrofi naturali sempre più estreme per finire al processo di desertificazione in atto. Inoltre, i dati provenienti da satelliti di geolocalizzazione come GPS e Galileo, o di osservazione della terra come l’europeo Copernicus, sono ottenibili gratuitamente e questo consente a tutti, compresi i paesi emergenti e in via di sviluppo, di realizzare prodotti, applicazioni e servizi basati su dati e infrastrutture satellitari. Un vero e proprio movimento che porta ad una democratizzazione dello spazio e che consente a questi paesi uno sviluppo socio-economico sostenibile. Lo spazio, in altre parole, ci è indispensabile.

In che modo la space economy può contribuire alla trasformazione digitale?
Abbiamo tutti la sensazione, nella nostra parte del mondo, che essere connessi ad internet sia scontato. Eppure, nel 2021, solo il 63% della popolazione mondiale ha avuto accesso ad internet. Ciò implica che il rimanente poco meno del 40% non è connesso. Ma come raggiungiamo zone remote e poco accessibili, o come garantiamo la connessione in situazioni critiche come la gestione di catastrofi naturali o le comunicazioni in caso di conflitti? Certamente le comunicazioni via satellite, che peraltro sono state uno dei campi di attività su cui ci si è concentrati sin dall’inizio dell’era spaziale, svolgono un ruolo fondamentale, critico come si definisce, per il funzionamento di molti dei servizi per il cittadino. In tempi più recenti, si è assistito allo sviluppo di un nuovo fenomeno, quello delle megacostellazioni, che hanno l’obiettivo di ottenere una copertura internet su scala globale. Per intenderci, una costellazione satellitare è l’insieme dei satelliti che quando sono operativi in orbita vengono utilizzati in modo coordinato per fornire un servizio.

Prima tra le varie megacostellazioni in via di approntamento è Starlink, di Elon Musk. Il totale dei satelliti in orbita quando la costellazione sarà completata è pari a 11943, previsti entro il 2027. Ce ne sono in orbita al momento intorno ai 3000 e oltre a servire abitazioni ed edifici vari, consentirà la connessione per le automobili, le navi, gli aerei, i sistemi a guida autonoma. I lanci avvengono a ritmi serrati e i benefici di tale costellazione in orbita cominciano a toccarsi con mano. Le prestazioni al momento sono molto buone sebbene ancora inferiori a quelle fornite dalla fibra ottica, ma mancano ancora 9000 satelliti al completamento (cioè i ¾) il che vale a dire che solo un quarto della costellazione è al momento operativa. E già oggi è comunque il riferimento, anzi la soluzione per eccellenza, per coloro che si trovano in aree non cablate o in situazioni complesse a causa di disastri o conflitti. Un passo avanti enorme soprattutto per i paesi emergenti e in via di sviluppo per un rapido progresso nella direzione di uno sviluppo socio-economico sostenibile.

Quali sono le possibili soluzioni provenienti dallo spazio per mitigare gli effetti del cambiamento climatico?
Gli scienziati del clima sono categorici: esiste un legame forte tra emissioni di gas serra antropogeniche e il riscaldamento globale del pianeta. Assumendo che sia possibile ridurre drasticamente le emissioni rapidamente, e che allo stesso tempo fossimo in grado di assorbire il gas emesso, per arrivare a quello ‘zero netto’ che auspichiamo entro il 2050, il pianeta si adatta con dei tempi scala lunghi e questo implica che ancora non abbiamo sperimentato le conseguenze dell’attuale aumento di temperatura che si attesta su 1.3 gradi centigradi rispetto ai valori pre-industriali. Le variabili climatiche essenziali servono a valutare l’impatto che biossido di carbonio e metano, che sono i gas serra più rilevanti per le evoluzioni del clima, vengono monitorate in vario modo ma solo dallo spazio si possono ottenere dati precisi, su base continuativa, e per alcune variabili l’osservazione e il monitoraggio possono essere effettuati solo da satellite. Questi dati sono poi fondamentali per poter prendere decisioni politiche molto importanti per il nostro futuro, in particolare quando si tratta di gestire l’adattamento al nuovo clima e la mitigazione dei suoi effetti, in alcuni casi devastanti. Un paio di esempi: da satellite possiamo monitorare lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello del mare. Sono effetti tangibili del cambiamento climatico, così come lo è la desertificazione di aree sempre più estese della superficie terrestre.

E non è chiaramente un problema ‘locale’, ma planetario, per cui siamo tutti coinvolti in questa sfida che è appunto una sfida dell’intera umanità. Federare quindi gli sforzi per il monitoraggio e la valutazione degli effetti della crisi climatica tramite satelliti è sembrato naturale e necessario.

Da un altro punto di vista, esiste una forte connessione tra space e green economy. Siccome la green economy è definibile come la pratica dello sviluppo sostenibile attraverso finanziamenti pubblici e privati per creare infrastrutture che promuovano sostenibilità sociale e ambientale, il modo per farlo è di incentivare la riduzione di emissione di gas serra e lo sviluppo di tecnologie che ne consentano l’assorbimento. Il che implica anche una forte connessione tra green economy ed efficienza energetica. In sostanza, molte tecnologie spaziali vengono in aiuto della green economy.

Il settore spaziale sta attirando sempre più attenzione e investitori: che sviluppi è destinata ad avere la new space economy?
La percentuale di crescita è prevista a due cifre per i prossimi decenni, e il settore è stabile e non prevede flessioni, al contrario. Sta effettivamente attirando sempre più interessi e investitori, sia perché c’è una sempre maggiore attenzione da parte dei privati, sia perché cresce il numero di paesi che cominciano, correttamente, a ritenere che la space economy sia un volano per il loro sviluppo socio-economico sostenibile. Se sia effettivamente corretto chiamarla new space economy non direi, perché quello che è nuovo è il ruolo dei privati che da sviluppatori e realizzatori di idee strategiche dei governi, pur con metodi innovativi e in accelerazione rispetto ai normali tempi di sviluppo di una tipica missione spaziale, stanno diventando sempre più autonomi nella realizzazione delle loro idee, delle loro volontà strategiche. Un esempio viene ancora da Elon Musk. Ha infatti sviluppato prima dei lanciatori riutilizzabili, poi la capsula Dragon che consente alla NASA e ai partner della Stazione Spaziale Internazionale di raggiungere l’orbita bassa e rientrare, e ora ha avviato a passi da gigante non solo la mega costellazione Starlink, per connettere tutti ovunque sulla superficie terrestre, ma anche Starship che trasportando almeno un centinaio di passeggeri ad ogni volo, dovrebbe poter consentire a Musk di realizzare la sua città marziana in tempi molto più brevi di quello che possiamo pensare ragionevole. E questi obiettivi esulano dalla volontà dei governi, sono dei balzi in avanti tecnologici e strategici che non vedono eguali nella storia della astronautica, iniziata in fondo soltanto circa 60 anni fa. Come sappiamo, i fondi che sono indispensabili, non sono pero’ l’unico ingrediente per una ricetta da stella Michelin. Ci vogliono i talenti, che scarseggiano, una strategia di medio-lungo termine anche regionale e mondiale, che fatica ad affermarsi, e delle regole chiare e stabili, per consentire agli operatori di avere certezza sull’utilizzo dei loro assets in orbita. Ci vuole un coordinamento del traffico spaziale e un approccio cooperativo e coordinato all’esplorazione sistematica del sistema solare. Assieme ai finanziamenti, questo condurrà la space economy al livello successivo, e domani più di oggi, la nostra vita senza spazio non sarà più immaginabile.

Quali scenari produrrebbe l’estrazione di risorse dagli asteroidi?
La nostra vita è ‘piena’ di terre rare. Sono infatti indispensabili per tutta l’elettronica che usiamo in continuazione, e lo saranno sempre di più per esempio nell’IoT e nella gestione di veicoli a guida autonoma, per fare un paio di esempi. Purtroppo però le terre rare scarseggiano sulla Terra, per varie ragioni, con una concentrazione di sfruttamento soprattutto nelle mani e ad appannaggio della Cina, con tutte le implicazioni geopolitiche del caso.

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Se facciamo l’esempio dell’asteroide 16 Psyche, possiamo dire che ha un valore stimato a oggi di circa 70.000 volte il valore attuale dell’intera economia globale. 70.000 volte! Quindi, arrivare su un asteroide, estrarre materiali, riportarli sulla Terra ‘drogherebbe’ in qualche modo il mercato con ripercussioni sulla stabilità socio-economica e politica dell’intero pianeta non prevedibili. Di contro, rappresenterebbe una fonte di approvvigionamento quasi infinita, con ripercussioni molto positive sul progresso e l’innovazione, nonché su un bilanciamento geopolitico diverso rispetto all’attuale situazione di quasi monopolio. Intanto, dobbiamo cominciare a caratterizzare questi asteroidi, capire meglio di che cosa sono composti, e a questo proposito la NASA sta per inviare una sonda proprio verso 16 Psyche per capirne meglio la composizione.

L’incremento delle attività spaziali porta con sé il tema dei detriti spaziali: quali soluzioni sono possibili per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali?
Nonostante le linee guida per la mitigazione dei detriti spaziali approvate nel 2007, e le linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali approvate nel 2019 dal Comitato ONU che si occupa di uso pacifico dello spazio, le orbite, soprattutto nella fascia cosiddetta ‘bassa’ (tra 300 e 1000 km di altitudine circa) sono congestionate e si rischiano collisioni con una frequenza sempre maggiore. Pensare di limitare il numero di satelliti andrebbe contro il principio che lo spazio è un bene comune, e che tutti gli stati debbono poterlo utilizzare per migliorare le condizioni di vita dei loro cittadini. Sarebbe, dice qualcuno, come limitare il numero di auto circolanti sulle strade. Che pero’ sia necessario, se non indispensabile, regolare il traffico, appare ormai evidente. Stabilire, in altri termini, le ‘regole della strada’ anche nello spazio. D’altro canto, se facciamo un parallelismo con il settore dell’aviazione, beh vediamo che ad un certo punto, quando il coordinamento del traffico è divenuto indispensabile, è stato creato un organismo super partes, l’ICAO, che svolge egregiamente proprio questa funzione.

I detriti vengono monitorati, almeno sino a pochi centimetri in dimensione, anche da terra e vanno certamente rimossi, perché se da un lato possiamo migliorare i processi riducendone la produzione e aumentare la pulizia delle orbite nel progettare e gestire le missioni future, dobbiamo ripulirle queste orbite dall’immondizia presente per assicurare una sostenibilità sul lungo termine. E come conseguenza, ci aspettiamo un fiorire di attività relative al servicing in orbita e alla rimozione attiva di detriti e satelliti non funzionali, che rappresenterà un campo di azione della space economy molto promettente.

Simonetta Di Pippo, astrofisica, è stata direttore Human Spaceflight presso l’Agenzia spaziale europea, direttore Observation of the Universe presso l’Agenzia spaziale italiana e direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico con sede a Vienna. Attualmente è direttore dello Space Economy Evolution Lab di SDA Bocconi School of Management.

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