“Sociologia del lavoro educativo” di Walter Stefano Baroni

Walter Stefano Baroni, Lei è autore del libro Sociologia del lavoro educativo edito da Carocci quale rilevanza hanno assunto, negli ultimi decenni, lavoro educativo ed educazione?
Sociologia del lavoro educativo, Walter Stefano BaroniNegli ultimi decenni abbiamo assistito a un allargamento impressionante del novero delle figure che si occupano di educazione. Siamo passati dalla centralità del docente – nelle vesti di maestro o maestra delle elementari, professore o professoressa delle scuole superiori fino allo studioso che esercita la propria funzione magistrale in università – a una vera e propria polverizzazione delle professioni educative. Coach, formatori aziendali, mentor, educatori socio-sanitari e socio-pedagogici e tra questi operatori di comunità, di territorio, della riabilitazione, e così via. Basta guardare gli annunci di lavoro del settore per restare sbalorditi dalla varietà di ruoli proposti. In un certo senso, si potrebbe anche parlare di una bolla educativa – analoga a quella finanziaria che aleggia come una nube oscura sulle nostre teste. La ragione? Al di là delle micro-logiche di legittimazione che caratterizzano le istituzioni che producono queste figure – se allestisco un percorso di certificazione per una professione devo fare riconoscere socialmente (dal mercato o dallo stato, poco importa) quella stessa professione, altrimenti mi muovo in un mercato vuoto, cioè rimango senza clientela o utenza – credo la questione sia un indicatore di una transizione culturale più ampia. Storicamente, l’educazione è stata prima appannaggio delle istituzioni ecclesiastiche e successivamente degli stati nazionali. In un caso si trattava di produrre dei soggetti educativi a vocazione universalistica – i mediatori simbolici tra mondo terrestre e divinità – nell’altro invece di legittimare le classi dirigenti nazionali – e in Italia il tutto si è tradotto con un’inflazione di avvocati a gestire l’amministrazione dello stato e l’intermediazione tra cittadini e lo stato adesso. Attualmente, l’idea egemone è che l’educazione costituisca il capitale umano necessario alla competizione internazionale. Si tratta di una forma di legittimazione delle pratiche educative che, benché considerata indiscutibile e naturale, è relativamente nuova – direi che ha una cinquantina di anni di vita – e assolutamente originale.

Qual è il significato sociale dei processi educativi?
La legittimazione dei processi educativi passa attualmente attraverso il discorso del mercato. L’educazione deve tendere all’eccellenza, salvo che quest’ultima non ha nulla a che fare con l’areté greca, ma con il miglioramento della performance di sé in termini imprenditoriali. Educare se stessi, nonostante molte letture eufemistiche di questa pratica, significa investire su di sé, calcolare con intelligenza e lungimiranza in quali percorsi formativi siano maggiormente redditizi. La sanzione dell’educazione è il mercato in cui si muovono uomini e donne imprenditori e imprenditrici, che, se fanno gli investimenti giusti, vedranno valorizzati – in termini economici – i propri sforzi di formazione. Ovviamente questa stessa logica si può applicare in forma minore a tutti quei soggetti ai margini della società, il cui miglioramento di sé si tradurrà nella semplice inclusione subordinata nello spazio sociale. In questo caso, la retorica educativa si edulcora e si fonda sulle filosofie della cura, ma, di fatto, la logica resta la stessa – e infatti i soggetti marginali devono farsi carico in prima persona del loro reinserimento, altrimenti non sono altro che parassiti irrecuperabili. Questo, ovviamente, a livello di mitologie pubbliche – cioè discorsi pubblicamente vigenti, che sono implementati nelle retoriche operative di qualunque istituzione educativa, assumendo così un carattere vincolante. La realtà poi è diversa. Molti operatori educativi, benché costretti nel letto di Procuste del discorso pedagogico egemone, svolgono il proprio lavoro in modo dissonante rispetto a quest’ultimo, anche se con costi cognitivi piuttosto alti. Per quanto riguarda invece l’educazione, per così dire, business-oriented, almeno in Italia, la faccenda assume dei contorni grotteschi. Dato il tessuto produttivo del paese, composto di piccole imprese fameliche e sottocapitalizzate, la formazione per l’azienda – nella forma di lauree, master o corsi specialistici – è praticamente inutile – i percorsi di laurea italiani sono quelli il cui ritorno economico è tra i più bassi in Europa. Si assiste così allo spettacolo pietoso per cui alle retoriche sul valore dell’educazione riprodotte dal sistema mediatico, politico ed economico corrisponde una riproduzione castale della società – con i figli di notai che fanno i notai, i figli di medici che fanno i medici, i figli di operai con la laurea (se ce ne sono) che fanno gli operai.

Quali modelli teorici rappresentano, dal punto di vista sociologico, l’educazione?
La fondazione della sociologia del XX secolo a opera di Durkheim è caratterizzata da una fortissima preoccupazione pedagogica: la sociologia nasce con l’obiettivo di sanare il caos della modernità – ovviamente senza riuscirci, ma questo è un altro discorso. Da questo punto di vista, il progetto sociologico europeo, così come quello nordamericano, sono caratterizzati da una volontà di potenza pedagogica e normativa piuttosto evidente. Al di là di questo, dal mio punto di vista i contributi più originali e interessanti sulla questione sono quelli offerti dalla sociologia neo-istituzionale di John W. Meyer e Brian Rowan, messi a punto a cavallo tra gli anni settanta e ottanta del XX secolo. Purtroppo si tratta di lavori che sembrano essere rilevanti soltanto nell’ambito delle teorie organizzative, dimenticando che il lavoro dei neo-istituzionalisti aveva, tra i propri oggetti d’elezione, proprio la scuola – e, a mia conoscenza, le loro ricerche sull’argomento non sono state tradotte in italiano, forse perché considerate troppo interessate al modello scolastico statunitense. In ogni caso, l’idea centrale di questi studiosi mi pare di grande attualità: inutile chiedersi perché la scuola – ma in generale qualunque istituzione educativa, aggiungerei – non funziona come dice di funzionare. Lo scarto tra il discorso che le organizzazioni tengono su di sé e il modo in cui operano è costitutivo e irriducibile. Un conto è quello che si afferma in pubblico – il campo delle mitologie istituzionali, secondo la prospettiva neo-istituzionale – un conto quello che si fa all’interno del perimetro organizzativo. Le retoriche pedagogiche delle organizzazioni educative costituiscono la loro “facciata cerimoniale” di cui si occupano specifici professionisti, mentre al loro interno si va avanti con un bricolage operativo la cui natura spesso sfugge a chi è impiegato al loro interno.

Dove lavorano coloro che si occupano di educazione?
Tralasciando figure dedite alla formazione aziendale e quelle inquadrate all’interno del sistema scolastico, educatori ed educatrici – di cui il libro si occupa – sono figure affogate all’interno dell’universo del social working. Questo significa essere impiegati all’interno della rete di cooperative sociali e fondazioni che occupano i quasi mercati dei servizi alla persona, prodotti attraverso decenni di tagli al welfare territoriale – peraltro, i fondi rimasti finiscono in larga parte a sostenere servizi per la terza età, sia a causa dell’invecchiamento del paese, sia perché, più banalmente, gli anziani votano, i bambini e gli adolescenti no. Nonostante l’avanzamento nella credenzializzazione di queste figure – penso alla legge Iori, soprattutto – la situazione è semplicemente disastrosa. Educatori ed educatrici sono pagati male – soprattutto se si pensa ai rischi legali che sono connessi alla professione – sono spesso costretti al doppio lavoro per portare a casa uno stipendio non decente, ma che almeno consenta un’autonomia minima, e sottoposti a pressioni e ricatti da parte di organizzazioni più o meno grandi che considerano i contratti di lavoro al pari degli orari ferroviari – qualcosa di cui tutti conoscono l’esistenza, ma a cui nessuno crede davvero, visto che gli sforzi per rispettarli sono praticamente nulli. Speriamo qualcosa cambi, ma non si può che essere ragionevolmente pessimisti su una trasformazione in tempi brevi.

Chi sono i lavoratori dell’educazione e qual è la loro immagine pubblica?
Nel libro è presente una rapida rassegna della rappresentazione pubblica degli educatori e delle educatrici nella cultura pop, in particolare nel cinema. Sinteticamente: esistono in una condizione di invisibilità. Il centro della scena è ovviamente occupati dagli insegnanti – da Mr Chips in Gran Bretagna agli insegnanti delle periferie degradate delle grandi città statunitensi, per quanto riguarda Hollywood. Agli assistenti sociali va meglio, ma gli assistenti sociali – anche quando si occupano del reinserimento sociale di bambine demoniache come in Case 39 (2009) – non corrispondono alla figura degli educatori e delle educatrici, almeno come li intendiamo in Europa. Nel giardino chiuso del cinema italiano quel poco che si trova è da dimenticare immediatamente. Si oscilla tra la commediola di “sinistra” – Si può fare (2008), con Claudio Bisio – e il melodramma della paternità tradita – L’aria salata (2006). Unica eccezione, che vale la pena vedere, per l’intelligenza del lavoro svolto, è il bel film francese The specials. Fuori dal comune (2019), con Vincent Cassel – se si ignora la surreale traduzione del titolo a opera del distributore italiano. Tutto ciò non è sorprendente: lavoratori e lavoratrici a cui è riconosciuto scarso prestigio sociale, nonostante la delicatezza dei loro compiti, perdono il diritto alla rappresentazione per il grande pubblico. Forse, sarebbe il caso di fare come la National Association of Social Workers negli Stati Uniti e istituire una commissione che promuova l’immagine pubblica di educatori ed educatrici.

Con chi lavora chi lavora in educazione?
Credo che la risposta sia implicitamente contenuta in quello che scrivevo prima: con chiunque ormai. Gli utenti delle istituzioni educative e formative ormai sono legione. Se chiunque – secondo le logiche neoliberali contemporanee – deve migliorarsi, ognuno è passibile di consulenza educativa. A questo punto, per capire come vanno le cose, ci sono solo due strade davanti. O si allineano empiricamente le nuove categorie di utenti dell’educazioni – strada che ha senso ovviamente percorrere, anche se il rischio è quello letterario dell’”accumulazione caotica” – o si cerca di comprendere l’invarianza della macchina educativa applicata a un insieme di soggetti assolutamente eterogeneo. Io ho scelto la seconda strada, cercando di descrivere l’azione educativa in termini discorsivi, come ingiunzione paradossale – la cui forma elementare è rappresentata dal comando “sii un altro” al quale si può obbedire solo disobbedendo. Dal mio punto di vista è la cosa più interessante del libro, anche se è un’idea allo stato di abbozzo, che andrebbe ulteriormente messa a punto per valutarne la capacità di descrivere il campo in questione.

Walter S. Baroni insegna Sociologia della comunicazione e Sociologia dell’educazione presso l’Università di Milano-Bicocca. Tra le sue pubblicazioni: Contro l’intercultura (ombre corte, 2013), Cultura della vulnerabilità (con Gabriella Petti; Pearson 2014) e Autobiographical cultures in post-war Italy. Life-Writing, communism and feminism (I.B. Tauris, 2021).

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