A. Piromallo Gambardella, Sogni di carta, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, pp. 7-196.

Sogni di carta, Agata Piromallo GambardellaSogni di carta è il secondo romanzo di Agata Piromallo Gambardella, già docente di Teoria e tecniche della comunicazione di massa presso l’Università di Salerno. Benché scritto in prima persona, questo libro solo impropriamente potrebbe essere definito un’autobiografia. La voce narrante non dà di sé che poche e scarne informazioni. Il libro è piuttosto un tributo agli amici che l’hanno accompagnata nel suo percorso di vita: personaggi diversi per formazione culturale ed estrazione sociale; tutti accomunati dal fatto di aver condiviso, negli anni Sessanta, il sogno di essere parte attiva nel cambiamento del mondo.

Il titolo provvisorio dato al libro era Gutenberg generation, in diretto riferimento a una generazione che aveva vissuto sulla carta stampata come i ragazzi ora vivono sui social, che aveva adottato i libri come testi sacri, salvo poi ritrovarseli – mi sembra questa l’idea principale del romanzo – come un filtro tra sé e il mondo: una sorta di velo di Maya che aveva separato i giovani rivoluzionari dalla comprensione della realtà, lasciandoli imprigionati se non nel saṃsāra (il ciclo di reincarnazioni), in una routine altrettanto inerte di matrimoni, nascite e morti.

Questo titolo è stato poi accantonato a favore di Sogni di carta, per non estendere, come sottolinea l’autrice in un’intervista, a un’intera generazione le considerazioni tratte dalla propria esperienza e dal proprio vissuto, ma la portata più generale del discorso, seppure smussata, resta la questione che tiene insieme tutte le storie.

Quasi inutile dirlo, il ’68 italiano fu un movimento complesso scaturito dalla convergenza di più componenti: uno fu il ’68 degli studenti, degli accademici e di molti intellettuali, diviso tra il comunismo e la cultura del partito radicale e dei liberali americani. L’altro fu il ’68-69 degli operai, che aveva alle spalle gli stessi miti e le stesse battaglie, ma affondava le sue radici nella lotta degli elettromeccanici milanesi del 1960-61: una lotta durissima, con scontri ai cancelli ad ogni fabbrica, con i lavoratori che passarono la notte di Natale in piazza Duomo e poi ottennero il contratto nazionale nel 1963.

Se guardiamo a ciò che resta oggi, il primo ’68 ha vinto imponendo molte delle sue battaglie: i diritti civili, le libertà personali e sessuali, le quote rosa, la consapevolezza di poter decidere la fine della propria vita; l’altro è stato sconfitto, perdendo in cinquant’anni quasi tutte le conquiste strappate nel lungo ’68-69. “In 50 anni le culture dei due ’68 si sono scisse, una si è sovrapposta all’altra cancellandola nella politica, nei cuori e nei cervelli” (E. Molinari, Un altro ’68, in Testi infedeli, Estate 2018, edizione fuori commercio, a cura di S. Nespor, p. 4).

Quale fu la specificità del ’68 napoletano cui questo libro rimanda? Ebbe una parte non irrilevante nel panorama italiano e gravitò naturalmente verso il maggio francese, del quale anticipò su alcune questioni gli aspetti più avanzati, tuttavia anch’esso finì con il perdere presto una metà dell’anima.

Il romanzo della Piromallo non ha ambizioni sociologiche. Non cercheremo quindi in esso tentativi di spiegazione, ma la domanda esistenziale che pone non è aggirabile: perché fu così facile arrendersi, quando e come le Grandi speranze si arenarono, come dice il titolo del primo capitolo, in Piccoli destini. “Piccoli” per l’abbandono degli ideali libertari e anti-autoritari su cui questi ragazzi si erano formati, non per i ruoli che molti di essi hanno finito con il ricoprire nelle istituzioni. Su questo l’autrice non ha dubbi. Le spiagge di approdo sono i luoghi in cui si è “eterodiretti”, “fatalmente spinti”, “una quotidianità appiccicosa che garantiva qualche appiglio seppure temporale”.

Il libro è diviso in tre parti che corrispondono a stagioni diverse della vita. Ognuna ha i suoi libri. Impossibile indicarli tutti. È il bagaglio intellettuale di un’epoca.

La prima è la stagione degli anni Sessanta e Settanta. In questa sezione vediamo gli studenti della facoltà di Lettere federiciana riunirsi due volte alla settimana in un gruppo di studio che si cimenta con Foucault, il Libretto rosso di Mao, Althusser, Marcuse. C’è l’alluvione di Firenze del 1966, i viaggi di iniziazione a Parigi, e poi il cambiamento di vento: Althusser che uccide la moglie, Lacan che si sostituisce a Freud, e anche per i militanti il primo incrinarsi “della costruzione di cristallo – dura, pura, trasparente – del partito del popolo” (p. 39).

La seconda copre gli ultimi vent’anni del secolo. I libri-guida cambiano. Un nuovo gruppo di studio è al lavoro, questa volta sulla scienza dei segni: Peirce e Eco sono le divinità tutelari. Ma è già all’opera un ripiegamento su se stessi. La semiotica, per la maggior parte del gruppo vira verso una simbolica, e la decifrazione dei simboli, ironizza uno dei personaggi, non è in fondo che un’aggiornata forma di divinazione. Per compensazione, L’Uomo senza qualità di Musil insegna ad assaporare il piacere di essere nessuno, con la consapevolezza che “il mondo non ha bisogno di noi per continuare a girare” (p. 109).

E infine c’è l’Approdo (III Parte), ancora ineluttabilmente nei libri, non più per cercarvi risposte, ma per trovarvi quelle parole che non avremmo mai saputo dire senza la pretesa che esse possano sostituirsi “alle parole pronunciate dalle vive voci degli uomini” (p. 175).

La strategia narrativa del romanzo è indicata con chiarezza fin dalle prime pagine: un piccolo gruppo di studio è alle prese con Le parole e le cose di Foucault (1966, prima edizione italiana 1967), più precisamente con la lettura che Foucault dava del quadro di Velasquez Le Meninas (Le damigelle di corte); un quadro che, afferma la protagonista, avrebbe fatto a lungo parte del nostro paesaggio mentale. Il dipinto ritrae l’infanta Margherita con il suo seguito di nani e governanti in visita allo studio di Velasquez che lavora al ritratto dei sovrani. Tutti, compreso l’artista, fissano i due imperatori, che sottratti alla nostra vista, compaiono riflessi nello specchio sullo sfondo. Escluso il cane che non guarda a nulla, tutti i personaggi sono colti nell’atto di guardare e contemporaneamente di essere visti. Secondo Foucault, il quadro doveva essere considerato una “rappresentazione della pura rappresentazione”.

“Davanti al pittore c’è il potere che si nasconde a noi, offrendoci solo la visione di grazia e bellezza” – sostiene Pasquale, il leader del gruppo studio; “No, Velasquez vuole dirci che l’arte è soprattutto capacità di trasformare il mondo” ribatte Wanda. Agata assume il quadro come una rappresentazione dell’esistenza e ci sorprende con la sua esclamazione: “Non è una scoperta meravigliosa che il mondo sia solo finzione?”(p. 17).

Che il mondo sia solo finzione è un’idea in parte consolatoria, come quando ai bambini al cinema, per non farli spaventare, si dice “guarda che non è vero”; in parte liberatoria, nel senso che fa cadere il velo di Maya. Tutti i personaggi del libro – con l’eccezione forse di Beatriz, la poetessa che ha fatto coincidere letteratura e vita – finiscono così con il vivere su un doppio piano: quello della vita che è stata programmata per loro e a cui per istinto di sopravvivenza non rinunciano e quello dell’immaginario dove inamovibili albergano i vecchi sogni! Non si tratta di uno sdoppiamento, ci viene detto, ma di un raddoppiamento: “si vive due volte, si vivono due vite. E va bene così”. E i ricordi, quando irrompono, fanno sì che talvolta i doppi si ricongiungano e niente sembri perduto (p. 38).

Sorprendente è l’inizio della seconda parte: “Una grande mano invisibile ci afferrò e mise ciascuno al suo posto, come pedine su una scacchiera (…) Bianche e nere: bianche come i vestiti da sposa sfoggiati dalle ragazze che imboccavano serene la strada del matrimonio, come quella più rispondente alle aspettative del mondo. Nere, come i vestiti da cerimonia dei giovani uomini che si sentivano più sicuri nell’affrontare la vita se puntellati da una donna, Sic erat in votis” (p. 67).

Questo inizio, ne fa venire in mente un altro. Quello strepitoso di De Musset, nelle Confessioni di un figlio del secolo.

All’indomani della morte di Napoleone, con la definitiva chiusura della stagione rivoluzionaria, scrive De Musset: “Mentre la vita di fuori era così sbiadita e così meschina, la vita interiore della società prese un aspetto cupo e silenzioso (…) è certo che a un tratto, cosa mai udita, in tutti salotti di Parigi, gli uomini passarono da una parte e le donne dall’altro; le une vestite di bianco come fidanzate, gli altri vestiti di nero come orfani”.

Non c’è alcun rapporto tra i due testi. Non credo che l’autrice citi De Musset neanche involontariamente. Ma colpisce che colga lo stesso punto: quando le idee vengono meno subentrano i rituali. E i rituali sono tristi, ripetitivi.

Si era combattuto o creduto di combattere contro il potere, centrato e verticistico e ci si era ritrovati intrappolati nella rete di poteri decentrati e diffusi: la famiglia, l’accademia, etc.

E infine un esempio tratto dalle ultime pagine. Alberto ha cercato di aggirare i rituali con l’aiuto dell’immaginazione. Incapace di restare ancorato all’esistente, ha giocato con le parole, proiettando sugli altri fantasie di vite sopra le righe e sregolate, per strapparli alla grigia quotidianità, “avvolgendoli in un alone di suggestione”. Ormai quasi cieco si trova a un ultimo redde rationem con le due donne importanti della sua vita: un’amica e la moglie. Queste due donne – mi sembra – sono in realtà una: Nathalie, bellissima, alta, bruna ed elegante, è rimasta “vergine per scelta”, una donna sottratta all’identificazione sulla base del sesso; una categoria – come Nathalie dice – che ad Alberto sfugge. L’altra, la moglie, è una Sfinge dal nome emblematico: Immacolata.

Dal confronto prima con l’una, poi con l’altra, Alberto comprende che entrambe si sono sottratte da tempo al suo gioco o forse non ci sono mai entrate.

Anche qui soccorre il ricordo un altro incontro, quello tra Edipo e la Sfinge ne La macchina infernale di Cocteau. Cocteau rovescia tutti i canoni tradizionali. La Sfinge cerca in tutti i modi di sottrarre Edipo al suo compito di eroe. Lo aspetta per vicoli angusti, lo supplica, promette di rivelargli la soluzione dell’enigma; ma Edipo procede per la sua strada e si consegna volontariamente alla macchina infernale. “Addio – gli dice la Sfinge – io appartengo al sesso che disturba gli eroi”.

La macchina infernale potrebbe essere anche il destino di Alberto, se non fosse che a differenza di Edipo non rifiuta la mano che gli viene tesa: “Spegni ogni altra luce e accendi una candela. Oggi voglio ricordarmi che prima di rinchiudermi nei libri sono stato un sognatore” (p. 196).

Non so se fosse nelle intenzioni dell’autrice, ma questo finale proietta una piccola luce di speranza su tutto il libro.

Giuliana Scalera McClintock
Università di Napoli L’Orientale