“Soft power e l’arte della diplomazia culturale” di Gaetano Castellini Curiel

Dott. Gaetano Castellini Curiel, Lei è autore del libro Soft power e l’arte della diplomazia culturale edito da Le Lettere: cosa si intende, innanzitutto, con l’espressione “diplomazia culturale”?
Soft power e l’arte della diplomazia culturale, Gaetano Castellini CurielLa diplomazia culturale è un’arte che aiuta gli uomini a superare divisioni, tensioni politiche e pregiudizi, facendoli incontrare su un terreno che trascende i confini fisici e culturali, ove il dialogo e l’ascolto possono, finalmente, rifiorire. Per questa ragione oggi la diplomazia culturale è più importante che mai. In un panorama politico internazionale caratterizzato da posizioni protezionistiche, pulsioni sovraniste e orientamenti nazionalisti, la cultura è una risorsa preziosa, capace di tenere aperto il dialogo internazionale, nel senso letterale di dialogo tra nazioni diverse. In questo senso la diplomazia culturale potrebbe confutare la profetica tesi del politologo statunitense Samuel P. Huntington, il quale, già negli anni Novanta, prevedeva l’avvento di uno scontro tra civiltà, in cui le identità culturali, religiose ed etniche, avrebbero rappresentato i principali punti di rottura e di scontro tra i popoli. Se fino alla metà del Novecento, in Occidente, i conflitti più profondi erano quelli tra le diverse classi sociali, in epoca contemporanea le divisioni maggiori si manifestano tra i valori e gli stili di vita che contraddistinguono entità culturalmente differenti, un cambiamento reso evidente dal processo di globalizzazione cominciato alla fine del XX secolo. In tal senso, da un punto di vista teorico, la diplomazia culturale è un combinato disposto complesso e delicato, che unisce ars politica e mondo culturale. La definizione comunemente accettata nella letteratura accademica è quella formulata nel 2003 da Milton Cummings, che la descrive come «lo scambio di idee, informazione, arte e altre manifestazioni culturali tra le nazioni e le loro popolazioni, ai fini di accrescerne la comprensione reciproca».

Come si è evoluta storicamente la diplomazia culturale?
Nonostante il termine sia stato coniato solo di recente, l’avvio della diplomazia culturale può essere storicamente rintracciato nel passato in un momento indefinito dell’ampio lasso di tempo che intercorre tra la creazione dell’uomo e quella delle Nazioni. Esploratori, viaggiatori, commercianti, missionari, educatori, scienziati e artisti sono stati attori protagonisti, avendo saputo agire, nel corso della storia, nelle vesti di “ambasciatori informali” o “diplomatici culturali”. In realtà, ogni individuo che interagisce con culture diverse, a suo modo, facilita una particolare forma di scambio culturale, che può spaziare tra gli ambiti più diversi: dalle arti visive alla letteratura, dalla musica allo sport, dalla scienza al mondo degli affari e molto altro ancora. Storicamente, l’interazione tra i popoli e gli scambi di lingue, religioni, idee, espressioni artistiche e strutture sociali hanno contribuito allo sviluppo e all’evoluzione dell’essere umano, inteso nella sua dimensione sociale e culturale. Nonostante sia stata un elemento onnipresente nelle relazioni tra popoli e nazioni, nel corso del tempo la diplomazia culturale è stata spesso relegata ai margini della storia politica, perché non ritenuta allo stesso livello degli altri strumenti di espressione del potere. Oggi la situazione sta cambiando e la diplomazia culturale ha acquisito un nuovo ruolo nella scena globale delle relazioni internazionali, proponendosi come un tema di ricerca e pratica assolutamente stimolante e innovativo. Molti ritengono che la diplomazia culturale sia stata avviata dall’apertura delle rotte commerciali, le quali, oltre allo scambio di merci e prodotti, hanno favorito l’incontro tra le culture dei mercanti, commercianti e rappresentanti che le percorrevano. Tra le rotte principali spicca, per importanza e ricchezza di scambi, l’antica Via della seta cinese, che collegava l’Europa all’Estremo Oriente: un reticolo, sviluppato su circa ottomila chilometri e costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali, grazie al quale la Cina, già in età imperiale, si è trasformata in una potenza economica internazionale. Questa attività, a prima vista esclusivamente commerciale, ha creato un ecosistema globale di cui hanno beneficiato e le nazioni e le comunità percorse dalla via della seta che, attraverso lo scambio economico, hanno potuto confrontarsi in modo pacifico anche sul piano linguistico, ideologico e religioso.

Quali sono, a Suo avviso, gli esempi più efficaci di diplomazia culturale?
La diplomazia culturale è sempre stata usata nel passato dal ‘500 in poi, prima dagli Stati europei, poi dagli Stati Uniti durante la guerra fredda e nell’era contemporanea dai paesi asiatici e quelli del golfo. Nel libro sono descritti gli esempi per singoli stati o per area geografica

Quali forme di diplomazia culturale praticano i Paesi orientali?
CINA
Oggi, la diplomazia culturale è una priorità assoluta per la leadership cinese. Com’è noto, già Mao Tse Tsung, fondatore della Repubblica Popolare Cinese, considerava la politica “una guerra senza spargimenti di sangue” e, in quanto tale, riteneva che andasse condotta attraverso strumenti di dialogo. Nei decenni successivi, questo pensiero si è tramandato e, a partire dall’inizio del nuovo millennio, il Congresso Nazionale del Popolo e la dirigenza del Partito comunista hanno iniziato a valorizzare la diplomazia culturale come strumento di promozione delle idee e della cultura cinesi all’estero. Nel 2011, durante la sesta sessione del XVII Comitato Centrale del Partito Comunista, il Presidente Hu Jintao riconobbe il ruolo fondamentale svolto dalla cultura, rispetto alla crescita sociale ed economica, portando avanti una riforma volta a sostenere il sistema culturale cinese e promuovere lo sviluppo dell’industrie culturali e creative (ICC). Lo stesso Hu affermò che la cultura fosse una finestra capace di riflettere la storia, le espressioni artistiche e il mondo spirituale di ogni cittadino cinese, ma solo con le politiche di apertura degli anni Settanta e le riforme economiche di Deng Xiapoing, la diplomazia culturale riuscì a trovare un nuovo posto nella politica estera cinese.

In particolare, nel 1972, il leader cinese Mao Zedong e il presidente degli Stati Uniti Nixon si strinsero la mano per celebrare la prima visita presidenziale degli Stati Uniti nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò che molti ignorano, però, è che tale apertura storica è arrivata dopo una serie di scambi di visite tra giocatori di ping pong di Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Il 6 aprile del 1971 la squadra americana, che disputava in Giappone il 31° Campionato Mondiale di Tennis da tavolo, ricevette un invito dalla squadra della Repubblica Popolare Cinese a visitare la Cina. Pochi giorni dopo, la squadra, e i giornalisti al seguito, divennero i primi americani a mettere piede nella capitale della Cina popolare da quando il Partito comunista di Mao Zedong aveva preso il potere ventidue anni prima, nel 1949. La cosiddetta ping-pong diplomacy (“diplomazia del ping pong”), ancora oggi considerata un esempio efficace di diplomazia sportiva, ha difatti contribuito in maniera significativa alla distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Cina3.

Alla diplomazia del ping pong è poi seguita la cosiddetta “diplomazia del panda”, la quale ha lasciato impresse alcune importanti immagini che rimarranno nei libri di storia. Ad esempio, nel 1972, durante la visita ufficiale di Nixon nella Cina maoista, il Premier cinese Zhou Enlai offrì alla First Lady, Pat Nixon, di portare negli Stati Uniti una coppia di panda cinesi, Ling Ling e Xing Xing, i quali, una volta attraversato l’oceano, furono acclamati come vere star hollywoodiane dal pubblico americano.

Quasi mezzo secolo più tardi, nel 2017, la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente cinese Xi Jinping hanno inaugurato allo zoo di Berlino una nuova area dedicata a due speciali “ambassador of friendship”, Meng Meng e Jiao Qing, un’altra coppia di panda giganti arrivati dalla Cina per commemorare i quarantacinque anni di relazioni diplomatiche tra la Germania e la Repubblica Popolare Cinese.

Ciò dimostra che la diplomazia del panda è uno strumento politico assolutamente efficace e tuttora in uso, nonostante, nel corso del tempo, si sia evoluto coerentemente con lo sviluppo politico ed economico vissuto dalla Cina negli ultimi decenni.

Gli Istituti Confucio, così come i panda, incarnano in modo prominente la moderna diplomazia culturale cinese. Xi Jinping partecipa regolarmente alle cerimonie di apertura degli Istituti, nelle cui varie sedi vengono organizzati, prevalentemente, corsi di lingua, attività didattiche, scientifiche e culturali. Nonostante la loro diffusione piuttosto ampia, la natura politica degli Istituti Confucio è stata spesso contestata, a causa di preoccupazioni relative alla libertà accademica, la censura, la propaganda e lo spionaggio. Il dibattito scaturito negli ultimi anni ha portato alla chiusura di diversi Istituti negli Stati Uniti d’America e in Europa, tra cui quelli dell’Università di Leiden, della Copenaghen Business School in Danimarca, della Università Paris-Ouest Nanterre in Francia e dell’Università di Stoccolma10.

Detto ciò, alla Cina di oggi deve essere riconosciuto sicuramente il merito di aver riportato la cultura al centro dei tavoli di lavoro della diplomazia internazionale. Nonostante le politiche interne siano in contrasto con il messaggio proiettato all’estero, con la persistenza di una severa censura e di rigorosi controlli sui cittadini cinesi, nel campo internazionale, è innegabile che la Cina abbia messo in atto una strategia di diplomazia culturale ineguagliabile. Lanciando la Belt and Road Initiative (BRI), il presidente Xi Jinping ha riacceso l’interesse sui rapporti interculturali tra Paesi. La BRI rappresenta, infatti, un progetto assolutamente rivoluzionario, nato per collegare tre continenti (Asia, Africa ed Europa) attraverso un efficiente sistema di reti terrestri e marittime, con l’obiettivo di migliorare l’integrazione regionale, aumentare gli scambi e stimolare la crescita economica.

Per realizzare un progetto così ambizioso, basato da una serie di importanti interventi infrastrutturali volti a facilitare il commercio di beni e la circolazione delle persone a livello intercontinentale, la comprensione reciproca e il dialogo interculturali sono fondamentali. L’attenzione della Cina è infatti concentrata sugli strumenti di soft power e sulle relazioni internazionali. Si registra un vivo interesse da parte delle istituzioni culturali europee nei confronti della Cina. Basti pensare al londinese Victoria & Albert Museum che ha avviato una collaborazione per istituire il primo grande museo cinese dedicato al design; per non parlare poi dei francesi che con il Centre Pompidou e la Fondation Cartier hanno deciso di aprire, sempre a Shanghai, una loro sede distaccata.

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Soft power e l'arte della diplomazia culturale
  • Castellini Curiel, Gaetano (Autore)

GIAPPONE
Nel corso del tempo, il Giappone ha avviato, intrattenuto e chiuso rapporti diplomatici attraverso l’utilizzo di diversi strumenti culturali. Attualmente, un’isola relativamente piccola, di poco più di trecentosettantamila chilometri quadrati, situata all’estremità orientale delle mappe del mondo, sta riscuotendo moltissimo successo nel consolidare la sua influenza e il suo impatto culturale a livello mondiale, intraprendendo un’efficace strategia di soft power capace di integrare i diversi aspetti di una cultura ricca, diversificata e costantemente in bilico tra innovazione e tradizione. Com’è noto, infatti, molti elementi della cultura giapponese risalgono all’antica tradizione, che ha reso il Giappone capace di preservare un proprio carattere individuale nel contesto di forte industrializzazione dell’era moderna. A partire dalla diffusione di una vivace cultura pop, che combina innovazione e tradizione, ma anche Oriente e Occidente, il Giappone ha iniziato a vivere un periodo di particolare splendore culturale: le principali evoluzioni della cultura giapponese sono dovute al passaggio dalla cultura tradizionale a quella moderna. La prima è detta Jomon mentre la seconda rappresenta un’interessante combinazione tra influenze contemporanee di matrice asiatica, europea e nordamericana.

Nel 1977, inoltre, si affermò in Giappone il concetto di diplomazia culturale, con la cosiddetta dottrina Fukuda, una politica di espansione culturale del Paese nel Sud-Est asiatico. La dottrina, promossa dall’allora Primo ministro Takeo Fukuda, si tradusse, tuttavia, non in misure di scambio culturale paritetico con gli altri Paesi asiatici, bensì in più pragmatiche e mirate mosse di immissione delle aziende multinazionali nipponiche in quei mercati. La prima ondata di soft power si verificò quindi a partire dagli anni Ottanta, complice una fase di forte crescita economica. La cultura giapponese iniziò a diffondersi nel mondo soprattutto attraverso:

– la moda, fenomeno unico per un Paese che, a differenza dei suoi rivali europei, non aveva la moda nel suo DNA. Eppure, da Issey Miyake a Kenzo, anche gli abiti giapponesi sono diventati protagonisti delle passerelle mondiali;

– la gastro-diplomacy, di cui il sushi divenne ambasciatore amatissimo in tutto il mondo e grazie alla quale Tokyo, Osaka e Kyoto sono diventate capitali gastronomiche di livello internazionale;

– la cultura pop, con cui cartoni giapponesi, anime e manga si sono diffusi rapidamente in tutto il mondo.

KOREA
Oltre il Giappone, anche la vicina Corea del Sud sembra destinata ad accrescere la sua influenza mondiale.

A differenza di altri Paesi, tra cui lo stesso Giappone, dove il soft power rappresenta un elemento intrinseco e spontaneo del sistema culturale, la Corea ha saputo costruire nel tempo un vero e proprio modello ormai diventato oggetto di studio a livello internazionale, con caratteristiche e tratti distintivi propri, adottando una strategia di soft power a livello centrale con lo scopo di emergere in un sistema geopolitico assai complesso, dominato da superpotenze quali Cina, Giappone e Russia.

Com’è noto, per poter esercitare del soft power, un Paese deve poter disporre di risorse adatte. Nel caso della Corea, le principali risorse disponibili a tale scopo sono state: il processo di modernizzazione e democratizzazione riuscito in un periodo di tempo molto breve e le cosiddette “onde coreane”, ovvero delle vere e proprie ondate di influenza culturale coreana estesa agli altri Paesi, in primo luogo asiatici.

Quello che emerge dall’analisi di questo specifico modello di soft power è che la Corea del Sud ha cercato, e continua a cercare, di perseguire chiari obiettivi di crescita e sicurezza politica ed economica, ricercando l’espansione internazionale per le esportazioni coreane, maggiori investimenti esteri verso il Paese, l’attrazione di un maggior numero di turisti internazionali, ma anche il miglioramento della condizione di benessere e sicurezza dei cittadini coreani.

Ciò premesso, negli ultimi decenni, il soft power della Corea del Sud ha quindi concentrato i suoi sforzi in modo particolare su arte contemporanea, sport, musica, cibo e cinema. Abbiamo qui esempi come i BTS del KPOP coreano o film come Parasite che vincono l’oscar.

In che modo gli Stati Uniti interpretano il proprio soft power e la relativa strategia di diplomazia culturale?
La nuova strategia di diplomazia culturale, dovendo rispondere a minacce differenti rispetto al passato, assunse quindi nuove e diverse forme.

In particolare, avendo l’obiettivo primario di contrastare le inimicizie legate in qualche modo a matrici di religione islamica o alla cultura musulmana, la strategia americana si rivolse soprattutto a un particolare gruppo demografico, i giovani, preferendo gli artisti rap/hip-hop alle orchestre sinfoniche, i video alle mostre d’arte e le sport star americane, da valorizzare per conquistare le ragazze e i ragazzi di tutto il mondo. In particolare, è interessante soffermarsi sul caso del basket americano e dell’NBA come strumento di soft power. Difatti, a partire dalla Guerra Fredda, il basket è divenuto gradualmente da fenomeno sportivo nazionale a potente strumento di soft power impiegato a livello internazionale, dimostrando, come evidenziato da Joseph Nye, che «anche gli sport popolari possono avere un ruolo nel comunicare valori».

Altro strumento, come molti autori e storici, come già anticipato, hanno raccontato che i musei americani e l’espressionismo astratto, grazie anche ai finanziamenti provenienti dalla CIA, funzionavano come armi di propaganda per dimostrare le virtù dei valori americani in Europa e all’estero. Casi più recenti che esemplificano lo stretto rapporto tra musei e diplomazia culturale, riguardano soprattutto le grandi istituzioni museali riconosciute a livello internazionale: musei internazionali come il British Museum, la National Gallery di Londra, il Louvre di Parigi, il MoMA di New York, il Getty Museum e il Guggenheim Museum svolgono un ruolo chiave nelle relazioni internazionali. Ognuno di loro può essere visto come una potente istituzione con una connotazione fortemente politica, spesso coinvolta o implicata nelle relazioni internazionali ed esperta di potere18. Si tratta infatti di istituzioni complesse, multivalenti, nonché assolutamente popolari e influenti.

Se c’è stato un periodo di pausa dell’utilizzo del softpower dagli Stati Uniti, durante la Presidenza Trump, oggi Biden rivuole fortemente riconsiderarla, lo abbiamo visto proprio recentemente durante il suo insediamento dove ha reclutato Jennifer Lopez, lady Gaga e Amanda Gorman per ringiovanire la sua immagine e trasmettere un forte messaggio sulla parità di genere.

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