Sodoma. Persecuzioni, affetti, pratiche sociali (secoli V-XVIII), Umberto GrassiDott. Umberto Grassi, Lei è autore del libro Sodoma. Persecuzioni, affetti, pratiche sociali (secoli V-XVIII), edito da Carocci, nel quale racconta la storia dell’omosessualità nell’Occidente cristiano dalla tarda antichità al Settecento utilizzando quale punto di osservazione le fonti criminali: quali limiti e vantaggi esse offrono per l’indagine storica?
I vantaggi offerti sono molteplici. Le fonti criminali sono le uniche che consentono di accedere alle esperienze quotidiane di gente comune, donne e uomini, i quali non avrebbero avuto altra possibilità di lasciare testimonianza scritta delle loro vite, delle loro gioie e sofferenze, se non avessero avuto la malaugurata sorte di finire nelle maglie del controllo giudiziario. Tuttavia, queste fonti presentano diversi problemi di interpretazione. Sarebbe infatti ingenuo considerarle una testimonianza diretta, autobiografica, delle esperienze di inquisite, inquisiti e testimoni chiamati a deporre davanti ai giudici. I notai che trascrivevano gli interrogatori utilizzavano spesso formule retoriche e stilistiche standardizzate. Gli accusati erano poi più interessati a ottenere l’assoluzione che a “dire il vero” sulla loro vita sentimentale e sessuale. Inoltre, testimoni e delatori talvolta utilizzavano il reato di sodomia per incastrare persone per le quali nutrivano risentimenti e odi.

Tuttavia, conflitti e manipolazioni contano per lo storico quanto il desiderio di accedere al vissuto e alle emozioni dei soggetti che subivano l’azione disciplinare. La scena giudiziaria mostra come le coscienze venissero manipolate, ma anche come le istituzioni cercassero di mediare tra gli imperativi della morale religiosa, cemento dell’unità sociale e quindi strumento indispensabile di stabilità politica, e le esigenze di una società che più spesso di quanto si creda rivendicava la sua autonomia in ambito morale. È stato sorprendente notare come, talvolta, gli stessi inquisiti si siano rifiutati di interpretare la parte del peccatore pentito, e abbiano contestato la validità stessa della proibizione della sessualità non procreativa, rivendicando al piacere un diritto di esistenza che andava al di là dell’ingiunzione biblica del “crescete e moltiplicatevi”.

Inoltre, gli storici che hanno lavorato sulle fonti giudiziarie hanno ritenuto, per lungo tempo, che il desiderio omosessuale, nelle società premoderne, si esprimesse esclusivamente nella soddisfazione di atti libidici privi di qualsiasi riflesso sulla percezione identitaria dei soggetti. Questa lettura, a mio avviso, riflette una distorsione che si trova a monte nelle fonti. Tra il medioevo e l’età moderna, la moralità o meno degli atti sessuali, e quindi il loro costituire reato, non dipendevano tanto dalla dimensione relazionale dei rapporti (consenso, rispetto reciproco) ma dall’accordo o meno degli atti stessi con i fini che la natura (leggi: “Dio”) avrebbe iscritto nell’apparato riproduttivo femminile e maschile. L’incesto o lo stupro eterosessuale ai danni di una bambina erano meno gravi, almeno nella teoria, di un rapporto consensuale tra adulti che, infrangendo le leggi di Natura, offendeva direttamente il Creatore. Erano quindi i giudici ad essere alla ricerca esclusivamente di atti, e i contenuti degli interrogatori riflettono spesso questa loro ossessione. Al contempo, perché “crimini” come questi potessero finire in tribunale, era necessario che suscitassero scandalo o che fossero consumati in pubblico. Nel caso dei rapporti omosessuali maschili, questo avveniva di frequente nei molti luoghi di scambio per il sesso occasionale che caratterizzavano la geografia notturna delle città medievali e moderne. Al contrario, era molto meno probabile che rapporti consenzienti, consumati nel privato, potessero destare sospetti o alimentari accuse formali.

Affidarsi esclusivamente alle impressioni fornite da queste fonti ha portato a travisare la realtà. Oltre a costruire un’immagine distorta dell’omoerotismo maschile, si è resa marginale anche la storia di quello femminile. Esso era infatti ritenuto irrilevante dai giudici, se non nei casi in cui le donne avessero praticato atti penetrativi. Era dunque fondamentale nelle indagini sia la prova dell’uso di un dildo, sia il ricorso a una perizia medica, alla ricerca dell’altra condizione che avrebbe potuto giustificare l’imputazione di sodomia ai danni di una donna, ossia, il riscontro di un’eventuale clitoride ipertrofica.

Quali nuove prospettive apre la storia delle emozioni?
I recenti contributi della storia delle emozioni possono aiutare a superare alcune di queste impasse. Per quanto riguarda l’aridità delle fonti, possiamo spostare l’attenzione dalla ricostruzione degli atti all’indagine della socialità clandestina che spesso è in esse testimoniata. Molte città dell’Europa medievale e moderna avevano i loro luoghi di incontro deputati alla consumazione di rapporti omosessuali (maschili) clandestini. Tali spazi erano governati da un codice di leggi non scritto e da precisi rituali di adescamento. Questi linguaggi, in cui il corpo giocava un ruolo centrale, dovevano essere trasmessi informalmente. Ma anche dettagli di abbigliamento particolarmente raffinato o frasi formulari giocavano un ruolo nella negoziazione dei rapporti. Tale codice cifrato, altamente ritualizzato, aveva la funzione di comunicare i propri desideri proteggendo al contempo dal rischio di una persecuzione giudiziaria a cui l’uso di riferimenti troppo espliciti avrebbe potuto condurre.  Come altre forme di ritualità, esso contribuiva a costruire il senso di appartenenza dei “sodomiti” ad una socialità organizzata, anche se semiclandestina e proscritta. Le relazioni sociali nell’età medievale e moderna erano scandite dall’appartenenza a ordini e associazioni (formali e informali) che cementavano i legami tra persone in base al loro mestiere, alla loro provenienza geografica (si pensi alle comunità organizzate di stranieri nelle città), a forme specifiche di devozione religiosa (confraternite, associazioni laicali), ma anche altre realtà aggregative come compagnie militari, corti nobiliari o, nei gradini più bassi della gerarchia sociale, quartieri e parrocchie. L’identità era definita da queste reti di relazione, e il risultato delle loro sovrapposizioni. In questo contesto, il rituale giocava un ruolo centrale. Era attraverso la ripetizione collettiva di gesti simbolici che si costruiva l’appartenenza e la coesione sociale.

Le stesse fonti criminali non sono poi state sempre così aride di dettagli sulla vita affettiva degli inquisiti. Il vocabolario dell’amore non è estraneo a questi documenti. In particolare, sono sopravvissuti all’oblio alcuni incredibili epistolari, custoditi negli archivi dell’Inquisizione portoghese e studiati da Luiz Mott, dai quali traspare l’attaccamento emotivo per i partner, l’ammirazione, la gelosia, ma anche, talvolta, l’ansia e la paura di essere scoperti e condannati. Né sono mancate testimonianze di convivenze durature, all’interno delle quali gli amanti, uomini e donne, usavano talvolta l’appellativo di marito e/o moglie rivolgendosi le une* agli altri*. Infine, sono state documentate cerimonie di consacrazione di coppie omosessuali, inscenate in contesti clandestini, a volte con la complicità di religiosi e definite dagli stessi attori che vi prendevano parte come “matrimoni”. Se in molti casi sembra si trattasse di parodie dissacranti, in altri le coppie diedero realmente vita a relazioni durature.

Infine, gli strumenti offerti dalla storia delle emozioni consentono un’analisi più accurata delle manifestazioni del desiderio omoerotico femminile. Il fatto che solo gli atti penetrativi siano stati perseguiti, se ha reso scarse le testimonianze di attrazioni tra donne nelle fonti giudiziarie, ha probabilmente lasciato loro una libertà di azione che possiamo ricostruire, in maniera indiretta, utilizzando documenti di altra natura. Quali carezze erano considerate lecite e quali illecite in una relazione amicale tra donne? Quali erano gli spazi lasciati loro aperti per costruire legami di solidarietà? Quale il ruolo dei rapporti omoaffettivi nella loro vita ordinaria? Quali occasioni di convivenza? Quali opportunità per sottrarsi al controllo degli uomini? Dare risposta a questi interrogativi ha un’enorme importanza nella ricostruzione della storia del lesbismo, al di là della prova o meno di rapporti consumati. Ci aiuta a capire, se non altro, quali possibilità fossero lasciate aperte alle donne che amavano altre donne per costruire i loro rapporti. Certo un rischio, già denunciato in sede storiografica da una parte della critica femminista, è quello di “desessualizzare” il lesbismo. Tuttavia, l’attenzione alle fonti disciplinari aiuta a bilanciare questo pericolo. Se infatti le testimonianze di relazioni sessuali non sono tante, la letteratura che metteva in guardia dagli eccessi di intimità e affetto nelle comunità femminili denuncia come il confine tra amicizia omoerotica e desiderio sessuale fosse considerato, anche per le donne e fin dal medioevo, pericolosamente labile.

In che modo il modello pederastico appare ridimensionato nel più recente dibattito storiografico circa l’omosessualità premoderna?
Per lungo tempo si è creduto che i rapporti tra uomini adulti e adolescenti fossero l’unica forma di espressione del desiderio omoerotico nelle società premoderne, e ancora oggi questo stereotipo è profondamente radicato. Gli studi storici, soprattutto quelli svolti sull’area iberica e il mondo coloniale d’età moderna, hanno invece contribuito a ridimensionare questo paradigma. Certo, i rapporti pederastici sono estensivamente rappresentati nelle fonti. Come notato da Rocke nel suo pionieristico studio sulla Firenze del Cinquecento (Forbidden Friendships, 1996), questi giocavano un ruolo fondamentale nel rafforzare le relazioni gerarchiche che cementavano la socialità maschile. Quando il partner più maturo e in una posizione di predominio sociale rivestiva il ruolo attivo in rapporti sessuali con giovani subordinati alla sua autorità (come ad esempio nel caso frequente dei garzoni di bottega) il rapporto omosessuale, seppure non apertamente accettato, svolgeva una funzione nel mantenimento dell’ordine sociale che lo rendeva parzialmente tollerabile. Tuttavia, come abbiamo già accennato, le fonti hanno testimoniato l’esistenza di altre forme di relazione, ispirate a maggiore reciprocità. Il ruolo sessuale non era sempre determinato dai rapporti di potere, né segnava rigidamente le scelte dei partner, che a volte dimostravano grande versatilità, soprattutto prima del raggiungimento della piena maturità anagrafica e sociale (cosa che per ragioni che non possono essere facilmente sintetizzate in questa sede, avveniva spesso oltre i venticinque anni di età).

Quando e come il peccato diventa reato?
Il peccato di sodomia divenne reato penale quando i princìpi della morale cristiana furono integrati nel diritto romano. Il processo fu lento e tortuoso. Una storia che opponga un mondo classico dove regnava la tolleranza per l’omosessualità ad una società cristiana punitiva e intollerante è infatti poco credibile. Sebbene alcune espressioni del desiderio omoerotico (soprattutto maschile) fossero più accettate di altre, tanto il mondo greco quanto – e anche più – quello romano, condannavano duramente l’effeminatezza e la passività del maschio adulto. I rapporti omosessuali erano soggetti a regolazione, anche attraverso i codici di leggi, tanto nelle poleis greche quanto nell’impero.

Sebbene la condanna totale e senza appello di ogni espressione del desiderio omosessuale la si debba al cristianesimo, il pensiero filosofico greco e romano ha influito sulla genesi della morale sessuale cristiana nella cornice, ancora fluida e indefinita sul piano organizzativo e dei princìpi, del cristianesimo delle origini. È stato l’incontro tra un dispositivo filosofico classico, quello della “legge di natura”, con i contenuti della morale cristiana a dare vita all’arsenale teoretico che ha fatto da supporto alla condanna morale e legale del sesso non procreativo e, soprattutto, dei rapporti omosessuali.

Nel processo di lenta integrazione del cristianesimo all’interno dell’impero, coronato dal riconoscimento quale sua religione ufficiale, la proibizione sempre più radicale di ogni comportamento omosessuale ha conquistato un posto all’interno dei codici di leggi imperiali. Il processo giunse al culmine con la codificazione del diritto giustinianeo. La punizione della sodomia e del sesso “innaturale” mostrano un mutamento nella retorica delle leggi, che – come in altri reati quali la bestemmia – presentava il potere civile, in termini paternalistici, come custode della moralità individuale del suddito, mentre qualunque infrazione dell’ordine divino cominciava ad essere assimilata ai delitti di “lesa maestà”. Sarà questa la base teorica su cui, nel corso del medioevo e successivamente nell’epoca moderna, sarà giustificata – e imposta al legislatore – la persecuzione dei crimini di fede da parte delle istituzioni civili.

In che modo le accuse di omosessualità venivano adoperate nella demonizzazione dei nemici della fede?
Il principio che i comportamenti omosessuali fossero una forma di eresia, mai espresso chiaramente nella riflessione teologica, è deducibile in via indiretta dalla prassi processuale e dalla retorica degli scritti e della predicazione antiereticale. L’accusa di pratiche sodomitiche era corollario pressoché costante di quella di eterodossia religiosa. Questo stereotipo – è triste ma doveroso ricordarlo – esercita ancora un influsso sulle frange più estreme del cristianesimo militante, sia esso di matrice cattolica oltranzista o incarnato nel fanatismo di sette estremiste.

Come già accennato, il sesso omosessuale era equiparato al crimine di lesa maestà. Se il principe terreno era un rappresentante dell’ordine di Dio in terra, coloro che trasgredivano la legge divina praticando sesso “innaturale” mettevano a repentaglio il fondamento stesso del potere politico. Al contempo, anche in mancanza di una riflessione dottrinale, si incitava a considerare comportamenti sospetti, se non come espressione di un’eresia formale, quantomeno come “fatti ereticali”, modi di essere nel mondo che avrebbero potuto nascondere la trasgressione volontaria delle leggi divine. Infine, come notato recentemente da Giacomo Todeschini, nel lento processo di trasformazione sociale che, nel corso del Medioevo aveva portato a fare dei valori di produttività della società mercantile uno degli assi portanti della società urbana medievale, l’improduttività sessuale del sodomita, trasposta sul piano teologico, diveniva manifestazione di un atteggiamento antisociale, dando vita a una sorta di caricatura mostruosa e bestiale dell’agire umano.

Nel Suo volume risaltano anche la dimensione globale e i rapporti con le culture extraeuropee del controllo istituzionale delle trasgressioni sessuali e di genere.
Certamente. L’estensione del dominio coloniale europeo, in particolare iberico, nei primi secoli dell’epoca moderna comportò l’estensione del rigido divieto della sodomia su popolazioni e civiltà che in passato avevano interpretato culturalmente, e contenuto, le espressioni del desiderio omoerotico in altre forme. Gli esploratori e i conquistatori che da Spagna e Portogallo si affacciarono su lidi fino ad allora inesplorati dagli europei vi approdarono con il carico del loro bagaglio culturale. L’atteggiamento con il quale affrontarono i pericoli delle traversate rispecchiava, almeno nella retorica, quello spirito del cristianesimo militante che aveva ispirato la lotta contro la presenza musulmana nel suolo iberico.

Come nel caso degli eretici, l’accusa di pratiche sessuali “devianti” contro i “seguaci di Muhammad” era parte integrante della retorica antislamica medievale e moderna. Si credeva che il corano stesso, in una delle sue Sure (“la Vacca”) avesse lodato la pratica della sodomia. Simili immagini di un “mondo alla rovescia” furono proiettate anche sulle popolazioni autoctone incontrate dai marinai prima, e dai conquistatori armati poi, nel corso della Conquista delle Americhe. La violazione dei principi di natura fu una delle scuse che i prìncipi cristiani addussero per cercare una giustificazione teorica della sottomissione violenta dei nativi americani.

Al contempo, cominciò a proliferare una letteratura di viaggio animata da interessi e curiosità che potremmo definire proto-etnografiche, in parte influenzata dal modello della letteratura classica sugli usi e i costumi dei “barbari”. Da questi testi apprendiamo come figure che oggi definiremo transgender avevano un ruolo sociale riconosciuto nelle società amerindie. Gli storici hanno dibattuto a lungo sulla loro funzione all’interno delle loro culture di appartenenza (un dibattito che sintetizzo nel libro), ma sembra si trattasse di figure liminali, investite di un valore sacro, rispettate, forse temute, ma anche relegate a mansioni umili e pericolose.

Questa letteratura, curiosa di un mondo che si apriva ad orizzonti sconosciuti agli europei, ha influito anche sul modo in cui questi concepivano i comportamenti e i desideri sessuali nel vecchio continente. Nell’ambito della nascente anatomia sperimentale, grande interesse suscitarono le discussioni sulla “tribade”, ossia, la donna affetta da ipertrofia clitoridea. Questa condizione, come abbiamo visto, si credeva indispensabile affinché potesse compiersi sodomia “perfetta” in un rapporto lesbico. Tali dissertazioni dotte furono influenzate non solo dalla letteratura classica, ma anche dalle narrazioni di viaggio. Anche per quel che riguarda l’omosessualità maschile, si cominciava ad attribuire il desiderio omosessuale all’influenza di fattori climatici. È come se il confronto con l’alterità avesse indotto alcuni osservatori europei a “razzializzare” l’identità sessuale (per usare due termini anacronistici), contribuendo a consolidare, anche nella cornice del vecchio mondo, l’immagine dei trasgressori della morale sessuale e delle norme di genere come appartenenti a una “specie” a sé.

Qual è la percezione sociale e istituzionale della sodomia nell’Europa della Riforma e della Controriforma?
Il problema è complesso. Né la Riforma né il Cattolicesimo post-tridentino modificarono il quadro teologico all’interno del quale i rapporti omosessuali erano concepiti (e condannati) nell’epoca moderna. I mutamenti più generali apportati dalla Riforma alla morale sessuale ebbero però una ricaduta sull’approccio alla sessualità non conforme. La critica del celibato ecclesiastico fu uno dei cardini della predicazione anti-papista dei protestanti. Esso era considerato un’ipocrisia, e la radice della corruzione morale del clero. Rompendo con questa tradizione, la Riforma minò le fondamenta di una retorica che per secoli aveva costruito sul mito della purezza la superiorità del corpo ecclesiastico. Lo stato matrimoniale ne uscì rivalutato, e sebbene il sesso non fosse riabilitato dalla teologia delle confessioni riformate, al suo ruolo all’interno della coppia sposata venne comunque riconosciuto un ruolo funzionale. La risposta cattolica ai mutamenti imposti la riforma fu violenta, e la definizione dell’ortodossia passò per la difesa non solo del celibato ma anche del valore sacramentale del matrimonio, messo in discussione dai protestanti. Tuttavia, anche nel mondo Cattolico si assistette ad una relativa rivalutazione del sesso coniugale.

Tanto nella parte d’Europa che rimase fedele all’ortodossia romana quanto in quella in cui trionfarono le diverse confessioni riformate, a questa relativa apertura nei confronti dello stato maritale fece seguito un mutamento nel disciplinamento dei comportamenti sessuali “devianti”. Se fino ad allora, la pur rigida morale sessuale del cattolicesimo militante tardo medievale aveva espresso parole di condanna durissime e terrificanti contro i peccati sessuali, nella pratica la società cristiana, nella sua dimensione locale, era in grado di giungere a compromessi con i “bisogni del mondo”. È così che la prostituzione era regolamentata dalle istituzioni comunali. Le coppie non sposate, tra cui quelle formate dagli stessi preti, se non travalicavano certi limiti, potevano godere di una moderata accettazione sociale. Per secoli, nonostante il controllo capillare in alcune realtà, come la Toscana o Venezia, ai comportamenti omosessuali era lasciata una certa libertà di espressione. Tali trasgressioni erano, in parte, funzionali al mantenimento dell’ordine sociale, soprattutto quando a praticarle erano i più giovani. Il ricorso a sporadiche pene eclatanti (fino all’orribile morte per rogo) faceva da contrappeso a un controllo diffuso ma non eccessivamente severo.

Nella misura in cui, tuttavia, nella sessualità matrimoniale cominciò a vedersi riflesso un barlume di santità, altre forme di relazione e altre espressioni del desiderio furono represse con maggiore violenza o, quantomeno, spinte con più forza nell’ombra e nel silenzio.

In che modo nel Settecento emerge una nuova sensibilità nei confronti della trasgressione sessuale e nel controllo istituzionale?
Il Settecento è stato un momento fortemente dibattuto dagli storici della sessualità e dell’omosessualità. Nell’opinione di molti ha segnato una cesura radicale, con l’emergere di una categoria sociale ben definita, quella del “molly”, omosessuale maschio adulto che, attratto da altri uomini adulti, spesso manipolava creativamente la propria identità di genere integrando nella sua immagine (quando le occasioni lo permettevano) tratti che i canoni del tempo attribuivano alla femminilità. Alla costituzione del “molly”, in questa ricostruzione storica, sarebbe poi seguita quella della lesbica mascolina. Tale processo avrebbe avuto inizio nell’Europa del nord per poi estendersi, con molto ritardo, al mondo mediterraneo e alle colonie.

Come abbiamo già visto, la presenza di donne e uomini adulti attratti stabilmente da partner del loro stesso sesso è testimoniata dalle fonti fin dal Cinquecento. Inoltre, per quanto riguarda i sodomiti, l’elemento dell’inversione di genere, del travestitismo, dell’utilizzo di nomignoli al femminile, non rappresentava una novità, proprio in quel mondo mediterraneo che si è creduto per lungo tempo in sede storiografica fosse approdato più tardi alla “modernità” dell’omosessuale effeminato. Anche nelle riflessioni sul lesbismo, come già accennato, la mascolinità delle donne attratte da altre donne era stata ampiamente discussa nella trattatistica medica e teologica e aveva trovato riflesso in fonti processuali di grande spessore e ricchezza. Né mancarono nel passato testimonianze di relazioni tra coetanee e coetanei, talvolta caratterizzate da profondi attaccamenti affettivi.

Quello che invece cambiò nel Settecento fu il modo in cui il problema del desiderio omosessuale, femminile e maschile, fu interpretato e indagato. Col tempo, l’analisi critica e razionale cominciò a intaccare le certezze della teologia, e un nuovo sguardo fu gettato sulle possibili cause di queste “anomalie” del desiderio e delle passioni. Nel frattempo, nuove forme letterarie prendevano corpo, come il romanzo epistolare. La soggettività e le esperienze dei singoli, in relazione alla loro storia e all’osservazione dei moti del loro animo, acquisivano un peso crescente nella costruzione dell’immaginario letterario. Questa attenzione alla vita individuale, espressa nella forma della biografia e dell’autobiografia (che certo non fu inventata nel Settecento), unita a un nuovo approccio alla scienza, e in particolare alla biologia, sono tra le premesse culturali che hanno consentito il solidificarsi dell’immagine della lesbica e dell’omosessuale. Essi divennero il risultato di influenze biologiche o di un passato traumatico, immagine che dominerà il campo dall’Ottocento in poi e continuerà a costituire una delle chiavi di lettura dell’attrazione e dell’amore omoerotico fino ai giorni nostri.

Il processo di secolarizzazione, che aveva investito anche l’ambito del diritto, diede vita a un nuovo approccio ai reati “senza parte lesa”, che portò, in alcuni paesi europei, a un trattamento meno severo degli atti omosessuali. Tuttavia, prima che questo accadesse, il Settecento aveva visto, in Inghilterra, Olanda e Paesi Bassi, un’esplosione di violenza persecutoria che non aveva conosciuto pari nella storia europea. Ma anche a seguito delle riforme degli ordinamenti penali, il controllo della morale fu delegato a interventi di polizia e di tutela del “buoncostume” che, uniti alla pressione dello scandalo e della condanna sociale, fino a tempi molto recenti hanno continuato a rendere pressoché impossibile a lesbiche e omosessuali la libera espressione della loro affettività e dei loro desideri. E nonostante la depenalizzazione e il riconoscimento di diritti positivi in molti paesi occidentali (e ora anche a Taiwan), la violenza omofobica e i rigurgiti oltranzisti ci richiamano a mantenere alta la vigilanza. Il cinquantenario di Stonewall, quest’anno, non è solo una commemorazione, è un invito ad andare avanti.