Professor Viviani, Lei è autore del libro Sociologia dei partiti. Leader e organizzazioni politiche nelle società contemporanee pubblicato per i tipi di Carocci: in epoca di populismi e antipolitica, qual è lo stato di salute dei partiti?
Sociologia dei partiti. Leader e organizzazioni politiche nelle società contemporanee Lorenzo VivianiQuando si parla di crisi dei partiti politici in realtà evochiamo un’immagine presente nella discussione pubblica ormai da anni, si potrebbe dire da qualche decennio. I partiti, o meglio i partiti di massa eredi delle ideologie e della società divisa nelle geometrie esatte delle classi sociali del Novecento, non esistono più, da tempo. Da molto prima dell’ondata di populismi e di antipolitica che caratterizza le democrazie e le società occidentali nell’ultimo decennio. I partiti a cui facciamo riferimento, i partiti che integravano masse sociali (operaie, cattoliche, etc.), che si articolavano nei territori con le loro sezioni, che costruivano essi stessi delle forme di welfare attraverso associazioni, case del popolo, attività di sostegno economico, dopo-scuola, cooperative di consumo, sono venuti meno con la modernizzazione e la costituzione dei sistemi di welfare pubblici. La cattiva salute dei partiti tradizionali è quindi paradossalmente il risultato di un loro effetto storico positivo nello strutturare democrazie di massa e inclusive. Tuttavia quando si parla dei partiti l’accento è costantemente incentrato sulla “crisi”. La crisi dei partiti è crisi di un particolare modello e di alcune particolare funzioni storicamente associate ai partiti. I partiti non sono organizzazioni immutabili, al tempo stesso modificano l’ambiente sociale di riferimento e da questo sono modificate. Il problema dei partiti politici come strumenti delle democrazie rappresentative esiste fin dalla loro nascita, ora in nome di una frammentazione portata alla società, ora in nome di una loro ipertrofia (la partitocrazia), ora in nome di una loro debolezza che ne fa attori subalterni agli interessi organizzati. Il problema attuale dei partiti politici tradizionali, mainstream, ossia quei partiti che derivano dalle famiglie politiche formatesi nel Novecento, è la perdita di fiducia e di legittimazione derivante dalla fine della funzione di identificazione sulla base di appartenenze ideologiche. I partiti rimangono così partiti che “si ritirano” dalla società allo Stato, divenendo parte integrante delle istituzioni con la loro classe politica eletta. In questa fase ciò che si accresce è il divario fra la minor legittimazione popolare derivante dalla necessità di una riscrittura del legame fra la frammentazione di cui si compone la società a modernità avanzata e l’accresciuta attribuzione di potere del ceto politico. La crisi dei partiti è in realtà una profonda fase di trasformazione fra i partiti espressioni delle fratture sociali tradizionali, e delle ideologie a queste connesse, e la necessità di una nuova articolazione delle identità sociali e politiche nella democrazia avanzata. Una democrazia che non può fare a meno di partiti politici, di cui non esistono equivalenti funzionali nello strutturare la parte procedurale-elettorale della democrazia stessa, ma che non ha più la sua centralità nella loro funzione di intermediazione. Indagare lo stato di salute dei partiti non è quindi un mero esercizio di analisi organizzativa, ma richiede uno sguardo più ampio della sociologia politica nel leggere la trama del mutamento al tempo stesso delle società, della rappresentanza politica, delle basi sociali della democrazia, della personalizzazione della politica e nelle funzioni assolte dai partiti nelle istituzioni e nella società.

2) La forma partito sta definitivamente tramontando di fronte alle sirene della democrazia diretta online?
La democrazia online rientra fra gli strumenti di disintermediazione fra politica e individui. Una società frammentata in cui l’individualizzazione diventa costruzione personale e personalizzata di relazioni con la politica e con i politici, senza più la necessità di organizzazioni intermedie con il compito di offrire lappe cognitive rispetto ai fenomeni che avvengono nella quotidianità. Se un tempo si andava in sezione per avere notizie sugli eventi politici, su come interpretarli alla luce di un’ideologia, sulla reazione da tenere in ambito pubblico rispetto a determinate scelte, quel tipo di semplificazione ha ceduto il passo a una relazione diretta fra individuo sempre più autonomo nel processo di costruzione identitaria ed eventi sociali e politici. La rete è un amplificatore rilevante non solo del processo di comunicazione ma dell’ancor più rilevante processo di acquisizione e di scambio di informazioni, opinioni, possibilità di connessione. La democrazia online rende possibile bypassare le mediazioni politiche, ma al tempo stesso si inserisce in quel processo di trasformazione della democrazia, e della società, descritto come democrazia dell’audience. L’audience prevede un pubblico che assiste allo spettacolo della politica, un pubblico che non ha più il carattere di un gruppo sociale coeso che viene reso politicamente attivo nel suo perimetro identitario dai partiti, ma che consegna all’individuo un ruolo apparentemente attivo nell’intervenire autonomamente il suo spazio nella sfera pubblica, ma di fatto rendendolo parte di una massa frammentata con legami orizzontali deboli. In altri termini potremmo dire che anche il web si presta a forme di manipolazione della democrazia che da essere campo di partecipazione diventa luogo della mobilitazione intermittente e non della partecipazione effettiva alle decisioni. Bisogna poi precisare che la forma partito del Novecento si è retta non solo sulla partecipazione, ma sulla legittimazione che derivava dal ruolo delle ideologie che rendevano possibile una diseguale distribuzione di potere fra i capi, da una parte, e dall’altra i militanti di base e i semplici iscritti. Con la democrazia online si democratizzano i partiti? Apparentemente sì, tuttavia le attribuzioni crescono in termini soprattutto di partecipazione ai processi di selezione della leadership, ma di fatto ciò avviene nell’ambito di una atomizzazione della membership dei partiti. Le stesse prospettive deliberative rese possibili dalla democrazia elettronica contribuiscono ad alimentare una retorica della partecipazione e della democrazia interna più di quanto riescano in realtà a creare legami orizzontali di reale discussione e di nuova partecipazione fra cittadini. Il web è un moltiplicatore di possibilità, ma al tempo stesso è uno strumento manipolabile. Inoltre, come ogni strumento che incide sulla parte procedurale della democrazia (compresa la democrazia nei partiti), non risolve il problema della legittimazione che deriva dalla parte ideale/identitaria che continua a rappresentare il problema della nuova configurazione della politica e dei partiti nella fase attuale della democrazia.

3) Sembra definitivamente conclusa l’epoca dei partiti di massa a favore di una sempre maggiore personalizzazione della politica e dei partiti personali: si è passati dalla coscienza di classe alla difesa degli interessi di un uomo solo?
La personalizzazione della politica risponde a un generale processo di individualizzazione che si presenta nella società così come nella politica. La disintermediazione fra politica e società deriva dalla fine della classi sociali e delle identità del Novecento. L’individuo è posto al centro di un processo di relazione immediata con gli eventi politici e con le scelte politiche come singolo, nell’autonomizzarsi stesso sia delle informazioni, sia del processo di costruzione di un’identità politica. Di fatto la personalizzazione determina la relazione diretta dell’elettore con la personalità del candidato, e del singolo candidato con l’elettore, senza la mediazione di riferimenti ideologici o di mediazione organizzativa da parte dei partiti come comunità intermedie. La personalizzazione, quindi, di per sé è un processo, un movimento dalla rilevanza degli attori collettivi a quella degli attori individuali. A questa si affianca un ulteriore processo che è la personalizzazione della leadership di vertice, ovvero il rafforzamento, più o meno istituzionalizzato, del potere nelle cariche monocratiche di vertice. In altri termini, i Presidenti, i Sindaci, i Leader dei partiti, acquisiscono nuove attribuzioni di potere a discapito delle organizzazioni intermedie. Dal punto di vista delle trasformazioni dei partiti questo non è la causa della fine dei partiti di massa, quanto il manifestarsi di una trasformazione. Una trasformazione che non è la variabile indipendente nel superamento della tutela di interessi collettivi a discapito di destini individuali. La coscienza di classe esisteva come riferimento identitario creato grazie all’azione di partiti politici che rendevano politicamente attiva, attraverso l’organizzazione e il ruolo dell’ideologia, la frattura fra capitale e lavoro. Una volta che quella frattura viene riassorbita, almeno nei termini tradizionali, dalla modernizzazione, dai sistemi di welfare, dall’integrazione delle masse operaie nel circuito della democrazia, la valenza programmatica e ideale di quella frattura sociale viene meno. Questo, ovviamente, non vuol dire che oggi sia possibile solamente l’approdo a una politica che ha come riferimento di scelta e di riconoscimento la persona del leader, o l’immagine del leader. Nella società esistono fratture sociali ancora non rese politicamente attive, legate alle nuove forme di precarietà, al mutamento dei valori, all’indebolimento del ceto medio. Una politica incentrata unicamente sulla leadership, spesso di tipo populista, costituisce una supplenza “debole” in una fase di passaggio e di necessaria riconfigurazione della politica, ma non costituisce, almeno nel suo formato attuale, la nuova configurazione della politica. La leadership è rilevante, ma la personalizzazione della politica e della leadership non equivalgono alla sola prospettiva di partiti personali o di una micro-personalizzazione che attiva forme di scambio clientelare. Né la rilevanza della leadership porta di per sé al dilagare del fenomeno populista. L’esistenza di leadership personalizzate non equivale alla fine dei partiti, né tantomeno assolve la politica dalla riorganizzazione delle nuove conflittualità sociali e dalla sfida della riconfigurazione della rappresentanza democratica. Le democrazie avanzate non possono fare a meno di partiti in cui i leader hanno sicuramente un ruolo centrale, tuttavia per un sistema politico e democratico maturo i partiti devono sopravvivere ai singoli leader.

4) Nel Suo testo Ella tratta del “network party”: cosa si intende con questa espressione?
L’idea di una riconfigurazione dei partiti e del modello di network party nasce esattamente dal tentativo di leggere le trasformazioni in atto con un modello di sviluppo della politica che tiene conto del fatto che i partiti non sono più interpretabili come organizzazioni fortemente strutturate che rispecchiano la società del Novecento. Il partito si fa network, dismette alcune funzioni tradizionalmente associate alla sua organizzazione interna e alla strutturazione nel territorio per penetrazione organizzativo-burocratica, e mantiene la formazione della classe dirigente, la selezione del personale e la parte procedurale-elettorale. Se queste funzioni appartengono all’organizzazione del partito propriamente detta, esistono poi una serie di realtà associative, culturali, di tutela e promozione di interessi, di movimenti, di partecipazione attiva dei cittadini che pur non facendo espressamente parte delle attività “istituzionali” del partito, tuttavia rientrano nella rete di cui si compone il network politico corrispondente a un’identità politica. Il network non è semplicemente un’area e non si risolve nella tradizionale struttura burocratica. Progressivamente, e ciò per ora avviene prevalentemente a livello locale, si crea una contaminazione e una frequentazione fra società civile e società politica senza collateralismi e senza colonizzazione della prima da parte della seconda, ma in un’ottica di rete costante in cui l’organizzazione partito è una delle componenti del network che assolve alle funzioni di cui sopra. Il network party si presta così, da una parte, a nuove possibilità di elaborazione identitaria e culturale mettendo in connessione esperienze e un processo dialettico plurale di aggregazione di domande sociali, e dall’altra a un processo di selezione di una leadership di vertice che ne esprima la sintesi in termini di direzione politica. Il network party non è quindi in contrasto con la personalizzazione e con il rafforzamento della leadership, ma a sua volta costituisce e stabilisce un campo politico-sociale di riferimento da cui quella leadership scaturisce e che sopravvive alla leadership stessa. Il network party può costituire una evoluzione dei partiti mainstream, di fatto recuperando una legittimazione del ruolo del partito e del suo ceto politico a partire dalla pluralizzazione delle sue facce, includendo esperienze territoriali e associative diverse, in una nuova forma di partecipazione che si avvale sia di strumenti online, sia del recupero di luoghi fisici di discussione diversi dalle sole sezioni, e infine, in quest’ottica, di forme deliberative e partecipative fra cui le stesse elezioni primarie (come strumento e non come surrogato di identità).

5) Sempre nel Suo testo, si tratta di cartellizzazione dei partiti
La prospettiva del cartel party è stata introdotta dall’articolo di Richard Katz e Peter Mair apparso nel 1995 sulla rivista Party Politics, e di fatto esprime la tendenza dei partiti mainstream a “fare cartello” sia in ordine alla distribuzione delle risorse pubbliche sia in riferimento ad una più generale pratica per tener fuori dal campo politico alcuni temi e alcune forze politiche potenzialmente disgreganti per il mantenimento dell’equilibrio dei partiti tradizionali. Una sorta di “patto di sindacato” non scritto per il quale i partiti mainstream operano una collusione su una serie di politiche pubbliche e di scelte di governo. Non si tratta quindi di alleanze elettorali o di cartelli di partiti sotto la stessa insegna in una lista elettorali, ma di un fenomeno di “auto-protezione” che in parte ricorda la legge ferrea delle oligarchie di partito di Michels: in questo caso sono i partiti che sostituiscono i propri fini originari a vantaggio e a tutela della propria sopravvivenza, della propria riproduzione e delle proprie attribuzioni. La cartellizzazione esprime così quanto abbiamo visto accadere a partire dagli anni Novanta in poi, e in particolare in questa fase delle democrazie europee, ossia il costituirsi di una frattura fra partiti dell’establishment, i partiti della destra e della sinistra tradizionale, e partiti dell’anti-establishment, la nuova destra e della nuova sinistra radicali, e in particolare i partiti populisti. La crisi dei partiti politici tradizionali si accompagna, quindi, all’insorgere di una sfida che viene da forze politiche e da leadership che rendono politicamente attiva la sfiducia e l’opposizione nei confronti del ceto politico dei partiti di governo (l’ormai reiterata e abusata retorica della “casta”), in nome di un appello al popolo “buono” e “incorrotto” che si vede spogliato dello scettro della sovranità e del potere. Cartellizzazione e partiti anti-establishment sono due facce della stessa medaglia, ovvero la trasformazione della rappresentanza politica democratica dopo la stagione delle ideologie e dei partiti. Una sfida che riguarda forze diverse, prevalentemente di destra o di nuova destra radicale, la Le Pen in Francia, Geert Wilders in Olanda, Salvini in Italia, l’Afd in Germania, di orientamento anti-europeista, Neil Farage in Gran Bretagna, ma anche di nuova sinistra radicale, pensiamo all’appello al popolo contro la corruzione del ceto politico spagnolo fatto da Pablo Iglesias alla guida di Podemos. Una sfida che chiama in causa la mancata riconfigurazione della politica e della riarticolazione della rappresentanza politica in una società individualizzata ed esposta agli effetti collaterali della globalizzazione, fra cui il declino del ceto medio, gli effetti della crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, il fenomeno della immigrazione, l’insicurezza, il terrorismo. I partiti cartello, ma per estensione potremmo dire le democrazie liberal-democratiche nel loro complesso, vengono sfidati dal populismo come fenomeno che nasce nella democrazia e non contro la democrazia, ma che tuttavia della democrazia esprime una visione centrata sulla sovranità del popolo inteso come maggioranza che contrasta i limiti e le garanzie costituzionali proprie delle democrazie liberali. I partiti populisti si fanno partiti-antipartito, ossia soggetti politici che si oppongono alle forme organizzative della politica tradizionale. Un paradosso? Sì, ma anche il segno che i partiti costituiscono uno strumento procedurale di cui l’organizzazione del conflitto all’interno di una democrazia necessita. Allo stesso tempo il segno che il populismo sfida la democrazia dall’interno della democrazia stessa, in quella che alcuni studiosi del fenomeno hanno definito la “periferia interna della democrazia rappresentativa”. In questo senso la sfida tra cartel parties e anti-establishment parties non risolve la trasformazione di cui abbiamo parlato, ma esprime la spia di una patologia di cui soffrono le democrazie attuali. Ancora una volta occorre osservare come il ruolo dei partiti sarà centrale nel ridefinire le forme di rappresentanza politica proprie di una società in forte mutamento. Non più, tuttavia, in nome di un lamento di un mondo che non c’è più, come richiamo a un passato idealizzato che si appella a un impossibile ritorno del vecchio partito di massa, ma a nuove forme politiche di lettura delle fratture sociali di cui si compone la società contemporanea. La democrazia non esiste senza partiti, ma la democrazia e i partiti sono “corpi vivi” in evoluzione, non lapidi alla memoria.

Style switcher RESET
Body styles
Color scheme
Background pattern