Sotto i ferri. Storia della chirurgia in 29 straordinarie operazioni, Arnold van de LaarSotto i ferri. Storia della chirurgia in 29 straordinarie operazioni è il primo libro del chirurgo olandese Arnold van de Laar, edito da Codice con la traduzione di Laura Pignatti. Come recita il sottotitolo, nel libro rivivono 29 famose operazioni – da JFK a Einstein, da Luigi XIV a Giovanni Paolo II – attraverso le quali viene raccontata l’affascinante storia della chirurgia e della medicina.

Ne ha fatta di strada la chirurgia da quando «non meno di ventiquattro secoli fa Ippocrate, il padre della medicina, sconsigliava di sottoporre un malato ai rischi di un intervento chirurgico. Il medico deve sempre cercare di non peggiorare la situazione, ammoniva con convinzione. Fino a quando venne inventata l’anestesia, nel 1846, il chirurgo poteva dare per scontato che anche il paziente sottoscrivesse appieno quella massima. Del resto, le grida dei pazienti e i loro tentativi disperati di liberarsi non avranno lasciato sussistere alcun dubbio in proposito.»

Come riconosce l’autore stesso, nella prefazione all’ultima edizione, «a quanto pare queste bizzarre storie dell’orrore fatte di sale operatorie antiche, preparazione medica e storie dei pazienti, trovano lettori entusiasti in tutto il mondo. La prima edizione di Sotto i ferri del 2014 è stata infatti tradotta in tedesco, inglese, turco, coreano, polacco ed ebraico, mentre tra breve usciranno anche le traduzioni in spagnolo, ceco, cinese, italiano e russo.»

«Il chirurgo – dal greco kheirurgós, composto di kheír kheirós, “mano”, ed érgon, “opera” – letteralmente è l’“uomo che cura con le mani”.» E così van de Laar ci racconta la storia di Jan de Doot, fabbro olandese vissuto nel Seicento che per disperazione si asportò da solo un calcolo alla vescica, dopo essersi costruito gli attrezzi per l’operazione. C’è Harry Houdini, che fece il suo ultimo spettacolo in preda a un attacco di appendicite; c’è la descrizione dei disperati tentativi di rianimare John Fitzgerald Kennedy a Dallas; Bob Marley, che rifiutò di farsi operare al piede da cui originò il tumore che lo avrebbe ucciso; e ancora Einstein, Luigi XIV e tanti altri.

Colpisce il racconto drammatico dell’operazione cui fu sottoposto al Policlinico Gemelli Karol Wojtyła, papa Giovanni Paolo II, in seguito all’attentato del 13 maggio 1981, da parte del chirurgo di turno, Giovanni Salgarello e del capo dell’équipe medica Francesco Crucitti. I chirurghi «praticarono una lunga incisione centrale dall’alto in basso. Quando aprirono il peritoneo dall’addome uscì una grande quantità di sangue. La pressione sanguigna era scesa fino a 70 mmHg. I chirurghi asportarono con le mani i coaguli più grossi dall’addome, mentre un aspiratore risucchiava il sangue e le ferite venivano tamponate con garze. In seguito si stimò che il papa avesse perso circa tre litri di sangue, ma durante l’intervento gli furono somministrate non meno di dieci sacche di sangue A-negativo, il che fa supporre perdite ematiche ben più importanti. Non c’era solo sangue, ma nel peritoneo si era riversato anche il materiale contenuto nell’intestino. I chirurghi verificarono l’intestino con le mani e identificarono cinque fori nell’intestino tenue e nel mesentere. Tutte le ferite sanguinanti furono chiuse con delle clip, ma l’addome continuava a riempirsi di sangue. Sembrava venire dal basso. Allora il tavolo operatorio fu inclinato in modo che il papa venisse a trovarsi con la testa leggermente più bassa. A quattro mani i chirurghi spostarono l’intestino il più in alto possibile per poter esaminare la parte inferiore della cavità addominale. […] Crucitti riuscì a identificare un foro nell’osso sacro dal quale poteva passare un dito, tanto era grande. Lo coprì con la mano e il grosso dell’emorragia parve fermarsi. Allora riempì il foro nell’osso di cera sterile in modo da poter esaminare l’area circostante. I grandi vasi della gamba sinistra passavano vicini al foro ma non erano feriti. […] L’emorragia sembrava sotto controllo.

I chirurghi analizzarono dall’interno la parete addominale del Santo padre. […] A questo punto trovarono ancora una lunga ferita nel colon sigmoideo […] I fori nell’intestino tenue non erano un gran problema. Fu deciso di asportare due pezzi di intestino tenue per creare due nuovi collegamenti. Un piccolo foro nella parte terminale dell’ileo, la parte finale dell’intestino tenue, poté essere facilmente suturato. La lacerazione nell’intestino crasso, invece, costituiva un problema molto più complesso. […] La soluzione chirurgica in questi casi è quella di praticare una stomia «un’uscita dell’intestino nella cute dell’addome. In questo modo le feci vengono portate all’esterno attraverso la parete addominale e non passano dalla ferita nell’intestino. […] In termini medici questa stomia si chiama anus praeternaturalis (ano preternaturale o artificiale).»

I chirurghi «suturarono la ferita dell’intestino crasso senza asportarne un pezzo, praticando una stomia nella parte superiore dell’intestino crasso circa mezzo metro sopra la ferita. L’intervento era già in corso da ore, quando arrivò in sala operatoria il direttore della clinica chirurgica Giancarlo Castiglioni […] Castiglioni, Crucitti e Salgarello sciacquarono la cavità addominale e misero cinque drenaggi, tubi in silicone o gomma dai quali possono defluire dall’addome i fluidi in eccesso. Poi richiusero la parete addominale. Quando ebbero trattato anche le ferite all’indice e al braccio, erano trascorse cinque ore e venticinque minuti.»

Le disavventure del pontefice non finirono però lì: «A causa di tutte le trasfusioni di sangue ricevute, il papa contrasse un’infezione da Cytomegalovirus (CMV), inoltre la ferita chirurgica si infettò. Per questo il 20 giugno fu ricoverato nuovamente. Le infezioni delle ferite non sono rare dopo interventi d’urgenza su pazienti che abbiano subito un riversamento di materiale fecale nell’addome. Spesso la guarigione della parete addominale non è perfetta, e a volte è necessario operare nuovamente in corrispondenza della ferita infetta. Anche questo non sarebbe stato risparmiato al papa. La peritonite, per contro, guarì egregiamente e Wojtyła volle liberarsi della stomia al più presto: il 5 agosto, a meno di dieci settimane dall’attentato, Crucitti ricucì le estremità dell’intestino crasso del papa, un breve intervento di quarantacinque minuti, e dopo dieci giorni il Santo padre fu dimesso.»

Nel libro troviamo il crudo racconto di un’operazione di routine come l’amputazione di una gamba: «Il paziente fu disteso sul tavolo. Il chirurgo applicò un laccio emostatico alla parte alta della gamba. Non solo per fermare l’emorragia, ma anche per addormentare un po’ l’arto. Dopo mezz’ora con il laccio, infatti, la gamba si addormenta con una sensazione dolorosa e pungente che fa avvertire meno il taglio del bisturi. Il chirurgo prese poi il coltello da amputazione. Non un oggetto piccolo come un bisturi chirurgico, ma un coltello lungo circa trenta centimetri e largo tre, molto tagliente e appuntito, una sorta di coltello da macellaio con un’impugnatura robusta. Con quello tagliò poco sopra il ginocchio in un colpo solo fino all’osso. Naturalmente già solo quel taglio doveva essere sufficiente per avvertire una sofferenza infernale, ma soprattutto tranciare i grandi nervi che come grossi cavi corrono in profondità gli diede un improvviso dolore che lo fece urlare. Un pezzo di legno da stringere tra i denti servì ad attutire quelle grida tremende.

Tra i muscoli, tendini e nervi, passano i grandi vasi sanguigni che naturalmente devono essere anch’essi tagliati. Grazie al laccio emostatico intorno alla coscia il sangue per fortuna non sgorgava all’esterno, ma quel laccio naturalmente non poteva impedire che si svuotasse il sangue dall’altra parte. La gamba fino al ginocchio conteneva circa un litro di sangue che ora cominciò a riversarsi dalla ferita dell’amputazione sul tavolo, insanguinando tutto.

Il taglio andava effettuato nella parte sana della gamba, quindi ben sopra la ferita della palla di cannone. L’osso però andava segato ancora un po’ più in alto, in modo che l’estremità potesse essere ben coperta con i muscoli e la pelle. Il passo successivo, quindi, era di staccare i muscoli dall’osso per una lunghezza di circa un palmo. Questa operazione veniva effettuata con uno strumento dal nome lugubre di raschiatoio. Per raschiare via il periostio, la membrana che ricopre l’osso, ci volevano quattro o cinque colpi robusti seguiti da grida agghiaccianti, sempre che il paziente a quel punto non avesse perso la voce. Ora il chirurgo prendeva la sega. Con una sega tagliente e robusta in meno di dieci colpi si poteva tagliare l’osso. Le vibrazioni dei denti della sega nell’osso penetravano letteralmente fino all’osso. Segatura di osso, sangue, vomito, urina e sangue: doveva essere un vero macello. E poi bum, la gamba cadeva per terra. Una gamba è particolarmente pesante, più pesante di quanto ci si potrebbe aspettare. Probabilmente anche molto leggera quando non ce l’hai più.
Il moncherino veniva lasciato aperto e fasciato bene, dopo di che poteva essere tolto il laccio emostatico. Se poi usciva ancora del sangue, si poteva usare il ferro per la cauterizzazione. Il paziente tanto era svenuto da un pezzo.»

O ancora il racconto della creazione di Eva creata, secondo la Bibbia, dalla costola asportata ad Adamo: «da un punto di vista chirurgico è strano che la parte asportata di Adamo non siano i genitali, facilmente asportabili […] La rimozione di una costola per quei tempi era davvero troppo complessa, anzi proprio impensabile, rispetto alla dissezione chirurgica preventiva necessaria. Inoltre si dice che in seguito all’intervento alla costola sul corpo di Adamo rimanesse una cicatrice. Invece l’uomo, come del resto la donna, non ha meno di ventiquattro costole e non presenta cicatrici sul lato del torace.
È vero che l’uomo nasce con delle cicatrici. Due, per la precisione […] L’ombelico è la cicatrice che rimane dopo il taglio del cordone ombelicale, mentre la seconda cicatrice è il rafe perinealis, una linea verticale che corre esattamente al centro dello scroto e alla base del pene, residuo dello sviluppo embrionale dell’uretra maschile. Sotto questa cicatrice nell’uomo, diversamente da quasi tutti gli altri mammiferi, non si trova un osso. Inoltre il termine ebraico tzela utilizzato nella Bibbia significa costola, ma soprattutto nel senso di trave o sostegno. Con un po’ di fantasia, quindi, sarebbe possibile che si fosse trattato di qualche altro osso robusto e allungato, rispetto a quello che noi chiamiamo costola. Forse a Adamo fu tolto il baculum, l’osso penico, che quasi tutti i mammiferi placentati possiedono e l’uomo no?»

Una lettura affascinante, a tratti cruda, ma di sicuro interesse!