Sociologia digitale. Introduzione critica, Antonio ScagliaProf. Antonio Scaglia, Lei è autore del libro Sociologia digitale. Introduzione critica pubblicato da Eurilink University Press: quale ruolo ha ormai acquisito, nella società contemporanea, la tecnica digitale?
Osserviamo e riflettiamo anche solo velocemente sul vivere quotidiano. Il modo di comunicare e di organizzare la nostra esistenza, dall’infanzia, all’adolescenza, alla comunicazione, allo studio, al lavoro, alla lettura, al tempo libero, alla scienza, tutto parla ed è declinato in crescendo con la tecnologia digitale. “Nel mondo contemporaneo la società è digitale”, dice Deborah Lupton. Asserzione che va spiegata ma che riflette una delle eminenti caratteristiche della nostra epoca. Un esempio dalla mia storia personale. Sono nato, cresciuto, formato e ho dedicato gran parte della vita a scrivere libri di carta. Scrivendo e legandomi intimamente con i libri cartacei. Oggi, ancora li adoro, ma sto diventando scrittore, docente, giornalista, conferenziere, lettore digitale. Amo il libro cartaceo come amo quello digitale. Ogni settimana, lavoro online 12 ore per cogliere dai giornali nel web, dai video di Youtube e Netflix, i fatti e lo spirito del mondo settimanale che trasferisco su diapositive per un pubblico numeroso, sono un uomo, un intellettuale, un oratore digitale. Lavoro intenso e appassionante, la cui attualità dura al massimo tre giorni (se aggiornata), poi è archeologia.

In che modo tecnica e logos, linguaggio analogico e digitale ci rinviano alle letture alternative della materia, particolarmente a quelle della fisica quantistica?
La mia formazione è avvenuta in collegio, nella scuola filosofica della metafisica, della teologia, della letteratura, dell’arte e della teoria della scienza, quindi è sfociata nella sociologia, che non può vivere senza le scienze consorelle. Credo sia questa formazione che mi permette di non essere fagocitato dalla tecnica digitale (universo che ha spesso il sapore dell’illusione). È comunque questa formazione che mi permette di non lasciarmi trascinare dalla malìa della tecnologia digitale, resa veloce e capace di elaborazioni senza limiti, senza arrendersi alla sterminata quantità e complessità dei dati, al comunicare sempre più velocemente e senza che la distanza lo freni o lo impedisca. Ogni giorno più velocemente comunico con chiunque, trasmettendo segnali, contenuti, interrogativi che possono aggregare il pensiero di individui e di popoli, abbattendo frontiere linguistiche, economiche, ideologiche che hanno diviso e insanguinato il mondo. Questo universo comunicativo è tuttavia ambivalente: mi connette con milioni di persone (vedi i Social Network) e al contempo mi priva dell’abitudine e del desiderio di riflettere sul senso di ciò che faccio e di ciò che fanno gli uomini associati. E questo è l’ombelico critico del libro, o meglio della mia ricerca di uomo digitale. Per cui torna alla mente il Diogene di Sinope che vive staccato dalle cose del mondo. Egli deambula reggendo una lanterna alla ricerca dell’uomo. È questo che ci fa capire perché Alessandro il Macedone, simbolo estremo del potere, a chi gli chiese: “Chi vorresti essere se non tu non fossi Alessandro?” Risposta: “Diogene di Sinope”. Ma la domanda che mi è stata posta è correttamente presuntuosa, astuta, insidiosa e nient’affatto semplice. I greci avevano intuito che il pensiero (Logos) è sommamente superiore, mentre la Techné è strumento che reca con sé l’arte di affrontare e risolvere gli interrogativi della realtà pratica. Arte affatto semplice ma, rispetto al Logos è solo strumento. In realtà, Logos e Techné sono e dovrebbero essere complementari, anche se spesso, soprattutto a partire dalla formidabile intuizione di Ruggero Bacone, la scienza cominciò a confrontarsi con la traduzione di ogni intuizione scientifica in applicazione tecnica. È per questo che nella contemporaneità, e in modo crescente, la Techné tende a sopravanzare il Logos. Qui avviene ciò che noi contemporanei non siamo più in grado di mettere a fuoco: il digitale è la tecnica che si pone automaticamente addirittura come Logos. Essa non più analogica, cioè non configura più il contenuto dei messaggi per somiglianza. Essa diventa da misura (digitale) ciò che sola è in grado di produrre il senso profondo delle cose. Lungo il cammino che ha visto nascere il libro ho riscoperto che le apparenti illogicità della fisica quantistica sembrano prefigurare una prospettiva chiarificatrice, ovvero il ritorno in primo piano della priorità delle componenti ultime della materia, della realtà. Il cammino sembra richiedere che gli scienziati possano e debbano mettere in conto universi che obbediscono a fattori diversi capaci di combinare nuove prospettive esplicative, ipotesi e principi causali che non si lasciano soggiogare dalla vecchia logica. Essi accettano di formulare ipotesi e di prefigurare condizioni che il nostro universo logico scientifico ritengono inaccettabili. “Tu mi vorresti far credere – disse A. Einstein a Niels Bohr – che la luna non esiste se io non la guardo?” E N. Bohr non rispose entrando nel merito, ma facendo capire all’amico, collega e grande scienziato che “Non si può rispondere a una domanda mal posta”. È solo con fatica, ma con il sentimento di riconoscenza legato all’attesa apparentemente ingiustificata di scoperte che ci avvicinino a illuminare le nebbie per capire cosa generi la gravità e la causalità, che esco da questa piccola avventura di riflessione sulla sociologia digitale.

Quali forme è destinato ad assumere il rapporto tra fenomeni e senso?
Liberando lo studioso e la scienza dalla sottomissione allo strumento misurativo, non si torna all’illusione illuminista e positivista dell’uomo che diventa Logos e Techné, capace di liberarsi dal bisogno, dall’ignoranza, dalla malattia e dalla morte. Avverrebbe invece il contrario. La complessità, apparentemente contraddittoria della struttura, della dinamica e delle componenti base della materia di universi differenti restituiscono all’uomo un Logos nuovo, complesso e capace di riconfigurarsi come Zauberlehrling (apprendista del sacro), un Logos che apprende dagli universi, dalla realtà, riconfigurando sé stesso in questo insieme di galassie che lo incamminano su un sentiero ben diverso dall’illusione illuminista. Egli maturerà auspicabilmente nuove e più sagge capacità di conferire senso alla realtà di cui è parte pensante.

In che modo tecnologia e comunicazione si confrontano con la capacità e l’incapacità degli uomini di essere e di dare senso alla realtà, alla relazione, alla costruzione e al governo del mondo?
Il libro ha ritenuto che l’odierna filiera educativa e scientifica passi attraverso alcune opere ritenute libri standard, cioè autorevoli studiosi della società digitale come Deborah Lupton, Nick Couldry, Nortije Marres e i cultori degli algoritmi e dei Big Data. È tuttavia necessario chiedersi costantemente se questa espansione inarrestabile del digitale non produca quel disorientamento che provò Martin Heidegger quando vide che la terra fotografata dalla luna rendeva evidente che a dominare tutto non fosse più l’uomo ma la tecnica. Il che fornisce una disorientante risposta alla domanda chi sia in grado di dare senso alla realtà quotidiana e futura, alle relazioni fra gli uomini e al governo del mondo.

La morte di Emanuele Severino ci ricorda come lui ritenesse che si stia tornando decisamente alla metafisica: dove ci sta portando la ricerca fisica delle componenti base della realtà?
Emanuele Severino, nella sua prosa essenziale, impietosa, come dev’essere la filosofia che ci deve ricondurre alla realtà, afferma (Techne, Milano 2002) che “La storia dell’Occidente è il progressivo impadronirsi delle cose, cioè il progressivo approfittare della loro disponibilità assoluta e della loro infinita oscillazione tra l’essere e il niente … in essa resta pertanto celebrato il trionfo della metafisica”. Severino, con realismo e senso della misura, si rendeva conto che “la civiltà della tecnica… si è già incamminata verso la produzione dell’uomo e della realtà ultima”, ottenendo, in tal modo, la riduzione dell’uomo a dimensione tecnica. La finezza del pensiero del filosofo di grande caratura, porta Severino a ipotizzare che, “all’interno di questo processo costruttivo e distruttivo … si realizza ogni preoccupazione mirante a non rendere disumana la civiltà della tecnica”. Sembra di trovarsi di fronte a una resa. A pensarci bene, è invece la grandezza di un filosofo che sfida la metafisica senza la presunzione di vincerla, accettando che essa torni in vita e sostenga l’uomo proprio quando quest’ultimo è convinto di averla annientata.

Chi sarà dunque in grado di dare significato alla realtà?
In questi giorni, il “coronavirus”, sinora di origine ignota, minaccia il mondo. Esso esprime con la tecnica digitale che avvolge il pianeta con la rete comunicativa una minaccia di contagio non dominabile. La quantistica si scrollerà forse di dosso sia l’insicurezza dei segnali, sia – con l’entanglement ­– il trasferimento delle relazioni di energia, sia ancora i limiti che si frappongono a superiori elaborazioni di enormi e iper complessi insiemi di dati. È forse questo il mistero del Logos contemporaneo. La quantistica fu e rimane infatti una prospettiva epistemologica della scienza che non trova concordi gli scienziati, Sebbene essi ammettano che le ipotesi elaborate in base alla teoria di Max Planck trovino sorprendentemente spesso rispondenza nella verifica empirica, ma con tempi lunghi e procedimenti complessi, trova costantemente avversari che richiamano le ragioni e le procedure dell’antico Logos. Sono ormai note, in proposito, le dissonanze tra Albert Einstein e Niels Bohr. Affermare che l’uomo sempre si ritroverà a affrontare e combattere rischi anche letali, nonostante l’avanzare del Logos e specie della Techné, ha un indubbio sapore metafisico. Credo di poter affermare che presumibilmente tale esposizione al rischio faccia parte, attingendo alle conoscenze antropologiche e storiche di cui disponiamo, della variabilità degli eventi e del governo del mondo. Individuare e valutare forme del senso con cui l’uomo cerca di incidere il mondo della vita (Lebenswelt) dovrebbe essere lavoro appassionante dello scienziato sociale purché egli sappia attingere al coraggio che gli viene dall’amore per la libertà.

Antonio Scaglia è nato a Storo (TN). Liceo classico, Bachelor-Licenza-Dottorato in Scienze sociali, Università S. Tommaso d’Aquino (Roma). Laurea in Scienze Politiche, Padova. Specializzazione in Metodi di ricerca, City University New York. Docente di Sociologia: Trento, Padova, Bolzano/Bozen, Innsbruck, Eichstätt/Ingolstadt, Reims, Santiago e Talca (Cile). Tra le pubblicazioni: Sacro e legittimazione del potere (Unicoop, 1977), La sociologia europea del primo Novecento. Il conflitto fra sociologia e dittatura (Angeli, 1992), Urban Sociology in International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences (Elsevier, 2001), Max Weber Idealtypus der nichtlegitimen Herrschaft (Leske+Budrich, 2001; Carocci, 2007), Orgoglio borghese e utopia popolare (Angeli, 2017), Democrazia e Impero (Rubbettino, 2018).

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