Società low cost. 2011-2017: gli anni del grande scombussolamento, Stefano CristanteProf. Stefano Cristante, Lei è autore del libro Società low cost. 2011-2017: gli anni del grande scombussolamento edito da Mimesis: perché si possono definire gli anni da Lei raccontati ‘del grande scombussolamento’?
I linguisti attribuiscono un etimo incerto al termine “scombussolamento”. Nel primo caso la parola deriverebbe da “bussolo”, un barattolo di legno usato per mescolare e rovesciare i dadi. Ne deriva che dal bussolo può uscire qualsiasi risultato, sostanzialmente impredicibile. E che dal rimescolio nasce uno sconquasso, cioè qualcosa (a partire dai dadi) che viene messo (letteralmente) sottosopra. L’altra derivazione è più ovvia, e riguarda la bussola (per altro costruita anticamente con il pregiato legno del bosso, così come il barattolo del bussolo). In questo caso lo scombussolamento significa aver perso la bussola, cioè trovarsi senza un orientamento chiaro. Mi pare che gli anni dal 2011 al 2017 risentano di entrambe le etimologie: si è trattato di stagioni convulse, politicamente sorprendenti, dove sono cresciute in fretta forze inedite, sono caduti i protagonisti degli anni appena precedenti, ci sono state “bolle” di vario genere. E non solo in politica. Sono stati anni di sconquasso e insieme di disorientamento: ecco perché alcune celebrities defunte sono state onorate per mesi. Ci siamo sentiti improvvisamente più soli, perché avevamo sottovalutato l’autorevolezza di certi artisti (penso a David Bowie o a Prince) e il loro straordinario lavoro durato decenni. Decenni che sembrano precipitati in un magma su cui è molto difficile essere ottimisti. Anni senza più bussole.

A quali fenomeni globali abbiamo assistito in questi anni?
Anche se ora i terroristi dell’Isis sembrano tacere, sono stati loro il fenomeno globale più drammatico della nostra epoca di scombussolamento. È sufficiente che per qualche mese le bombe o gli eccidi tacciano e noi sembriamo aver dimenticato tutto, ma è una pia illusione: le immagini delle esecuzioni dei boia dell’Isis e quelle dei luoghi dove si sono consumate le loro stragi sono pronte a re-innescarsi al primo segnale di recrudescenza, facendoci attraversare dalla paura e da un’ansia mai provata prima. Ma in realtà moltissimi fenomeni sono ormai globali, vale a dire che si manifestano in una pluralità di luoghi – anche assai lontani tra loro – e che hanno degli effetti su di noi. Non solo noi italiani o europei, ma noi esseri umani, noi della specie Homo sapiens. Ovunque viviamo, le migrazioni di questi anni sono fondamentali, perché esse sono consustanziali all’invivibilità di molte regioni del Sud del mondo e perché vanno in tutte le direzioni consentite. Il cambiamento climatico è un fenomeno globale, perché riguarda l’intero pianeta e perché è causato dai comportamenti e dagli stili di vita della specie Homo sapiens. D’altronde anche le enormi difficoltà della classe media planetaria sono globali, perché globale è stata la crisi del capitalismo del primo XXI secolo e globali oltre che omogenee le risposte in chiave di tagli al Welfare e di estensione delle disuguaglianze. Certo, anche la predicazione di Papa Francesco ha rappresentato un fenomeno globale, ma ciò che viaggia soprattutto attraverso i canali mediatici può incontrare improvvisamente resistenze inaspettate.

Quali ripercussioni hanno prodotto sulla nostra società gli eventi politici, sociali, culturali e di costume del periodo da Lei analizzato?
La chiave che ho scelto è presente fin dal mio titolo: società low cost. Moltissime sono le ripercussioni dei fenomeni globali sulla società, ma quella da cui ho deciso di prendere le mosse è il “basso costo”, a cominciare dalla prassi di offrire merci a basso prezzo, caratterizzandosi attraverso servizi ridotti all’osso o eliminati. A basso costo sono i servizi ma anche il lavoro diffuso, nel senso che i lavoratori sono pagati con salari che risentono del fenomeno globale della precarietà e del fenomeno globale della pauperizzazione delle nuove generazioni. Low cost (o addirittura Zero Cost) sono anche i social media, che non vogliono soldi per farci accedere, ma che si ripagano abbondantemente con le informazioni contenute nei nostri profili e nei nostri acquisti on line. Noi tutti bramiamo un basso costo di merci e servizi, ma non possiamo che prendere atto della vicinanza tra l’idea globale di “low cost” e una suddivisione sociale che pietrifica lo stato delle disuguaglianze: pochissimi hanno tutto, moltissimi hanno poco, tanti non hanno nulla. Ma non basta: anche la politica è low cost, con la sua infinita serie di leader che si presentano per cambiare tutto ed esplodono in pochi anni insieme alle loro bolle mediatiche e ai loro aedi. Tra il 2011 e il 2017 si sono consumati molti sconquassi e di nuovi ne sono venuti a galla: Berlusconi era sparito ed è tornato, la crisi era drammatica ma poi pareva essere superabile per poi invece ricomparire come elemento stabile della nostra epoca, il capitalismo finanziario ha prodotto una crisi gravissima ma ha continuato a dettare un’agenda sotterranea ma strategica. Lo scombussolamento continua. Il nuovo governo, così distante dalle formule consuete delle alleanze, è uno scombussolamento nello scombussolamento.

Quale interpretazione dello spirito del tempo che pervade i nostri anni è possibile dare?
È un mondo bizzarro il nostro, perché è inseguito dal demone della velocità e non si pone il problema di quanto la velocità sia anche l’andatura contraria ai bisogni diffusi. Non sono un sostenitore della lentezza in sé: mi limito a constatare che l’accelerazione odierna (inevitabilmente connessa con la tecnologia) va in senso inverso rispetto alle lancette degli orologi. Si accelera per tornare indietro: nella solidarietà, nella cooperazione, nella saggezza, nella sostenibilità, nella cultura e nei saperi non tecnici si va indietro. Il Novecento ha coperto le proprie glorie (il salto in avanti dei diritti delle moltitudini) e i propri orrori (la lista è lunga) con una bassa qualità globale di pensieri e di immersioni problematiche. Molti segnali ci dicono che il sistema che chiamiamo capitalismo, giunto ormai alla sua fase davvero globale e planetaria, crea troppe “specie” diverse di Homo sapiens, tra loro non connessi ma subordinati e a volte sottomessi e schiavizzati. Molti sognano un mondo ottocentesco, soltanto un po’ modernizzato grazie alle tecnologie, in particolare quelle mediche e quelle spaziali, utili ai fini psico-fisici di una sorta di ridottissima classe ultra-ricca, di provenienza globale.

La nostra epoca – basta guardare al clima e all’inquinamento – richiede una radicalità in senso botanico: il cambiamento comincia dalle radici, perché deve essere profondo. La critica al capitalismo globale dovrebbe essere spietata (per l’imperfezione e la drammaticità delle sue creazioni) e ideologica (per l’imperfezione delle sue idee e per la mancanza di ossigeno creativo, sostituito in questi anni dalle attività poco lucide di soggetti definiti con sciatteria “classe creativa”).

Ma lo spirito del tempo non è ancora giunto a questa conclusione, perché la società low cost ci fa correre come criceti sulla ruota. E l’orizzonte dei pensieri si abbassa in quella posizione. Ma noi non siamo criceti, siamo Sapiens: recuperare la nostra dignità di specie sarà il prossimo spirito dei tempi o noi stessi avremo il nostro punto di non ritorno. Come specie.