Soldati. Storia dell'esercito italiano, Claudio VercelliDott. Claudio Vercelli, Lei è autore del libro Soldati. Storia dell’esercito italiano edito da Laterza: quale ruolo hanno avuto le forze armate nella nostra storia nazionale e quali sono stati i caratteri salienti dell’esercito italiano, la sua natura e il suo modo di essere nella comunità nazionale?
L’analisi, le riflessioni e la discussione sulle forze armate in Italia, dall’Unità ad oggi, hanno scontato per lungo tempo ritardi imputabili a una pluralità di motivi. L’esercito è lo specchio della società di cui è espressione. In particolare, trattandosi di una amministrazione pubblica alla quale sono demandate funzioni delicatissime, di natura prevalentemente – anche se non esclusivamente – coercitiva, nelle quali riposano gli aspetti più rilevanti della sovranità dello Stato, essa riscontra un irrisolto rapporto con le istituzioni politiche, nei confronti delle quali, pur preservando un profilo di autonomia, interagisce dovendone assolvere i compiti da queste formulati. Così nell’età liberale, in quella fascista e, infine, nell’epoca repubblicana, i tre momenti in cui si articola la storia unitaria del nostro paese. I livelli e la qualità dell’attenzione rivolta alle forze armate e al loro ruolo sono mutati nel corso del tempo. Tra il 1861 e il 1918 la discussione, in sede parlamentare e non solo, sulla politica militare, si rivelò particolarmente intesa e partecipata. L’Italia liberale, da poco unificatasi, riconosceva nell’esercito un’istituzione che avrebbe concorso alla prosecuzione dell’impegno di legare tra di loro milioni di abitanti di una penisola che avevano vissuto, fino a non molto tempo prima, sotto monarchie diverse, con storie e culture distinte. Non tutto quello che fu fatto oggetto di analisi, all’epoca, era degno d’essere considerato tale. Non di meno, in più di una occasione la discussione rivelò i limiti, nell’impostazione, nei contenuti e negli esiti, che le derivavano dall’essere espressione di interessi di parte. L’adozione del servizio di leva, insieme alla scuola elementare obbligatoria, costituivano tuttavia due strumenti fondamentali nel procedere verso una qualche forma di omogeneizzazione culturale. Il carattere maggiormente vincolante del dibattito era dettato dal fatto che aveva un carattere elitario, trattandosi dell’espressione, come in molte altre cose dell’Italia di quei tempi, delle logiche e dei rapporti di forza dei gruppi dominanti. Da ciò anche una frizione, poi perdurante nel corso del tempo, tra la natura di massa dell’esercito, composto infatti solo per una parte di professionisti, e i destinatari della discussione (e del potere di assumere delle decisioni), costituiti dai soli gruppi dirigenti politici. Un tale stato di cose era dettato, nel medesimo tempo, dai vincoli molto stretti tra esercito e casa regnante, che si sarebbero riprodotti anche sotto il fascismo; alla prevalenza degli interessi, perlopiù corporativi, del corpo degli ufficiali; alla funzione impropria, attribuita ai militari, di garanti dell’ordine pubblico e degli equilibri politici e istituzionali vigenti, fatto che anche nel Novecento avrebbe pesato in più di una occasione, determinando situazioni di intromissione nella sfera civile e di supplenza occasionale ai limiti dell’azione politica. Di fatto, con l’approssimarsi della Prima guerra mondiale, la discussione pubblica, pur con tutti i limiti del caso, andò scemando. Una nuova Italia, quella del quarto stato e della «questione sociale», andava affermandosi. Il ricorso alle forza armata in termini puramente repressivi non era più possibile, non almeno nei modi in cui si era posto nei decenni precedenti. Non di meno, mancò la capacità di imporre un reale controllo parlamentare sulle scelte di politica militare. Di pari passo, nei fatti, fu incoraggiato un atteggiamento che induceva i militari a porsi come entità separata rispetto alla società, rimanendo di fatto estranei alla dialettica sociale e sviluppando uno spirito tendenzialmente conservatore. Lo svolgimento della guerra del 1915-1918 accentuò tale profilo, quand’anche essa vide una partecipazione corale, da parte della popolazione, allo sforzo bellico e un ingente sacrificio di uomini. Del pari a quanto avveniva negli Imperi centrali, la conduzione del conflitto vide una sovraesposizione politica delle più alte gerarchie militari, frizionando, in più di una occasione, con le forze parlamentari e con l’esecutivo. La conclusione vittoriosa del confronto bellico non sanò una frattura che era venuta invece affermandosi. La riconversione postbellica, consumatasi all’insegna delle tensioni, sfociando nel fascismo, divenuto poi regime dittatoriale alla metà degli anni Venti, concluse ogni residuo esperimento di confronto sul merito della funzione sociale delle forze armate. Di fatto Mussolini incapsulò l’intero paese all’interno di una retorica militarista che, ben lontana dall’assolvere agli obiettivi di cui si diceva promotrice, sanzionò anche la fine di ogni istanza modernizzatrice. Al suo posto andò invece affermandosi un approccio demagogico e superficiale, incapace di tenere il passo con i tempi. Nel 1940, il paese se ne sarebbe accorto a sue spese. Dopo la tragica e devastante parentesi della Seconda guerra mondiale, infatti, un’Italia sconfitta militarmente e corresponsabile politicamente del cataclisma appena consumatosi, sostituì al fervore militarista e all’esaltazione bellica un silenzio di lunga durata sulle forze armate. Di fatto questo incentivò quell’atteggiamento di separatezza tra la sfera civile e quella militare che già era andata definendosi con il primo conflitto mondiale. Un problema di non poco conto, sul piano politico ma poi anche sul versante storiografico, era la spaccatura che con l’8 settembre si era verificata nel corpo del paese (dopo il repentino tramonto del regime mussoliniano il 25 luglio 1945). Il dissolvimento del Regio esercito, la composizione di milizie e di reparti armati che nel nome della medesima bandiera combattevano sotto alleanze diverse (al nord la Repubblica sociale italiana e lo sforzo, invero assai velleitario, di costituire delle forze armate autonome; nel Meridione d’Italia, dopo il travaglio della fuga del Re, la costituzione di un governo del Sud e la nascita di un corpo militare aggregato agli Alleati), la partecipazione del partigianato alla lotta di Liberazione, la mobilitazione collettiva all’interno di un fenomeno che si era rivelato essere anche una guerra civile, pesarono enormemente nel dopoguerra. Così come pesò, e non poteva essere diversamente, del pari a quanto avveniva negli altri paesi europei, la divisione in due del Continente. Il sistema di alleanze nell’ambito delle quali l’Italia si trovò vincolata, concorse ancora di più a tale risultato. Ancora una volta, come già era avvenuto quasi trent’anni prima, alla conclusione di una guerra seguiva la rimozione del problema del ruolo dell’esercito rispetto alla trasformazione della società italiana. Un rilievo indiscutibile era dettato dalla necessità, dentro il circuito di fedeltà atlantica di cui la Repubblica era parte integrante, di garantire la continuità degli apparati pubblici dopo la frattura bellica e, nel medesimo tempo, di sedare o comunque depotenziare ogni ipotesi avversa al nuovo regime istituzionale e politico. Se quest’ultimo aspetto solo in minima parte riguardava ciò che era residuato sotto l’egida del neofascismo, poteva invece chiamare in causa la presenza politica e l’insediamento elettorale di quello che fu da subito il maggiore partito comunista dell’Occidente. Benché alla resa dei conti la fedeltà costituzionale del Pci si sarebbe rivelata solida nel corso del tempo, il regime di «guerra fredda» ebbe una parte rilevante nel quadro che andiamo ricostruendo. L’Italia scontava inoltre la responsabilità di essere stata una delle potenze che avevano scatenato la guerra. La necessità di stemperare il giudizio sulla propria condotta aggressiva, portò alla rinuncia ad un esame critico sulla politica coloniale ed imperialista del fascismo. Non di meno, l’opzione che fu praticata per la ricostruzione delle forze armate dal 1945 in poi, demandava all’esperienza prebellica, rifiutando qualsiasi relazione con l’esperienza peculiare, sia da un punto di vista politico che tecnico-militare, del partigianato. Si doveva giocare a bocce ferme, per così dire. Le trasformazioni indotte dal clima di distensione degli anni Sessanta, l’allentarsi, almeno nell’Europa centrale, dei fattori di rigido confronto tra i due blocchi, non mutarono la sostanza della questione. La trasformazione di identità e di ruolo delle forze armate italiane, così come anche la sua perdurante difficoltà nel confrontarsi con i nuovi parametri di efficienza richiesti dallo scenario internazionale, non furono quindi oggetto di una valutazione di merito da parte delle stesse forze politiche. L’esercito del nostro Paese era e rimaneva un esercito di massa ma scarsamente inserito dentro le discussioni che pure lo riguardavano. Anche le tensioni sociali della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, se pure aprirono varchi allo studio e all’interpretazione del fenomeno militare, ne fecero scontare l’approccio perlopiù descrittivo e, a tratti, polemico. Soltanto con gli anni Ottanta si è quindi pervenuti, complici anche un rinnovato interesse per la storia degli anni più difficili dell’Italia e l’impegno delle tre armi nelle missioni internazionali, a studi di maggiore respiro. Di fatto, malgrado le riforme che hanno riguardato la struttura militare nel suo complesso, a partire dalla sospensione del servizio di leva, stabilita con la legge 226 del 2004, ancora oggi si scontano difficoltà che derivano dalla separatezza che l’istituzione ha a lungo vissuto rispetto all’ambito civile.

Quali eventi e protagonisti hanno qualificato l’esercito italiano, definendone le specificità?
Di prassi l’esercito richiama la funzione bellica, di difesa e di offesa. La periodizzazione classica rimanda quindi alla partecipazione ai conflitti armati. Tuttavia, gli eserciti nazionali con l’Ottocento diventano i titolari di quel potere di monopolio della forza che è uno degli attributi più importanti degli Stati-nazione. Ad essi, in quanto espressione della difesa dell’unitarietà e della continuità della comunità politica e sociale (quella che nella Costituzione italiana è richiamata anche dall’articolo 52, laddove nei suoi tre commi recita: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica»), è demandato un ruolo strategico. Il quale, per intenderci, non ha solo a che fare con la difesa dei confini, o al limite con la loro estensione, ma anche con la tutela degli assetti interni dal punto di vista politico e istituzionale. Non si può quindi ragionare sugli eserciti nazionali in età contemporanea senza cogliere la loro fisionomia di ossatura primaria delle pubbliche amministrazioni e, quindi, dello “Stato persona”, ossia quell’entità composta dai suoi organi funzionali, con i quali esso intraprende rapporti esterni con gli altri Stati, e i soggetti di diritto internazionale, così come rapporti interni con i soggetti individuali e collettivi che ne fanno parte. Ma al medesimo tempo, alle forze armate è conferito anche un ruolo simbolico molto forte, essendo ad essere attribuito un ruolo di garanzia della legalità, della legittimità, della regolarità della vita degli Stati. Quando questi elementi si rompono, allora anche le società vanno immediatamente in crisi. Affermo questo per stabilire una cornice di riflessioni sui momenti salienti e sui personaggi che hanno connotato le forze armate italiane, dal Regio esercito unitario del 1861 all’Esercito italiano di oggi. A rischio di risultare schematico, quindi, identifico alcuni passaggi fondamentali. Il primo di essi è il processo di unificazione degli eserciti peninsulari, avvenuto nel corso delle tre guerre d’Indipendenza risorgimentali. In questo caso vi è una tradizione militare piemontese che si raccorda a quella di altri regni peninsulari, ed in particolare di quello borbonico. Il Regio esercito nasce dall’unione di questi due elementi con un terzo, quello garibaldino, assai più propenso alla guerra di guerriglia. Non è un caso se il primo grande teatro nel quale i reparti si trovino ad operare è la lotta al brigantaggio, un’opera assidua e continuativa, che coinvolge quasi la metà dei coscritti. Si tratta di un evento di repressione sistematica e di “normalizzazione” di una parte del Meridione d’Italia. La dissoluzione dell’esercito borbonico, che reclutava truppe tra i contadini poveri, l’abolizione degli antichi usi comuni delle campagne, l’introduzione della leva obbligatoria furono alcune delle ragioni che scatenarono le diffuse violenze che attraversarono il Sud del Paese. Le bande di briganti colpivano con attacchi e imboscate i soldati e le forze di polizia, assassinando quanti si erano espressi a favore dello Stato unificato. La risposta dei governi fu tuttavia prevalentemente repressiva: venne inviato un corpo di spedizione che contava oltre 150.000 soldati al comando del generale Enrico Cialdini e quindi del generale Alfonso La Marmora, mentre furono instaurate leggi eccezionali (legge Pica del 1863) sotto la giurisdizione dei tribunali militari. Vennero comminate oltre 7000 condanne a morte e uccisi più di 5000 banditi; diversi paesi che avevano solidarizzato con i briganti furono incendiati. Un secondo passaggio fu l’avvio delle imprese africane. Il 5 febbraio 1885 il colonnello Tancredi Saletta, con un corpo di spedizione di 800 uomini, sbarcò a Massaua, aprendo così il periodo coloniale. La successiva battaglia di Adua, momento culminante e decisivo della guerra di Abissinia, il 1º marzo 1896, tra le forze italiane e l’esercito abissino del negus Menelik II, dove gli italiani subirono una pesante sconfitta, arrestò per molti anni le ambizioni coloniali sul Corno d’Africa. La guerra italo-turca (conosciuta anche come guerra di Libia o campagna di Libia) combattuta tra il Regno d’Italia e l’Impero ottomano per il possesso delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica, tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912, fu il passaggio bellico che superò lo stallo precedente, consolidando l’uso dell’esercito al di fuori delle logiche di difesa nazionale. La partecipazione alla Prima guerra mondiale (1915-1918) va ricordata per più ragioni, trattandosi del conflitto nel quale il nostro esercito raggiunse il maggiore grado di esposizione quantitiva, con 6 milioni di chiamati alle armi, ma anche il più accettabile equilibrio tra obiettivi e risorse. Tra le ragioni che la Grande guerra chiama in causa vanno ricordate: la coscrizione di massa e la mobilitazione generalizzata; la guerra di trincea tra filo spinato, artiglieria e i gas; l’ibridazione tra le classi sociali; il cameratismo e l’arditismo, insieme alla violenza sistematica e all’esperienza quotidiana della morte (prodromici al fascismo). In quella circostanza due modelli di esercito si confrontarono: fino a Caporetto, sotto il comando di Luigi Cadorna, l’idea serpeggiante in una parte dell’alto comando era che il Regio esercito avesse oramai assunto una fisionomia politica a sé, destinata quindi ad andare oltre la mera funzione bellica; con l’avvicendamento e l’arrivo di Armando Diaz, il ridimensionamento non fu solo conseguente al tracollo militare ma anche ad un ridisegno della funzioni che vengono attribuite alle forze armate, nel loro insieme riconsegnate al controllo diretto della politica. Il fascismo prima e la Seconda guerra mondiale poi, contrariamente a quanto si è indotti a pensare, non corroborarono l’immagine che il regime aveva costruito di un’Italia bellicosa, semmai rivelando le carenze delle forze armate. La conduzione della guerra in condizione di totale subordinazione ai tedeschi, sancì il declino dell’idea di esercito di cui ancora una parte del Paese era depositario. Non era solo lo smascheramento della retorica fascista, dallo sguardo feroce e dalla sostanza inconsistente ed imbelle, ma la sconfitta della residua autonomia delle forze armate. Con la lotta di Liberazione e la ricostruzione, le cose sarebbe radicalmente cambiate.  Ma sarebbe stata l’Italia stessa, a quale punto, a conoscere una svolta radicale. Di mezzo c’erano stati il trauma dell’8 settembre, l’occupazione militare tedesca, la guerra partigiana.

Come si è evoluta la figura del soldato italiano, dalle prime leve obbligatorie al professionismo più recente?
È utile, al riguardo, richiamare l’articolo 11 della Costituzione, il quale recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». La differenza tra la leva obbligatoria, nel corso del tempo, fino ad anni non troppo lontani, e il professionismo odierno, non è solo interna all’istituzione militare ma richiama sia i mutamenti della società italiana che di quella internazionale. In linea generale, a rischio di semplificare al massimo, la leva demanda ad un obbligo da assolvere mentre la professione rimanda ad una scelta (e quindi ad un’opportunità). Il modo in cui il coscritto si vive rispetto all’universo di aspettative del militare professionista è quindi, in linea di principio, molto differente. Rimane il fatto che, al pari degli altri paesi che hanno introdotto la volontarietà del servizio, il mestiere delle armi sia visto essenzialmente come un’alternativa al lavoro civile, laddove soprattutto esso difetta. Se discorso a sé va fatto per l’ufficialità, che in genere (benché non sempre) dovrebbe essere il prodotto di una scrematura e di una selezione alla quale seguono investimenti nella formazione permanente, diverso è la questione dei volontari a ferma prefissata e in servizio permanente. Nel primo caso, soprattutto per alcune specializzazioni, abbiamo a che fare con un profilo che tende a valorizzare competenze e aspettative di carriera e di professione, unendo le une alle altre in una sorta di processo di promozione sociale. Nel secondo caso, le dinamiche sono molto più statiche. Le missioni all’estero, sia da un punto di vista esperienziale che professionale, ma anche economico così come umano, sono viste a tutt’oggi come l’ambito dove concretamente il militare professionista può cercare di realizzare le sue ambizioni. Rispetto alla logica della caserma, ossia della stanzialità del vecchio esercito di leva, coinvolto raramente in impegni diretti, se non durante le periodiche esercitazioni, l’esercito professionale deve confrontarsi invece con il dato permanente della mobilità, non solo fisica, territoriale, di scenario ma anche di funzioni, quindi operativa.

Che rapporto è esistito tra esercito e società italiana?
Un rapporto molto diversificato nel corso del tempo e in base alle classi sociali prese in considerazione. A tutt’oggi, direi che esso interpella una serie di questioni molto rilevanti. Tra di esse richiamerei: la questione dell’identità nazionale e del senso di appartenenza ad un’unica nazione; il tema dei legami e della coesione sociale in un Paese, il nostro, dove a lungo i regionalismi e i localismi hanno predominato rispetto ad una cittadinanza costituzionale e repubblicana ancora fragile; il problema del rispetto delle regole comuni e del rapporto tra diritti e doveri; la natura della prestazione che l’individuo deve comunque offrire allo Stato, sia in ordine alla milizia armata (che nel nostro ordinamento costituzionale non è mai stata soppressa – come già ho ricordato – poiché il servizio obbligatorio di leva risulta sospeso, non cancellato) che alla fiscalità; più in generale, la cittadinanza come legame non solo giuridico ma anche morale e sociale. Il rapporto tra forze armate e società è in funzione (se si preferisce: è una variabile dipendente) dell’evoluzione della cittadinanza, ossia del modo in cui le singole persone si sentono parte a pieno diritto di una comunità politica nazionale. La questione delle forze armate, quindi, è un tema molto politico. Poiché esse sono tra i depositari non tanto di valori insindacabili quanto di quel senso di legittimità senza il quale nessuna istituzione, militare e non, può essere credibile. Quindi, continuare ad esistere. Sia tuttavia chiara una cosa: gli eserciti, in età contemporanea, non possono prescindere (o prevaricare) l’ordinamento politico e istituzionale. Sono semmai parte del secondo, con le specifiche funzioni che vengono ad esse assegnate. Quando le cose vanno altrimenti, si pensi ai casi recenti ripetutisi nel Mediterraneo o in Medio Oriente, ad esempio in Libia o in Irak, si passa alla pura fazionalizzazione e quindi alla frantumazione in milizie armate, specchio della dissoluzione dello Stato e della disintegrazione delle società civili.

Claudio Vercelli, storico contemporaneista, è docente a contratto all’Università Cattolica di Milano. Ha svolto inoltre attività di ricerca di storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Salvemini di Torino. Attualmente collabora con il Centro studi Piero Gobetti. Per la Fondazione Università popolare di Torino è titolare dell’insegnamento di Storia contemporanea. Giornalista, è collaboratore, tra gli altri, del Manifesto, di Pagine ebraicheMoked, Bet Magazine-Mosaico, Patria Indipendente, delle testate online Doppiozero e Nazione Indiana, nonché del periodico Prometeo, trimestrale di scienza e storia. Ha pubblicato numerosi volumi tra i quali: Tanti Olocausti. La deportazione e l’internamento nei Lager nazisti (La Giuntina, Firenze 2005); Israele e Palestina: una terra per due (Ega, Torino 2005); Israele. Storia dello Stato 1881-2008, dal sogno alla realtà (La Giuntina, Firenze 2007-2008); Breve storia dello Stato d’Israele (Carocci, Roma 2009); Storia del conflitto israelo-palestinese (Laterza, Roma-Bari 2010); Triangoli viola. La persecuzione e la deportazione dei testimoni di Geova nei Lager nazisti (Carocci, Roma 2012); Il negazionismo. Storia di una menzogna (Laterza, Roma-Bari 2013); Il dominio del terrore. Deportazioni, migrazioni forzate e stermini nel Novecento (Salerno editrice, Roma 2016); Israele 70 anni, nascita di una nazione (il Capricorno, Torino 2018), Neofascismi (il Capricorno, Torino 2018); “Francamente razzisti”. 1938: storia e memorie delle leggi razziali (il Capricorno, Torino 2018), Soldati. Storia dell’esercito italiano, dall’Unità ad oggi (Laterza, Roma-Bari); L’anno fatale. 1919 Da piazza San Sepolcro a Fiume (il Capricorno, Torino 2019). È inoltre co-curatore, con Francesca Romana Recchia Luciani, del volume collettaneo Pop Shoah? Immaginari del genocidio ebraico (Il Nuovo Melangolo, Genova 2016), A breve darà alle stampe 1942. El Alamein (il Capricorno, 2019) e Il sionismo. Tra diaspora e Israele (Carocci, Roma 2020).