Sociologia del carcere, Francesca VianelloProf.ssa Francesca Vianello, Lei è autrice del libro Sociologia del carcere edito da Carocci: quali prospettive teoriche sono impegnate nell’analisi sociologica dell’istituzione penitenziaria?
Il testo presenta in modo introduttivo le principali prospettive che in ambito sociologico si sono confrontate con il tema del carcere. Ogni capitolo si apre con alcune domande a cui le diverse letture hanno tentato di offrire una risposta. Il primo capitolo è dedicato alle analisi proposte dagli storici sociali che hanno voluto cercare una risposta alla domanda: quando e perché nasce il moderno penitenziario? Come ben sottolinea Cohen, se pare esservi un generale consenso sull’epoca storica che vede l’emergere ed il consolidarsi del carcere come lo conosciamo oggi, molto diverse sono le spiegazioni offerte del perché, ovvero in risposta a quali esigenze sociali, il carcere si sia affermato quale risposta al fenomeno criminale. Il secondo capitolo affronta invece un’altra importante domanda: a che cosa serve il carcere, quali sono le sue funzioni? Si tratta della prospettiva sociologico-giuridica che, senza affidarsi alle risposte che la scienza del diritto offre da un punto di vista interno, si confronta con la criticità delle funzioni dichiarate del carcere e con la necessità di indagare anche da un punto di vista sociologico ed empirico i principi fondativi della sanzione detentiva. Il terzo capitolo propone invece una panoramica delle diverse teorie che si sono occupate di descrivere l’organizzazione della vita sociale all’interno del carcere, rispondendo così alla domanda: come si struttura la quotidianità penitenziaria? A che processi vanno incontro gli attori sociali che entrano nell’istituzione totale? Sono temi a cui tengo molto perché introducono l’opportunità di promuovere la ricerca sociologica all’interno degli istituti penitenziari che in Italia si sta sviluppando, con grande ritardo, solo negli ultimi anni. L’ultimo capitolo risponde alla domanda: chi c’è oggi in carcere? Qual è la composizione sociale della popolazione detenuta? Quali sono le criticità con cui le più recenti normative devono confrontarsi? E, infine, a che esigenze le recenti proposte di riforma del carcere non hanno saputo rispondere?

Quali sono le origini del carcere e i suoi successivi modelli di sviluppo?
Come si diceva, se esiste un consenso sull’epoca in cui, a cavallo tra Settecento e Ottocento, la reclusione diventa il principale strumento sanzionatorio in ambito penale e il vecchio sistema di imprigionamento si trasforma in quello che Beaumont e Tocqueville definiranno il nuovo sistema penitenziario, contrastanti sono invece i tentativi di ricostruzione del perché ciò avvenga. A fini analitici il testo ricostruisce e propone tre letture: la prima, riferibile al modello idealista, presenta il carcere odierno come il punto di arrivo di una storia di riforme aventi come obiettivo l’umanizzazione della pena. Si tratta di un mito fondatore, in Italia riferibile alle teorizzazioni di Beccaria, che ancora oggi legge il consolidarsi del penitenziario come il risultato di un processo evolutivo in campo culturale, del progresso scientifico e dell’evolversi delle sensibilità. In tempi più recenti questo modello saluta il potenziamento del trattamento penitenziario e il recente emergere dei diritti dei detenuti come delle conquiste che progressivamente rafforzano il volto umano del carcere. Una lettura diversa dei modelli di sviluppo del carcere pone invece l’accento sulla relazione tra congiuntura economica e forme del penitenziario moderno. Si tratta del modello strutturalista che, a partire dagli studi di Rusche e Kirchheimer ripresi in Italia da Melossi e Pavarini nel testo “Carcere e fabbrica”, propone una spiegazione storico-materialista dei cambiamenti delle pratiche penali. È un modello che, aggiornato, è sostenuto ancora oggi da chi ritiene di dover cercare nell’economia politica di un dato periodo storico gli elementi che fondano l’evoluzione delle pene. Un terzo modello, che nel testo viene definito disciplinare, individua invece le origini della prigione nelle esigenze storicamente determinatesi dell’ordine sociale. In origine l’istituzione carceraria sarebbe deputata alla segregazione e al disciplinamento di quella massa di persone, mobile e senza lavoro, che rappresenta una minaccia per l’emergere del moderno ordine sociale. Di questo modello rimane oggi l’idea, empiricamente discutibile, che il trattamento penitenziario possa “rieducare” il detenuto, ricondurlo alla funzionalità e favorirne il reinserimento sociale.

Quali sono i principi fondativi della pena detentiva?
Storicamente i principi fondativi della pena detentiva sono rinvenibili nella filosofia retributiva, riconducibile alla scuola classica del diritto penale, e nella filosofia della rieducazione, discendente dalle teorizzazioni della scuola positiva del diritto penale. Le teorie del primo tipo sono conosciute come teorie assolute della pena, nella misura in cui sanciscono un valore della retribuzione in sé, indipendentemente dalla sua utilità sociale. La pena per essere equa dev’essere proporzionale al danno commesso e certa nella sua durata. L’attore sociale immaginato dalla scuola classica è infatti un soggetto razionale, in grado di prevedere i rischi che si assume con il proprio comportamento nel contesto delle norme e delle sanzioni vigenti. Le teorie positiviste invece hanno in mente un attore sociale completamente diverso, influenzato da fattori ambientali e sociali esterni, dalla disponibilità di risorse e opportunità, e tendono a legare la criminalità alla presenza di uno svantaggio sociale: una famiglia “disfunzionale”, l’appartenenza ad una “subcultura”, una condizione di marginalità sociale possono concorrere, in una prospettiva eziologica, a spiegare il comportamento criminale. Da qui discende l’opportunità di mettere a disposizione risorse utili al trattamento e alla rieducazione del condannato e di modulare la pena in risposta al riscontro in termini di comportamento intramurario. Secondo alcuni la funzione rieducativa sarebbe una funzione accessoria della pena, il cui valore assoluto rimarrebbe nella retribuzione del danno provocato dal reato. Nonostante che sia sempre citato a sostegno del fondamento rieducativo della pena detentiva, non aiuta la dicitura dell’articolo 27 della nostra Costituzione che, pur avanzando in modo esplicito l’idea che la pena debba “tendere alla rieducazione del condannato”, non arriva fino a negare legittimità ad una giustificazione meramente retributiva della pena detentiva.

In che modo è possibile studiare il carcere come mondo sociale e analizzare le dinamiche della vita detentiva?
Da un punto di vista sociologico il carcere può essere studiato come una società particolare, un ambiente morale e sociale unico, al cui interno si possono analizzare, quasi fosse un laboratorio delle relazioni umane, dinamiche sociali utili alla comprensione della società più ampia. A partire dagli interessi che hanno mosso le prime ricerche di sociologia carceraria, interessate alla natura, alle conseguenze e ai limiti dei sistemi di dominio, è possibile guardare al carcere per domandarsi: come si costruisce l’ordine all’interno di un mondo sociale composito e differenziato? Come si gestisce il conflitto? Quali sono i meccanismi della socializzazione alla subcultura carceraria, quali le pratiche dell’oppressione e le possibilità di resistenza (visto che, come notoriamente sostenuto da Foucault, dove c’è potere c’è sempre resistenza)? E ancora: quali sono le conseguenze della diseguaglianza sociale, delle relazioni di potere, della convivenza interculturale? L’idea sottesa all’osservazione etnografica del campo del penitenziario è che il carcere possa costituire un laboratorio all’interno del quale riscontrare in forma cristallizzata dinamiche e tendenze che in forma diluita – e quindi meno immediatamente visibile – sono onnipresenti nella vita sociale. Mi preme dire che perché questa linea di ricerca sia percorribile è assolutamente necessario che la sociologia carceraria si riconosca – e venga riconosciuta – come un ambito autonomo di studio e di ricerca, e abbandoni gli intenti correzionali che definiscono il terreno della cosiddetta “criminologia amministrativa”. Detto più chiaramente, e non intendendo trascurare in alcun modo le possibili implicazioni politiche dei risultati della ricerca sul carcere, va ribadito che compito della sociologia carceraria non è quello di porsi al servizio dell’amministrazione della pena ma, semmai, di promuovere una proficua riflessione sulle sue pratiche e le sue finalità.

Qual è la composizione sociale della popolazione detenuta?
Nel corso di Sociologia della devianza presento ai miei studenti il carcere come il precipitato delle politiche di criminalizzazione. Dopo aver spiegato che la configurazione del fenomeno criminale è il risultato di processi selettivi (la selezione dei beni degni della tutela rafforzata offerta dalla legge penale, la selezione attuata attraverso le pratiche investigative delle forze dell’ordine e la selezione prodotta dalle attività interpretative dell’autorità giudiziaria) andiamo a vedere qual è la composizione sociale della popolazione detenuta: tendenzialmente, ovunque, povera gente. In Italia la popolazione detenuta è costituita prevalentemente da uomini adulti relativamente giovani (tre quarti della popolazione detenuta ha tra i 25 e i 50 anni) con un limitato livello di istruzione, trascorsi di dispersione scolastica (che a volte vengono recuperati proprio in carcere), di disoccupazione o di precarietà lavorativa. Tra i detenuti italiani, la provenienza regionale vede una netta prevalenza delle regioni più povere del Sud Italia. Si tratta di una popolazione socialmente debole, senza significative risorse personali e di contesto. La situazione è aggravata dalla cospicua presenza di detenuti stranieri, circa un terzo del totale, con punte anche del 50% negli Istituti del Nord. Tale realtà, risultato congiuntamente di condizioni di vita particolarmente precarie e di controlli maggiormente restrittivi nei confronti dei migranti, è riferibile spesso a reati di lieve o media entità e collegabile soprattutto alla rilevanza che per gli stranieri assume la custodia cautelare, non presentandosi per loro quelle condizioni di affidabilità sociale (una casa, un lavoro, un sostegno esterno) che consente agli Italiani di evitare il carcere. Altri fenomeni rilevanti per la composizione della popolazione detenuta sono la tossicodipendenza (sono più di un terzo i detenuti presenti per violazione delle leggi sulla droga) e il disagio mentale. Complessivamente possiamo dire che il carcere si presenta a tutti gli effetti come un contenitore della marginalità sociale.

Quali sono le problematiche emergenti sulle condizioni di detenzione e i diritti dei detenuti?
Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato il nostro Paese per trattamento inumano e degradante, a causa dello stato deplorevole in cui spesso si trovano a vivere i detenuti. Il problema principale (ma non l’unico) è stato individuato nel sovraffollamento, che oltre a costringere i detenuti in spazi vitali indegni finisce sempre per avere delle ripercussioni sulla disponibilità di risorse materiali e trattamentali all’interno degli Istituti. Negli anni successivi abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi tesi a contenere il fenomeno promuovendo delle alternative al carcere in entrata e un potenziamento delle pene alternative al carcere già esistenti in uscita. Tra il 2015 e il 2016 gli Stati generali dell’Esecuzione penale hanno rappresentato un originale esperimento di riflessione e discussione sul carcere creando importanti aspettative di riforma. In questa sede sono emerse, all’interno dei 18 Tavoli di discussione composti da più di 200 esperti sul territorio nazionale, le principali criticità relative all’urgenza di un potenziamento dell’esecuzione penale esterna e, dentro al carcere, la necessità di una maggior tutela dei diritti dei detenuti. Importanti elaborazioni hanno riguardato i temi della salute, del lavoro e dell’affettività, ma anche le forme della gestione degli istituti e i rapporti con i servizi territoriali. La successiva discussione alla Camera ha portato nel 2017 all’emanazione di una legge delega per la riforma dell’ordinamento penitenziario da realizzarsi entro un anno. Purtroppo, in un clima particolarmente acceso per la prossimità della cadenza elettorale, i decreti attuativi della legge delega hanno saputo tradurre solo in minima parte l’esito delle riflessioni avanzate dagli esperti, con il sacrificio di alcune importanti proposte che avrebbero inciso significativamente sulla qualità della vita detentiva.

Francesca Vianello, ricercatrice confermata in Sociologia del diritto, della devianza e del mutamento sociale, insegna Sociologia della devianza presso l’Università di Padova. È direttrice del Master interateneo in Criminologia critica e sicurezza sociale delle Università di Padova e di Bologna. Responsabile scientifico di progetti europei e nazionali sulle condizioni di detenzione, è autrice di numerose pubblicazioni nell’ambito della sociologia del diritto penale e della sociologia carceraria.