Sociologia delle relazioni interculturali, Ilenya CamozziProf.ssa Ilenya Camozzi, Lei è autrice del libro Sociologia delle relazioni interculturali edito dal Mulino: innanzitutto, quale definizione è possibile dare di «cultura»?
Quello di cultura è un concetto molto complesso che ha attraversato la storia del pensiero sociologico sin dalla sua nascita, a fine Ottocento. Le definizioni che ne sono state fornite differiscono spesso in rapporto al modo in cui le diverse tradizioni sociologiche guardano all’attore sociale, alla sua capacità di interagire con le istituzioni sociali e ai suoi sguardi interpretativi sulla realtà sociale. Tuttavia vi è oggi una sostanziale condivisione nell’intendere la cultura come quell’insieme di valori, norme, credenze e simboli grazie ai quali sono possibili le nostre azioni. È infatti proprio la cultura, per come l’abbiamo definita, che guida le nostre azioni e ci suggerisce in ultima istanza come agire.

Come avviene la costruzione delle differenze etnoculturali?
È di senso comune l’idea che le differenze culturali, soprattutto con riferimento a quelle che rimandano alle origini etno-nazionali, siano dati naturali e oggettivi. E che in ragione di questa visione esse siano immutabili. Le scienze sociali mostrano invece che quanto riteniamo come ‘dato oggettivo’ è frutto di un processo relazionale: occorre in sintesi che un primo soggetto definisca un secondo soggetto come ‘altro da sé’; non siamo dunque di fronte ad un soggetto ontologicamente ‘straniero’ o ‘altro’, bensì ad un soggetto rappresentato e costruito come tale dall’esterno. Questo processo – che emerge dall’interazione tra attori sociali – concorre pertanto a ‘costruire’ la differenza etnoculturale.

Quale rapporto esiste fra struttura sociale e processi culturali?
Il rapporto tra struttura e cultura è una questione che si trova al cuore della disciplina sociologica. Per cercare quindi di rispondere a questa domanda in modo sintetico, potremmo anzitutto sottolineare che a lungo si sono contrapposte due visioni deterministiche maturate nell’ambito del pensiero filosofico: da un lato, quella che riteneva una ‘supremazia’ della struttura sociale sulla cultura, o meglio l’effetto deterministico della struttura sulla cultura; dall’altro, quella che, al contrario, teorizzava l’effetto deterministico della cultura sulla struttura sociale. Le riflessioni contemporanee tuttavia tendono a leggere questo rapporto non in senso deterministico bensì in termini relazionali: struttura e cultura, quindi, si influenzano reciprocamente senza che nessuna delle due sia prioritaria sull’altra. Il loro è dunque un rapporto di influenza reciproca.

Quali sfide e opportunità offre il processo di globalizzazione culturale?
Il processo di globalizzazione è un fenomeno complesso che interessa più piani: quello economico-finanziario, soprattutto, ma anche quello politico e quello culturale; la globalizzazione ha poi implicazioni sul fronte delle biografie individuali, sui modi in cui i soggetti si rapportano al tempo e allo spazio e sulle loro appartenenze identitarie. Sul piano più strettamente culturale, la globalizzazione si traduce in un modo inedito di comunicare: il progresso tecnologico nel campo dei mezzi di comunicazione – pensiamo al web e ai social network – ci consente di comunicare con persone distanti fisicamente; in breve consente una comunicazione virtuale che tuttavia non è meno rilevante nella nostra vita quotidiana. I nuovi mezzi della comunicazione hanno per certi versi ‘rivoluzionato’ i rapporti intersoggettivi: mentre consentono processi comunicativi nuovi, spogliano i rapporti sociali basati sulla compresenza del loro significato originario. Anche sul piano dei consumi, i processi di globalizzazione culturale implicano nuovi scenari: è stato infatti sottolineato che la diffusione globale di merci e prodotti stia dando vita ad un processo di omologazione culturale (evocata ad esempio con il termine macdonaldizzazione). È stato tuttavia messo in luce che proprio per contrastare la tendenza all’omologazione dei consumi (e culturale), si siano invece rafforzate le scelte di consumo che anziché assecondare la dimensione globale emergono da contesti estremamente locali e comunitari (si pensi alla diffusione degli acquisti alimentari a kilometro zero e alla diffusione del second hand). In questo secondo caso, le scelte di consumo si connaturano per essere scelte anche di tipo politico, ossia volte a contrastare i rischi della globalizzazione – in particolare la crescita delle disuguaglianze economiche.

Su quali basi è possibile una comunicazione interculturale?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo anzitutto precisare che l’atto comunicativo non si esaurisce con l’espressione verbale ma è arricchito dai significati che i gesti, la postura e i movimenti del corpo veicolano; dobbiamo inoltre richiamare brevemente la storia della comunicazione interculturale, una disciplina che si è affermata a partire dal secondo dopoguerra e che ha tentato di mettere a punto gli strumenti cognitivi, linguistici ed etici finalizzati a favorire lo scambio comunicativo tra soggetti culturalmente diversi. L’ipotesi che ne è alla base è che il confronto tra contesti e modi di comunica­zione differenti sul fronte culturale consentirebbe di tenere sotto controllo la variabilità tra le culture e favorirebbe la messa in luce dei punti in comune. L’orientamento in questione è interessato alla comparazione tra le culture in relazione ai modelli valoriali, all’appartenenza identitaria e al senso di appartenenza nonché alle motivazioni dei soggetti. Si tratta tuttavia di una visione della comunicazione piuttosto astratta poiché sotto analisi sono le variabili culturali della comunicazione e non tanto i soggetti concreti. In anni recenti si è delineato un approccio alternativo allo studio della comunicazione interculturale: un orientamento che si concentra sull’aspetto concreto e quotidiano delle pratiche comunicative. In questo caso l’accento è posto sui significati che gli attori sociali attribuiscono alle forme comunicative, sulle contingenze in cui esse si generano e sul carattere mutevole dell’atto comunicativo.

La comunicazione interculturale può quindi essere intesa come un processo regolabile oppure come un esito soggetto alla contingenza delle relazioni intersoggettive quotidiane.

Quali ambiguità si nascondono nel concetto di multiculturalismo?
Il concetto di multiculturalismo è ormai entrato nel linguaggio comune ma i suoi significati sono molteplici; originariamente è stato suggerito negli anni Settanta, negli Stati Uniti d’America e in Canada con riferimento a specifiche politiche capaci di tutelare la differenza culturale. Il termine tuttavia indica anche un auspicio di carattere normativo affinché si dia una convivenza pacifica tra le differenze culturali. Non da ultimo il termine è utilizzato in senso descrittivo per indicare l’accresciuta pluralità culturale. Dietro a queste differenti interpretazioni del concetto si celano delle ambiguità che potremmo ricondurre anzitutto alla visione reificata della differenza, ossia al modo di intenderla come un dato oggettivo, di fatto non soggetta ad un processo di mutamento legato alle contingenze delle interazioni sociali. Il pericolo è dunque che, ad esempio, da un punto di vista politico si cerchi di regolare la convivenza tra le culture trascurando il fatto che le culture siano magmatiche e che il tentativo di tutelare la differenza oltre a incorrere nel rischio di oggettivizzarla possa portare a forme di esclusione sociale o di violazione del principio del merito, con riferimento, ad esempio, alle quote ‘etniche’ negli accessi all’università (cfr. Affirmative Action).

Quali sono i «nuovi» soggetti delle relazioni interculturali?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo chiarire un punto cruciale: le lenti che adottano le scienze sociali per studiare i fenomeni sociali sono talvolta sfuocate. Per questa ragione, alcuni fenomeni sociali non sono di per sé nuovi; sono stati piuttosto trascurati dalle scienze sociali. Prendiamo ad esempio le donne migranti. Importanti studi storiografici hanno messo in luce che le donne sono state protagoniste quanto gli uomini delle migrazioni di fine Ottocento eppure a lungo sono state definite soltanto come soggetti ‘al seguito’ (mogli, sorelle, figlie). Le scienze sociali le hanno quindi ingiustamente ‘trascurate’ per ragioni che possiamo ricondurre ad una visione androcentrica della realtà sociale. Oggi lo studio dei percorsi migratori femminili costituisce una fetta cruciale dello studio delle migrazioni e delle relazioni interculturali contemporanee (si pensi ad esempio alle donne del Sud del mondo impiegate come collaboratrici domestiche o assistenti alla cura della persona (di bambini e anziani) in molti paesi del Nord del mondo – compresa l’Italia). Allo stesso modo, i discendenti dei migranti – le cosiddette ‘seconde generazioni’ – sono stati a lungo trascurati dalle scienze sociali poiché le loro biografie e i loro percorsi di integrazione si pensavano sovrapponibili a quelli dei primo-migranti. Le caratteristiche dei discendenti dei migranti sono state avvertite come specifiche solo in un secondo momento e, in tal senso, le scienze sociali hanno elaborato lenti analitiche ad hoc per studiarle. In breve, quindi, siamo di fronte a ‘nuovi’ soggetti delle relazioni interculturali nella misura in cui le scienze sociali si sono accorte della loro esistenza solo in tempi più recenti.

Ilenya Camozzi è Professoressa associata di Sociologia della cultura presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca dove insegna Processi culturali e comunicativi e Relazioni interculturali. È coordinatrice della sezione Vita quotidiana dell’Associazione Italiana di Sociologia. È autrice dei volumi: Lo spazio del riconoscimento. Associazionismo migratorio a Milano (il Mulino, 2008), Sociologia delle relazioni interculturali (il Mulino, 2019), Sociologia della vita famigliare (in corso di pubblicazione) (Carocci, 2020, con C. Satta e S. Magaraggia).

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