“Sovranità, credito e mercato. Verso l’arte del governo economico totale” di Giuseppe Conti e Luciano Fanti

Prof.ri Giuseppe Conti e Luciano Fanti, Voi siete autori del libro Sovranità, credito e mercato. Verso l’arte del governo economico totale edito da Pisa University Press: quali implicazioni economiche e sociali genera la categoria del moderno?
Sovranità, credito e mercato. Verso l'arte del governo economico totale, Giuseppe Conti, Luciano FantiDa almeno due secoli, o forse più, quelle che sono diventate le “scienze umane”, o “sociali”, non finiscono di interrogarsi sulla nostra identità di “moderni” in contrapposizione a quella degli “antichi”. Cioè – più o meno – dall’epoca delle rivoluzioni, quella “industriale” e quella “politica”, che hanno cambiato il corso della storia, sono avvenuti cambiamenti che hanno riguardato le istituzioni, gli stili di vita, le credenze, i meccanismi che regolano la vita economica, sociale e politica. Due “luoghi” sociali e istituzionali, in particolare, sono completamente cambiati: lo Stato, come sede della politica e della sovranità, e il mercato, come istituzione sociale che funziona da meccanismo di coordinamento impersonale e centro di organizzazione della vita economica. Si parla perciò di due costruzioni della modernità: da un lato, lo Stato, come oggi lo intendiamo, e, dall’altro, il mercato, e, soprattutto, le imprese che gli danno forma. Lo spazio mercantile-imprenditoriale si è poi sempre più allargato, fino ad includere e “comandare” tutto il resto, compreso lo Stato, la sfera “pubblica”. Per semplicità di ragionamento, i pensatori che, più di altri hanno affrontato, nella sua interezza, il tema del “moderno” sono stati Marx e Weber e, i molti, dopo di loro, altro non hanno fatto che farci comprendere meglio i loro detti e non detti. La modernità ha cambiato, progressivamente, l’arte del governo, il concetto di sovranità rendendo incerto il supporto sacrale che aveva. Una volta proclamato che “dio è morto” sono subentrati due meccanismi di sostegno opposti e incerti: l’opinione (alias il mercato), la scienza (alias il sovvertimento dell’opinione).

Quali riflessioni sviluppa Hannah Arendt circa la dicotomia antico-moderno?
Di Hannah Arendt abbiamo discusso e chiosato, in lungo e in largo, uno dei suoi testi più noti, Vita activa, nel quale è sviluppato un complesso schema diacronico, con un continuo confronto critico con Marx e Weber (al di là di quanti siano i richiami diretti alle loro opere). La nostra lettura del testo arendtiano va a scandagliare le implicazioni per le categorie dell’economia e della storia economica. E non poteva essere altrimenti. In Vita activa le società e le economie arcaiche – il paradigma di riferimento sono quella greca e romana – si sono dotate di istituzioni per mezzo delle quali governare le relazioni sociali, le forme della produzione e le scelte della politica, proteggendo la società e la politica dalle logiche e dai valori dell’economia mercantile. L’economia è divisa in due ambiti. L’economia domestica, quella della casa, ha regole proprie, stabilisce un rapporto tra uomo e natura, segue il ciclo delle stagioni e fissa le gerarchie morali. L’economia di mercato, quando si estende e diventa preminente, entra in contatto con il mondo della città e della campagna e li sconvolge, riordina i sistemi di valori, li sovverte completamente con una serie di passaggi che, nel libro sono analizzati, aggiungendo – rispetto alla “narrazione” arendtiana – alcune figure sociali e processi economici per spiegare come esse abbiano contribuito al sovvertimento. Si pensi al ruolo dei mercanti e. specialmente, a quello dei banchieri, venditori di “tempo” con le pratiche creditizie e “crematistiche”, condannate per usura dall’antichità e fino a Jeremy Bentham. Gli argomenti si richiamavano al conflitto tra la ricerca del profitto e la vita contemplativa, felice e “beata”. I percorsi di secolarizzazione hanno implicato un riposizionamento dell’uomo nel mondo.

Come si sviluppa storicamente la dialettica tra azione, lavoro e opera?
Lavoro, opera e azione sono le principali attività della vita e i valori che le danno un senso. Nella nostra rilettura del capolavoro arendtiano, l’animal laborans, l’homo faber, e l’uomo “politico” sono le tre figure che si contendono gli spazi d’attività che li caratterizzano, o nei quali si chiudono, o vengono confinati. L’uomo “politico” è quello che partecipa alla vita della polis, è il solo dedito all’azione e alla contemplazione, è l’uomo saggio, vocato alla scienza, alla ricerca, come a un’ascesi per la difesa del vivere civile. Nella nostra lettura, le società precapitalistiche si sono trasformate sovvertendo il posto assegnato a tali figure sociali e ordini di valori etici. Non si è trattato solo di inversioni di ordinamento valoriale. Il capitalismo ha ridisegnato i confini e gli spazi assegnati al mercato rispetto alle economie arcaiche e ha trovato terreno fertile in epoca moderna. Dopo il XVIII secolo i cambiamenti nell’economia “reale” si sono accompagnati ai cambiamenti nell’etica ed oggi il capitalismo si è perfino imposto come religione senza dogmi, ma con riti di controllo totale sull’esistenza e di indirizzo sulle coscienze e sulle convinzioni personali e collettive, come aveva prefigurato Walter Benjamin.

In che modo l’economia del dono spiega l’evoluzione del sistema capitalistico?
L’economia del dono è un’economia di spreco rivale, di un dono ricorsivo che obbliga a ridonare. Nelle società arcaiche, e per molti versi anche nelle nostre, il dono si inquadra in relazioni complesse di riconoscimento sociale, della gerarchia o della sudditanza, ma anche quale segno di pace e di vincolo amicale. In tutte queste forme non si dà valore alla cosa donata, o si dà ad essa un valore superiore a quello effettivo: è lo “spirito” del dono che “conta”. Nell’antichità l’evergete contribuisce, per munificenza, alla costruzione di opere pubbliche (teatri, spettacoli, ecc.) che dona alla collettività, la quale lo riconosce come proprio signore e benefattore. Il suddito offre doni per ottenere clemenza e benevolenza. In tutto ciò non c’è valutazione di utilità. Nel dono non si “scambiano” equivalenti. Lo squilibrio (anche di valore) deve restare, nelle cose e nelle intenzioni, altrimenti siamo nell’equità dello scambio mercantile, nel quale traspare tutto il meccanismo di efficienza e di ottimizzazione di mezzi scarsi per bisogni inesauribili. Il capitalismo introduce un tipo di relazione intersoggettiva del tutto impersonale. Il nexum era, nell’antica Roma, una garanzia liberatrice che evitava un assoggettamento per debito, o per altra ragione. Con il capitalismo un negozio giuridico libera la parte compratrice se paga in contanti, o rendendo il debito “perpetuo”, irredimibile. Il senso religioso del capitalismo moderno consiste proprio in questa istituzionalizzazione del sentirsi perpetuamente in debito. Il debito è un dispositivo permanente di ristrettezza e responsabilità. Il debitore deve sentirsi come Sisifo per sfruttare al massimo i propri talenti. La valutazione di efficienza tramite parametri e la corsa in concorrenza (non in collaborazione) con i propri simili, sul lavoro, riduce tutta la vita moderna a quella degli animal laborans antichi.

Quale genealogia è possibile stabilire per moneta e debito? 
Lo studio genealogico sul debito e sulla moneta è una sorta di cartina di tornasole per misurare teoria e storia, rivela cioè come i condizionamenti del presente possono distorcere la percezione del passato e, di conseguenza, quella sul presente. È luogo comune, errato, che “in origine” c’è la moneta e poi il debito (credito). Nel libro si dimostra che è vero il contrario. Ci spieghiamo meglio. Le economie arcaiche, considerate nelle loro forme stilizzate, vincolano, anche attraverso il dono, i singoli ai rapporti sociali e comunitari per consolidarli. Marcel Mauss, nel suo saggio sul dono, ritiene che ci sia una «sanzione magica» della cosa donata e con essa si trasferisca ritualmente un pegno di vita, un nexum, quale obbligazione e garanzia. Questi arcaismi di cose che passano di mano senza sciogliere i rapporti intersoggettivi sono inconcepibili, irrazionali, in una società come la nostra che ha regolato tutto sul cash nexum (per usare l’espressione di Carlyle, ripresa da Marx), cioè quando ognuno di noi vende o compra scioglie ogni vincolo (il contratto di adempie) quando il controvalore è “liquidato” a mezzo di pagamento monetario. Questa convinzione di semplicità dello scambio è accreditata nei manuali di economia mediante la narrazione evoluzionistica di una società che gradualmente passa dal baratto alla moneta metallica, da questa alla moneta fiduciaria, per finire in una raffinata economia creditizia e finanziaria. Anche in questo schema è il principio dell’efficienza tecnologica che muove tutto. Ma quella narrazione non racconta una storia, ma un falso mito. L’elemento più debole in questo mito sta proprio nell’inizio e nella fine. L’inizio postula una realtà sociale arcaica nella quale il baratto è la forma di scambio più semplice in assoluto. C’è solo un piccolo problema: è dimostrato che teoricamente il baratto è socialmente impossibile. Sarebbe un puro miracolo reggere gli scambi di una società, specialmente arcaica, sul baratto. Mentre oggi, paradossalmente, molte fusioni e acquisizioni societarie possono avvenire barattando pacchetti azionari. In società meno evolute, come in quelle più evolute, tutta l’organizzazione per lo scambio di beni è estremamente semplificata se compiuta attraverso forme reticolari di debiti che si intrecciano con i rispettivi crediti e tutto ciò si rinnova, totalmente o parzialmente, a ogni scadenza, tra gli stessi soggetti o per intervento di nuovi attori. La moneta si “inventa” per rendere definitive le relazioni con soggetti che non nutrono alcuna fiducia reciproca. Se guardiamo bene e consideriamo la storia monetaria, più o meno recente, l’invenzione della moneta a pieno valore intrinseco è un’invenzione relativamente recente per assoggettare il sovrano al potere superiore delle regole di mercato. A ben riflettere tutta la storia moderna è una storia volta a rendere “neutrale” (fiscalmente e politicamente) i poteri discrezionali di tutte le autorità (specialmente oggi le democratiche) che non sono quelle stabilite per concorrenza tra imprese.

Quali prospettive etiche e politiche introduce il neo-ordoliberalismo?
Le modificazioni introdotte nel modo di governare le società – la “governamentalità”, avrebbe detto Foucault – da parte del pensiero neo-ordoliberale (ad es. Hayek e Friedman), incorporato nelle istituzioni statali e soprattutto sovranazionali come la Unione Europea – sono state di portata enorme.

Una principale peculiarità del governo neo-ordoliberale è che l’economia, con la sua logica, non è più un sapere tecnico riferibile alle specifiche sfere produttive, né è più quella marxiana ‘struttura’ che produce le sovrastrutture politiche e sociali, ma è la tecnica di governo che produce l’odierno soggetto umano, invadendone l’immaginario e disegnando le sue forme di esistenza. Questo sistema di dittatura progressiva dell’economia mira a caricare di responsabilità ciascuna persona, che deve sentirsi addosso il peso del suo debito permanente verso la società che, in questo modo, lo ingabbia dentro una macchina produttiva a cui tutti partecipano.

Ad esempio, il paradigma governamentale neo-ordoliberale, da un lato produce la responsabilizzazione individuale nella gestione del rischio che in precedenza era attribuita alle istituzioni pubbliche di welfare, da un altro lato produce un rischio e un’emergenza continua come tecnica di potere.

La persona caricata di responsabilità deve aderire in modo convinto al comando-missione; non si tratta più dell’etica calvinista di secoli fa di cui parla Weber, ma della nuova religione senza dogma – quella del capitalismo – di cui parla Benjamin, la cui etica è non meno severa e non meno vigile, è una «gabbia d’acciaio» che, però non ha più bisogno di sorveglianza speciale. Il panopticon di Bentham, col quale il potere poteva guardare, non visto, tutti i governati per controllarli (come nel caso della fabbrica tradizionale) è adesso ormai incorporato in ogni soggetto: guarda e si fa guardare.

Un altro aspetto del governo neo-ordoliberale è la distruzione sistematica di ogni sistema educativo pubblico, che risale nella sue prime formulazioni a Mirabeau padre nel 1791, e che oggi nella forma della McDonaldization della formazione, che riguarda anche i livelli più alti della ricerca scientifica, sembra riflettere la visione hayekiana per cui il meccanismo della concorrenza deve essere anche l’unico meccanismo cognitivo: minimizzare il livello medio d’istruzione, ovvero massimizzare l’ignoranza, è una politica migliore che portarlo ad un elevato grado di conoscenze prestabilito, e, peraltro strumenti come quello della valutazione comparativa, della trasparenza, della cosiddetta cultura del merito sono modi esemplari di penetrazione dei fondamenti del neo-ordoliberalismo in ogni aspetto della vita pubblica.

Giuseppe Conti è Professore ordinario di Storia economica presso l’Università di Pisa
Luciano Fanti è Professore Ordinario di Economia Politica presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, dove insegna Economia Politica e Industrial Organization e Teoria dei Giochi

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