Socrate, Agata e il futuro. L’arte di invecchiare con filosofiaBeppe Severgnini
Rizzoli
«La vita umana, insegna l’induismo, si divide in quattro periodi (ashrama): il primo serve per imparare, guidati da un maestro; il secondo per realizzare sé stessi; il terzo per insegnare e trasmettere la conoscenza; l’ultimo, segnato da un progressivo disinteresse verso le cose materiali, per prepararsi al congedo.
L’impressione è che molti, oggi, siano prigionieri del secondo stadio. Vogliono fare, accumulare, affermarsi. Inseguono cariche e conferme. Si rifugiano nel caos edonistico, pensando di esserne protetti. Vittime di una sorta di incontinenza psicologica, non sanno rallentare, ascoltare, insegnare, cambiare, staccare. Talvolta questa incapacità è accompagnata da vitalità indiscutibile e affetto sincero. Questo atteggiamento produce quello che un’amica quarantacinquenne chiama «effetto cascata»: «Se mio padre ottantenne non vuole mollare niente e pretende di decidere tutto, io resto una ragazza per tutta la vita. Ciò che lui sogna, peraltro».
Ripetiamolo: bisogna indossare con eleganza la propria età. Alcuni dei resistenti sono patetici; mentre altri possiedono le capacità fisiche e mentali per continuare a inseguire il successo. L’intelligenza brillante della gioventù ha lasciato il posto all’intelligenza sintetica dell’età matura, le competenze e le conoscenze aiutano, le articolazioni e i neuroni reggono, i risultati continuano ad arrivare. Manca la generosità. Quella che porta a pensare: negli anni buoni che mi restano voglio lasciare una traccia per chi viene dopo di me. […]
- Editore: Rizzoli
- Autore: Beppe Severgnini
- Collana: Saggi italiani
- Formato: Libro rilegato
- Anno: 2025
Immaginare la propria morte, e comportarsi di conseguenza, è un atto di generosità. I popoli di lingua inglese parlano di legacy. Vuol dire eredità morale. L’eredità pratica, quella stabilita dal testamento o dalla legge, si chiama inheritance. È una distinzione fondamentale. Quello che ci lasceremo alle spalle non sono soltanto case, cose, terreni, titoli e soldi (chi ne ha!). Lasceremo un’impronta.
Un ricordo rischia di svanire; un’impronta rimane, e si può seguire. A qualcuno questo non importa. Ci sono nonni, genitori e zii disinteressati alle tracce che lasceranno. Ci sono capi, imprenditori e personaggi pubblici che non intendono lasciarne alcuna. Vogliono correre finché ce la fanno, e chi se ne frega di chi viene dopo.
Basta poco per lasciare un’impressione. Quel compagno di scuola, quella supplente, quell’avversario sul campo da calcio, quel capo scout, quella suora in ospedale, quel tenente durante il servizio militare, quel collega che voleva sembrare sprezzante ed era buono come il pane. Ognuno di noi, guardandosi indietro, rivede una costellazione di persone: alcune emanano luce; altre sono nel buio, spente.
Cosa diranno di noi dipende da noi. Da ciò che facciamo nella terza parte della vita, quando egoismi e leggerezze vengono perdonati con difficoltà. Molta infelicità deriva dalle scelte sbagliate; altrettanta dall’incapacità di scegliere. Isolarsi non è un modo di proteggersi: l’affetto è un balsamo, non un veleno. I figli ci dimostrano, ogni giorno, che c’è una vita dopo di noi. I figli dei figli ci insegnano il disordine quotidiano, che è una forma di armonia. È normale, a un certo punto della vita, cercare rassicurazione nell’ordine e nella ripetizione. Ma non bisogna esagerare. Non c’è nulla di più triste di una persona anziana che fa il vuoto intorno a sé, ibernata tra le sue abitudini.»




