Soldi e pallone. Come è cambiato il calciomercato, Pippo RussoProf. Pippo Russo, Lei è autore del libro Soldi e pallone. Come è cambiato il calciomercato edito da Meltemi. Il binomio soldi e pallone appare come uno dei più consolidati nel sentire comune: è un processo ormai ineluttabile?
Prima di rispondere bisogna mettersi d’accordo su cosa si intenda, a proposito del rapporto fra soldi e pallone. Il calcio, come tutto lo sport professionistico, si è rapidamente trasformato in un fenomeno economico di ampia portata. E per questa trasformazione è stato determinante il fatto che esso diventasse uno spettacolo (cioè, in termini sociologici, una circostanza organizzata per generare emozioni collettive) da vendere a un pubblico sempre più vasto. In circostanze del genere la necessità di organizzare uno spettacolo di ampie dimensioni e pagare cifre sempre più elevate ai suoi attori ha richiesto crescenti impieghi di capitale. Quanto appena descritto può essere considerato come l’oggetto di una prima fase nel rapporto fra calcio e denaro. Una seconda fase si ha quando il calcio compie il salto verso l’industrializzazione. Ciò che secondo un’interpretazione romantica sarebbe il passaggio nel quale il calcio ha perso la dimensione romantica. Rispetto a questa lettura delle cose non mi trovo d’accordo. In quanto fenomeno socio-economico il calcio è cresciuto costantemente e a un dato momento gli è stato necessario dotarsi di una struttura più razionale, in grado di affrontare sfide sempre più esigenti. Inoltre il processo di aziendalizzazione delle società sportive, in linea di principio, è un fatto di garanzia in termini di trasparenza e correttezza di gestione. Tenuto conto di ciò, non trovo nulla di disdicevole nel fatto che un impresario faccia del calcio una fonte di profitti. Perché anzi vorrà dire che la società di calcio, in termini aziendali, è un organismo che funziona. E se funziona in termini aziendali ha grande probabilità di funzionare anche in termini sportivi. L’importante è che, pur guadagnando, l’impresario che conduce una società di calcio produca valore in termini sportivi, sociali e economici. Piuttosto è il passaggio successivo a costituire una svolta in negativo, e proprio a esso sono dedicati i miei lavori più recenti, sia sul piano dell’analisi sociologica che su quello dell’inchiesta giornalistica. Questo passaggio consiste nella finanziarizzazione, cioè una trasformazione dell’economia del calcio per via della quale il denaro viene iniettato nel calcio non già per produrre successi sportivi, o valore economico e sociale, ma soltanto per produrre altro denaro che in una fase successiva viene riportato all’esterno e redistribuito agli investitori. In questo modo il calcio è ridotto a incubatore finanziario.

Come si è determinata la professionalizzazione del calciatore?
In linea generale, la professionalizzazione dell’atleta è stata una conseguenza della necessità di reclutare i talenti migliori. E ha prodotto un effetto socialmente positivo perché ha permesso la pratica ai massimi livelli anche ai soggetti provenienti dalle classi sociali svantaggiate. Si deve partire dall’assunto che lo sport d’alta competizione si basi sul talento individuale, e che il talento individuale (per fortuna) è una dote distribuita casualmente nelle società. Ma in assenza di una svolta dello sport verso il professionismo non sarebbe stato possibile vedere esprimere al massimo grado il talento dei soggetti appartenenti alle classi operaie. Perché sviluppare un talento comporta massima dedizione e richiede che il tempo impiegato per svilupparlo sia ricompensato. Esattamente le due caratteristiche del professionismo. Se questa svolta non fosse avvenuta, lo sport sarebbe rimasto una riserva di classe, appannaggio di soggetti affluenti e dotati di ampie riserve di tempo libero, da dedicare agli svaghi fra i quali lo sport. Bisogna tenere presente questo aspetto quando si parla in termini idealizzati dello sport dilettantistico, che in realtà oggi non esiste più. Esso era espressione di un’idea di sport come riserva di classe. Il professionismo sportivo, nel calcio come in ogni altra disciplina, è stato una dinamica di democratizzazione e emancipazione.

Quale importanza riveste la sentenza Bosman per lo sport professionistico europeo?
La sentenza Bosman, pronunciata il 15 dicembre 1995 dalla Corte di Giustizia Europea, ha liberato lo sportivo professionista, in Europa, da una condizione molto simile alla schiavitù. E non sembri esagerato l’uso di un riferimento così forte. Perché la realtà del rapporto di lavoro, per l’atleta professionista in epoca pre-Bosman, era esattamente questa: un rapporto molto simile a quello del modo di produzione schiavista. Bisogna ricordare che all’epoca il calciatore, così come ogni altra categoria di atleta professionista, rimaneva proprietà del proprio club anche dopo la scadenza del contratto di lavoro. Una posizione che non aveva né ha eguali in altri campi. Affinché il calciatore si liberasse del suo datore di lavoro, anche a contratto scaduto, doveva garantirgli una cifra che all’epoca veniva etichettata come indennizzo. E se interveniva un’altra società a comprarlo (nel senso materiale del termine), la situazione si risolveva. Altrimenti il calciatore poteva anche rischiare di terminare la carriera soltanto perché così decideva il suo datore di lavoro. Esattamente ciò che accadde a Jean-Marc Bosman nell’estate del 1990, quando il suo club (il Royal Liegi) non gli rinnovò il contratto e poi rifiutò di cederlo al Dunkerque (Serie B francese). La sua battaglia legale ha portato a abolire il meccanismo dell’indennizzo e ha trasformato il calciatore da merce a soggetto portatore di diritti. Va aggiunto che la sentenza Bosman ha avuto un altro effetto, che è anche quello più evidente e narrato: ha sancito il diritto alla libera circolazione e all’impiego in gara senza restrizioni degli atleti professionisti comunitari nei campionati dei paesi comunitari. Si è anche diffusa la versione secondo cui i calciatori, dopo la sentenza Bosman, abbiano visto rafforzare la propria posizione contrattuale. Il che è vero in parte. Il dato indiscutibile è che essi siano stati dotati di diritti che non possedevano. Ma non tutti erano in grado di sfruttarli, né hanno saputo farne l’uso migliore. E qui c’è la parte meno incoraggiante, certo politicamente scorretta, di questa vicenda: la conferma del fatto che dare più diritti non significhi, di per sé, dare una reale possibilità a tutti di migliorare la propria posizione. L’esercito degli svincolati rimasti senza squadra, che si ingrossa un’estate dopo l’altra, è un effetto indesiderato della sentenza Bosman. Che però, detto a scanso di equivoci, rimane un passaggio indiscutibilmente positivo.

Quali soluzioni ha invece adottato il calcio sudamericano?
In Sudamerica si è avuto un atto giuridico dagli effetti analoghi alla sentenza Bosman. Si tratta della Lei Pelé, che porta il nome del grande Edson Arantes do Nascimento, entrata in vigore in Brasile nel 1998. Come la Bosman, la Pelé ha eliminato il vincolo per i calciatori professionisti. Ma detto delle equivalenze va anche detto delle differenze. A cominciare dal fatto che la sentenza Bosman è un atto di un foro giurisdizionale, per di più sovranazionale (la Corte di Giustizia dell’Unione Europea), mentre la Lei Pelé è legge di uno stato. Inoltre sono diverse le condizioni fra Europa e Sudamerica, sia in termini di regole del mercato che di cultura dei diritti. Per questo motivo gli effetti indesiderati dell’assegnazione di nuovi diritti sono molto maggiori in Sud America rispetto a quanto avvenuto in Europa.

Come si articola il mercato dei trasferimenti?
Rispetto all’epoca che ha preceduto la sentenza Bosman c’è stato un salto di qualità molto importante. Fino a quell’epoca aveva un senso dire che la società A avesse comprato il calciatore X o che la società B avesse venduto il calciatore Y, perché effettivamente i calciatori erano proprietà dei loro club. Adesso non è più così. Le società cedono i diritti alle prestazioni sportive dei calciatori, di cui sono in possesso perché è in essere un contratto di lavoro. E con riferimento a quest’ultimo punto va sottolineato che fra le conseguenze della sentenza Bosman c’è la pratica dei contratti pluriennali. Fino al 1995, di norma, si andava avanti con contratti annuali. Ché tanto, a contratto scaduto, il calciatore non poteva andare da nessuna parte. Dunque il mercato dei trasferimenti funziona secondo uno schema che in via principale vede una società cedere, in via definitiva o temporanea, i diritti alle prestazione dei calciatori. Questi diritti vanno poi distinti in diritti federali (cioè la possibilità di iscrivere un calciatore alle competizioni nazionali e internazionali, e di schierarlo in campo) e diritti economici (cioè la possibilità di lucrare economicamente sull’eventuale cessione). C’è poi il mercato dei calciatori in scadenza di contratto, che si risolve in molti casi con lauti compensi una tantum al momento dell’ingaggio (quello che i portoghesi chiamano ‘premio di assinatura’, il premio ‘di firma’).

Quale ruolo svolgono gli intermediari?
Dopo la sentenza Bosman il ruolo degli intermediari è diventato cruciale. Poco a poco hanno assunto la guida del mercato, partendo da una posizione che doveva rispettare dei margini ben precisi. Inizialmente erano soltanto ‘i procuratori’, cioè i soggetti che davano assistenza ai calciatori nella negoziazione dei rinnovi contrattuali col club di appartenenza o nella stipula di nuovi contratti coi club di nuova destinazione. E in epoca pre-sentenza Bosman il procuratore era una sorta di status symbol, perché a avvalersi dei suoi servizi erano quasi esclusivamente calciatori d’alta levatura. Invece da fine 1995 in poi qualsiasi calciatore professionista ha avuto bisogno di un agente per scansare le insidie del mercato aperto. Ciò ha portato gli agenti a veder crescere il loro potere. Fino a generare una classe di soggetti che io definisco ‘super-agenti’. È la categoria cui appartengono Jorge Mendes, Pini Zahavi, Fali Ramadani, Jonathan Barnett, Mino Raiola. Si tratta di soggetti che stringono relazioni privilegiate coi club (e magari ne controllano qualcuno), impongono dirigenti a altri club, rappresentano più parti in una trattativa e per questo percepiscono più di una commissione, sono essi stessi investitori in diritti economici e dunque lucrano sui trasferimenti, sono collegati al mondo dell’alta finanza e se capita hanno anche interessi in business legati al calcio, in primis quello dei diritti televisivi. Questi soggetti non possono più essere chiamati intermediari. Perché un intermediario, come dice il termine stesso, media fra due o più soggetti di mercato. Invece il super-agente lo crea, il mercato.

In che modo la finanza si è impadronita del calcio?
Lo ha fatto principalmente attraverso la leva dei diritti economici, attraverso le formule di Third Party Ownership (TPO) e Third Party Investment (TPI). Funziona che si acquisisce (in via diretta o indiretta) una quota dei diritti economici per poi lucrarci sopra al momento della loro cessione. Dal 1° maggio 2015 gli accordi di TPO e TPI sono stati ufficialmente messi al bando dalla Fifa, ma nella realtà non sono mai scomparsi. Inoltre, i soggetti di quel sistema che definisco ‘l’economia parallela del calcio globale” hanno trovato modo di aggirare l’ostacolo mettendo sotto controllo piccoli club da usare per far circolare i calciatori e il denaro.

Perché è importante opporsi alla deriva finanziaria del calcio?
Innanzitutto perché questo tipo di finanza porta fuori dal calcio denari che sono prodotti dentro il mondo del calcio. In secondo luogo, perché l’interesse dell’investitore assume la supremazia rispetto a quella del club: bisogna far giocare i suoi calciatori, cederli quando l’investitore lo riterrà conveniente (poiché, va ribadito, l’investitore lucra soltanto sulla cessione del calciatore) e accollarsi per intero la gestione del calciatore nonostante che si debba condividerne l’eventuale lucro futuro. E poi ci sono altri aspetti oscuri: la riduzione del calciatore alla condizione di asset finanziario frazionabile e il rischio di riciclaggio sono fra i principali.

Sono dell’avviso che la sola salvezza possa giungere dall’esplosione della bolla speculativa. Da quel momento in poi si potrà ricostruire il calcio su basi più umane e compatibili. Ma è anche vero che questa bolla avrebbe dovuti scoppiare già da un po’. Per adesso continua a gonfiarsi. Ma non so fino a che punto. Il futuro sta comunque nella partecipazione dei tifosi alla governance dei club. Il calcio è della sua gente ma si continua a impedire che lo sia davvero.

Pippo Russo, giornalista e scrittore, insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. Tra le pubblicazioni più recenti: Socrates. L’irregolare del pallone (2016), M. L’orgia del potere. Controstoria di Jorge Mendes, il padrone del calcio globale (2016), Nedo Ludi (2017).

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