Sociologie della memoria. Verso un’ecologia del passato, Anna Lisa Tota, Lia Luchetti, Trever HagenAnna Lisa Tota e Lia Luchetti, Voi avete curato con Trever Hagen il libro Sociologie della memoria. Verso un’ecologia del passato edito da Carocci: cosa significa fare ecologia del passato?
Significa guardare a quei passati che perdurano nel presente ed interrogarsi sulle loro traiettorie future. I saggi raccolti in questo volume provano a rispondere ad alcuni interrogativi: perché ricordare ancora, soprattutto quando si tratta di traumi gravissimi, ingiustizie efferate e guerre insensate che hanno provocato milioni di vittime? Perché “dare futuro” al passato, invece di lasciarlo evaporare nelle pieghe del tempo? E ancora: esiste un “modo ecologico” per ricordare?

Da molti anni il dibattito internazionale sui memory studies ha messo a tema il cosiddetto “memory work”, cioè quel complesso e delicato insieme di processi, a cui la società civile e le istituzioni pubbliche sono chiamate a contribuire quando un passato traumatico e controverso richiede di essere collettivamente rielaborato. Con il termine “memory work” possiamo indicare proprio questi processi di progressivo sgretolamento e riaggiustamento del passato. Dalla scuola di Yale in poi, le teorie del cultural trauma hanno rappresentato un tratto distintivo di qualsiasi studio e/o ricerca su questi temi. Tuttavia, sul concetto di passato continua a prevalere una diffusa convinzione che anche le riflessioni più autorevoli non sono riuscite a scalfire: i passati, soprattutto quelli che “non passano” – quelli traumatici che segnano irrimediabilmente una comunità, marcandone indelebilmente l’identità sociale – sono percepiti come granitici, solidi, immutabili, oggettivati una volta per sempre nella coscienza collettiva e, oserei dire, universale. E in qualche misura è vero, lo sono. L’Olocausto, le stragi terroristiche, i disastri naturali, tutti questi eventi e molti altri ci paiono “pietre”, macchie indelebili nel tessuto connettivo della nostra società civile che chiede, anzi reclama, di essere “riparato”. Tuttavia, si dà anche un altro piano di riflessione – proprio quello su cui è possibile tentare una qualche forma di riparazione, riconnessione se questa mai è possibile di fronte all’orrore del male. Si tratta del piano di riflessione offerto dalle molteplici discipline che si occupano di memory studies e che propongono, pur nella varietà delle prospettive, una concezione del passato come “work in progress”, in cui sono gli interessi del presente a riverberare il passato, dando intensità, tonalità e sfumature diverse a quelle parti di esso che rivestono un particolare valore rispetto alla prospettiva del presente, attraverso cui sono osservate. Come ricorda Italo Svevo, «Il passato è sempre nuovo: come la vita procede, esso si muta, perché risalgono a galla quelle parti che parevano sprofondate nell’oblio, mentre altre scompaiono perché ormai poco importanti. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi suonatori (…)». Svevo sembra parafrasare in queste righe Halbwachs e le sue memorabili pagine sulla transitorietà di qualsiasi forma di oggettivazione del passato stesso. Nel volume ci chiediamo se esista un “modo ecologico” per ricordare, poiché, se per le vittime dimenticare è un diritto, per la collettività ricordare è un dovere. Il significato di fare ecologia del passato, in omaggio a Gregory Bateson, quindi è proprio questo: interrogarsi sul passato per comprendere che cosa lo renda ancora “presente” e costruire le traiettorie future del passato, tenendo conto della sua sostenibilità. È attraverso l’assunzione piena e condivisa della responsabilità del proprio passato che una collettività si fa garante dell’ordine morale, politico e spirituale della società stessa.

Come opera la memoria collettiva?
Il principale contributo dei memory studies, da Maurice Halbwachsin poi, è stato quello di aver sottratto la memoria ad un approccio esclusivamente individuale, per costituirla come oggetto specifico di riflessione scientifica. La memoria non viene più intesasemplicemente come memoria di un singolo soggetto, ma si studia a partire dalla società: infatti, ogni gruppo sociale seleziona e riconfigura incessantemente le immagini del passato in relazione agli interessi e ai progetti che prevalgono nel presente. Halbwachs (1950) ha sottolineato come il ricordo individuale sia sostenuto e strutturato dai quadri sociali della memoria. La memoria collettiva esiste in presenza di tre fattori: il linguaggio, le rappresentazioni sociali del tempo e dello spazio, le classificazioni degli oggetti e della realtà esterna al soggetto. Halbwachs li definisce “quadri sociali” poiché rappresentano la struttura cognitiva che dà forma a ciò che il soggetto ricorda e condivide con i gruppi con cui vive e si relaziona. Secondo Barry Schwartz, autore di uno dei contributi al presente volume, la memoria collettiva migliora la sopravvivenza dell’homo sapiens, poiché ci permette di mantenere e ricostruire molto del passato. Infatti, se la memoria collettiva «non funzionasse abbastanza bene per scopi pratici – quegli scopi appunto che rendono unica la specie umana – allora la società umana sarebbe impossibile» (Schwartz, 2018, p. 29). La memoria collettiva, secondo Schwartz, deve quindi essere trattata come una «entità emergente, un fatto sociale che collega la coscienza del presente a quella del passato» (ivi, p. 32). In definitiva, questo libro, frutto del lavoro di studiosi e studiose di memory studies, è un affresco sui temi della memoria pubblica e del lutto individuale e collettivo, nelle molteplici intersezioni con la società civile, la democrazia, la giustizia e l’etica. Dalla Seconda guerra mondiale alla “strategia della tensione”, dai massacri del Sud-est asiatico ai terremoti in Giappone, dall’11 Settembre ai traumi della Cina, il volume pone al centro della sua riflessione l’idea di un passato malleabile e modificabile, capace di sgretolarsi e ridefinirsi sotto l’influsso dello sguardo che, dal presente, gettiamo su di esso.

Che cosa sono le memorie del futuro?
Negli studi neurologici, il termine “memorie del futuro” viene usato per definire programmi d’azione e sistemi di attese riguardo al futuro che, immagazzinati nella corteccia cerebrale, possono essere riattivati, in maniera conscia o inconscia, di fronte a situazioni analoghe ad altre già accadute. «È una memoria che contribuisce alla più generale capacità di gestire la nostra vita nel tempo» (Jedlowski, 2018, p. 57). Paolo Jedlowski, autore del saggio sulle memorie del futuro contenuto nel volume, sostiene che certi tipi di memorie del futuro esistano anche a livello sociale, sebbene tale espressione non abbia ancora uno statuto definito nell’ambito delle scienze sociali. Secondo la prospettiva di studio delineata dal sociologo, le memorie del futuro sono «ricordi delle attese che individui e gruppi hanno nutrito in passato» (ivi, p. 58). Jedlowski intreccia due campi di indagine, quello riguardante la memoria e quello riguardante il futuro, e ci dice che la memoria del futuro è «un incrocio di proiezioni» (ibidem). Le memorie del futuro sono i ricordi dei futuri che individui e gruppi hanno atteso in passato. Queste memorie sono in grado di interpellare interessi, preoccupazioni e identità del presente alla luce di ciò che in passato e stato considerato possibile. Tuttavia, mostrando il passato come un contenitore di possibilità, dicono lo stesso anche per il presente. Si tratta, in definitiva, di «un complesso insieme di attese, parzialmente formulate sulla base di esperienze passate, che contribuisce a dare senso al presente e a generare le scelte che produrranno il futuro» (ivi. p. 59).

Grazie agli studiosi di memory studies sappiamo che la definizione del passato è sempre oggetto di conflitti e battaglie per la memoria fra diversi soggetti.La sfera pubblica diventa l’arena negoziale in cui questi soggetti si contendono l’egemonia sui discorsi plausibili e rilevanti all’interno della società e, attraverso queste competizioni, lottano per definire e ricordare il passato secondo le proprie convinzioni e tradizioni. La negoziazione tra memorie individuali, collettive e sociali fa sì che non tutti i pezzi del passato a nostra disposizione si traducano in narrazioni effettive. È quindi possibile concepire il passato come uno spazio in cui avvengono processi di scambio e confronto tra diversi gruppi sociali, ma anche conflitti tra rappresentazioni del passato ritenute legittime e tentativi di costruzione di egemonie. Questo conflitto si ripropone anche per le previsioni e per gli atteggiamenti con cui guardiamo al futuro. Jedlowski, nel volume “Sociologie della memoria”, afferma che «le lotte per la memoria sono lotte per il futuro» (ivi. p. 69), che riguardano anche i futuri passati: infatti, «dimenticare le possibilità un tempo intraviste serve a indebolire ogni attacco allo stato di cose presente» (ibidem).

Come ricordano i movimenti sociali?
Ron Eyerman, nel quarto capitolo del volume, documenta le modalità attraverso cui la storia e la memoria interagiscono con i movimenti sociali. Egli definiscemovimenti sociali quelle forme di azione collettiva che hanno lo scopo di innescare il cambiamento ed afferma che essi possono essere «progressivi o reazionari, ma tutti condividono lo stesso interesse nel cambiare lo status quo, per come essi lo percepiscono» (Eyerman, 2018, p. 73). Secondo Eyerman, i movimenti sociali attuali acquisiscono forza ed ispirazione da quelli del passato, e lo fanno impiegando il repertorio di proteste e le strategie performative rituali – marce, slogan, manifesti, canzoni – ereditate dai movimenti passati. In questo modo, il passato diventa presente e si incorpora in nuove generazioni di attivisti. A sostegno di quest’analisi, Eyerman cita il caso delle attuali manifestazioni del Tea Party, il movimento politico statunitense di stampo conservatore, i cui partecipanti indossano i costumi che richiamano i “narratives” della fondazione del continente americano. Oltre alla ripetizione e all’emulazione del passato, i movimenti sociali ricordano anche attraverso gli eventi commemorativi. Infatti, spesso mettono in scena le loro proteste in luoghi storici altamente significativi e durante giorni densi di simbolismo. Ad esempio, i movimenti sindacali di tutto il mondo festeggiano generalmente il primo maggio in luoghi pubblici di grande rilievo. «In queste occasioni, il passato viene utilizzato per ricreare l’idea di un passato comune, attraverso la pratica del ricordo» (ivi, p. 75). Le memorie dei movimenti sociali si propagano nelle società attraverso le persone, i luoghi e le pratiche, con l’obiettivo comune di condurre al cambiamento sociale. Eyerman focalizza la sua attenzione su alcuni casi esemplari americani: il movimento per i diritti civili e quello per i diritti dei gay. Nel primo caso, documenta il processo di negoziazione che ha condotto all’istituzione della celebrazione annuale nazionale del “Martin Luther King Day” e il processo di istituzionalizzazione e incorporazione della figura di Martin Luther Kingnel movimento e nella storia americana. Il famoso discorso pubblico “I have a dream” di King del 1963 è stato equiparato al sogno americano. Il processo di saldatura tra storia e memoria è stato raggiunto anche tramite l’intervento di artefatti commemorativi della cultura di massa, come film, spettacoli televisivi, musei e souvenir. Infine, il movimento per i diritti dei gay in America, in particolare attraverso la figura di Harvey Milk, rappresenta per Eyerman un altro esempio di come la memoria e la storia interagiscano con i movimenti sociali. Milk, uno dei primi uomini dichiaratamente gay che rivestì una carica pubblica ufficiale negli Stati Uniti, fu assassinato nel 1976 a San Francisco insieme al sindaco della città, George Moscone. Quando morirono, Moscone era l’uomo più conosciuto tra i due. Al giorno d’oggi, invece, lo stato della California celebra una giornata in onore di Harvey Milk e la città di San Francisco ricorda la sua morte con una parata annuale, mentre Moscone fatica ad essere ricordato. La fusione tra movimento sociale e singolo individuo e la successiva canonizzazione di quella specifica persona richiedono non solo un processo di formazione del ricordo, ma anche una battaglia negoziale per il riconoscimento, di cui i movimenti sociali sono una parte importante. Per Eyerman, in definitiva, i «movimenti sociali utilizzano il passato in modo strategico e sono delle forze sociali determinanti nel portare il passato nel futuro. Per questo motivo, essi sono sia dei sostenitori che dei modellatori della memoria individuale e collettiva» (ivi. p. 81).

Come si è sviluppata la memoria pubblica dei crimini di guerra tedeschi in Italia (1943-45) e com’è stata narrata dal cinema?
La narrazione pubblica della fine della Seconda guerra mondiale è altamente controversa. Permane un divario tra la sua versione nazionale, che ha enfatizzato il ruolo dei movimenti di resistenza italiani contro le forze di occupazione fasciste e tedesche, e la conoscenza pubblica internazionale di ciò che è avvenuto in Italia dal 1943 al 1945,che ha invece teso a minimizzare e, in parte, a misconoscere il ruolo della resistenza italiana, ignorando l’elevato numero di vittime, non soltanto fra i partigiani, ma anche fra la popolazione civile. Ad essere colpiti e falcidiati furono in quegli anni soprattutto bambini e bambine in tenera età, neonati, giovani adolescenti, donne e uomini anziani che agli occhi dei soldati tedeschi erano rei di fornire un appoggio in termini di vitto e solidarietà ai combattenti partigiani. È pur vero che l’appoggio della popolazione fu effettivamente fondamentale per la resistenza partigiana, ma in nessun caso tale appoggio legittima o anche soltanto spiega le rappresaglie feroci e i massacri che i soldati nazisti compirono contro la popolazione. I casi di crimini di guerra documentati sono numerosissimi e riguardano zone molto diverse del paese: nel saggio contenuto nel volume si focalizza l’attenzione sui crimini di guerra commessi dalle truppe tedesche a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema. Si tratta di crimini di guerra nazisti compiuti nell’Italia centrale nel corso di due operazioni contro i partigiani italiani. A Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto 1944, 560 civili furono uccisi tramite fucilazione dai soldati tedeschi. Fra loro 130 erano bambini. A Marzabotto, il 29 settembre 1944, avvenne la strage più efferata. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 furono compiute dalle truppe nazifasciste in Italia un insieme di stragi, nel territorio compreso fra i comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, con un numero di vittime complessive di 1830. Alla fine della guerra iniziarono in Italia i primi processi per strage contro i soldati tedeschi: avrebbe dovuto essere una sorta di Norimberga italiana, tuttavia furono condannati soltanto pochi esponenti dell’esercito tedesco come Kesslering e Kappler e numerosi collaborazionisti italiani, ma il procuratore militare Enrico Santacroce nel 1960 fece archiviare i fascicoli. Vennero seppelliti nell’armadio della vergogna: la giustizia si fermò e questi documenti ricomparvero soltanto nel 1994. Occorreranno ancora molti anni prima che essi possano diventare pubblici: accade il 15 febbraio 2016, quando la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini dichiara in una conferenza stampa che i documenti dell’armadio della vergogna sono ora a disposizione del pubblico e degli storici di tutto il mondo sul sito della Camera. Infatti ora basta un click, una richiesta per email all’Archivio storico della Camera dei Deputati e qualunque cittadino può ricevere questi documenti. Tuttavi,a la conoscenza pubblica di questi eventi e la loro memoria in Italia e nel dibattito internazionale non è affidata soltanto al lavoro degli storici e degli studiosi di memory studies, ma anche a quello di molti registi italiani e stranieri che hanno deciso di narrare questi avvenimenti. Queste due stragi, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, sono state ricordate e inscritte nel discorso pubblico italiano e internazionale anche attraverso alcuni film. Nel saggio contenuto in questo volume ne vengono analizzati in particolare due: “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti (2009) e “Miracolo a Sant’Anna” (2008) di Spike Lee.

Giorgio Diritti decide di narrare l’eccidio di Marzabotto attraverso gli occhi di Martina, una bambina che ha smesso di parlare quando le è morto tra le braccia il fratellino appena nato. Il film è parlato in dialetto con i sottotitoli in italiano. Una strategia narrativa quasi antitetica rispetto a quella di Spike Lee, che narra Sant’Anna di Stazzema parlando al pubblico americano e internazionale. I due film sono esemplari, proprio in quanto rappresentano modalità narrative antitetiche con le quali due grandi registi decidono di prendere parola su due episodi di violenza che, per la loro gravità ed efferatezza, possono certamente essere considerati “crimini contro l’umanità”. Innanzitutto, cosa ci offre in più la narrazione filmica rispetto a quella di un articolo apparso sulle colonne di un quotidiano? Qual è lo specifico rapporto di questa forma filmica con il suo contenuto? Film come questi, pur secondo modalità narrative molto diverse, offrono alla comunità nazionale ed internazionale la possibilità di acquisire informazioni su questo passato che altrimenti non sarebbero accessibili. Dopo aver visto film come “L’uomo che verrà” o come “Miracolo a Sant’Anna” non si torna indietro, lo sguardo naivesui crimini di guerra tedeschi in Italia è decostruito per sempre. Di fatto, i codici estetici offrono opportunità di avviare e favorire memory works che quelli scientifici sembrano non poter eguagliare. I passati traumatici diventano sostenibili per il singolo e/o per la collettività quando sono trasformati, resi visibili e iscritti stabilmente nel tessuto civile di una nazione. Il cinema – ma anche il teatro, l’arte, la musica e la letteratura – diventano dispositivi, macchine semiotiche capaci di dare voce agli invisibili, di re-includere gli esclusi nella comunità dei viventi. Questi film contribuiscono a sanare una ferita, contribuiscono a rendere visibile ciò che, soprattutto nel discorso pubblico internazionale, è stato troppo a lungo ignorato o minimizzato. Il gesto folle con cui un impiegato dell’ufficio postale di New York decide di vendicare, quaranta anni dopo, la follia dell’eccidio di Sant’Anna da una parte e l’abbraccio con cui Martina cinge il fratellino sopravvissuto a Marzabotto dall’altra, sono le due cifre narrative che questi due film ci offrono per piangere silenziosamente i nostri morti e, al contempo, per onorarli pubblicamente.

Perché la memoria della strategia della tensione e della strage di Piazza Fontana può dirsi “incompiuta”?
La strategia della tensione ebbe inizio con la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, in Piazza Fontana, proprio dietro il Duomo, il 12 dicembre 1969. Alle 16:37 di quel venerdì pomeriggio, giorno in cui avvenivano le mediazioni commerciali del mercato agricolo, un’esplosione nel salone circolare della banca uccise 17 persone, ferendone 88, tra cui 33 impiegati della banca. Gli attacchi terroristici che seguirono, e che si sono verificati in Italia nel periodo della strategia della tensione (tra il 1969 e il 1993), costituiscono tuttora nel discorso pubblico italiano un passato controverso e scomodo da ricordare. Di fatto è come se ai cittadini italiani mancasse una comprensione piena e condivisa della storia recente del loro paese. Dal 1970 in poi, queste morti e queste stragi non sono state pienamente inscritte nel discorso pubblico nazionale. Il processo di elaborazione pubblica di questo passato è stato altamente politicizzato ed attraversato da conflitti e tensioni che, in una certa misura, rimangono ancora irrisolti. Questa parziale mancanza di conoscenza condivisa è stata la conseguenza “naturale” di varie forme di amnesia culturale all’opera rispetto a questi eventi che sono stati altamente traumatici per la società italiana. A ciò si aggiunga che nel discorso pubblico internazionale sul passato italiano contemporaneo sono presi in considerazione soltanto i crimini delle Brigate Rosse e della mafia. Lo stragismo nero rimane relativamente sconosciuto al resto del mondo. L’ipotesi, spesso avanzata ma mai dimostrata, è che la strategia della tensione sia stata resa possibile in Italia dalla collusione tra la parte deviante dei servizi di intelligence dello stato italiano e le attività dei servizi di intelligence internazionali, in particolare della CIA. Senza una comprensione del ruolo svolto dalla CIA, e forse anche da altri servizi di intelligence internazionali che collaborarono con gli Stati Uniti, è impossibile che questa memoria pubblica raggiunga la sua forma compiuta. Per questo nel capitolo abbiamo parlato di memoria “incompiuta” o “inceppata”. Facendo riferimento in particolare alla strage di Piazza Fontana, oggetto di una ricerca etnografica svolta qualche anno fa, che prende in esame sia le traiettorie del trauma della strage nel discorso pubblico, sia il caso di Pinelli e di Calabresi, il capitolo si propone di indagare le caratteristiche specifiche del processo di elaborazione del trauma nel contesto italiano. Durante il periodo considerato l’accesso alle arene legali e politiche è stato talora negato attraverso una serie di strategie più o meno efficaci. Per questo motivo, l’elaborazione culturale del trauma di Piazza Fontana è avvenuta anche attraverso i codici estetici impiegati per narrare questi eventi (si pensi a “Morte accidentale di un anarchico” di Dario Fo). Il capitolo documenta come i codici estetici abbiano contribuito a modificare profondamente la conoscenza condivisa di ciò che è accaduto.