Prof.ssa Vera Gheno, Lei è autrice del libro Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network edito da Franco Cesati: in che modo i social network stanno influenzando la lingua italiana?
Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network, Vera GhenoIn tanti modi. Innanzitutto, la lingua che incontriamo sui social mostra quanto l’italiano sia in grado di adattarsi a questo nuovo mezzo di comunicazione, come, del resto, ha sempre fatto. Il mezzo ha degli effetti sulla lingua che usiamo. Più difficile è valutare se la lingua che impieghiamo all’interno dei social possa avere delle influenze anche su quella che impieghiamo in altri contesti. Dipende, abbastanza chiaramente, dalle competenze del singolo. Se le persone hanno coscienza di poter usare diversi registri linguistici, allora saranno a loro agio nell’usare tutte le caratteristiche della lingua dei social quando scrivono sui social (abbreviazioni, tachigrafie, generale brevità e informalità), ma sapranno passare a un livello di lingua più formale qualora altri contesti lo richiedessero. Uno degli intenti del mio libro è mostrare quanto le caratteristiche percepite come tipicamente “social” si siano in realtà stratificate nel corso degli anni, anzi, dei decenni, via via che la rete è diventata “della gente” e non più di una ristretta élite, come era all’inizio. Tali caratteristiche si inseriscono in una generale giocosità linguistica, che prima era già visibile in altri ambiti di scrittura informale (scritte sui muri, sui caschi, sui banchi, sugli zaini, nei diari di scuola), che però erano tendenzialmente meno evidenti. Adesso, questa vocazione alla sperimentazione linguistica, talvolta messa in atto per puro divertimento, è sotto gli occhi di tutti.

È il web che condiziona la lingua o è l’italiano che attraverso la rete sta mostrando mai come prima d’ora il suo stato?
Direi che sono parzialmente vere entrambe le affermazioni. Sicuramente, alcune caratteristiche della rete influenzano la lingua, anche se non in maniera obbligatoria. Ad esempio, si ribadisce spesso che i testi in rete devono essere brevi, altrimenti l’utente si stanca a leggerli. Ma non è sempre così. Molto dipende dalla qualità del testo e dalla capacità dell’estensore di tale testo di tenere il lettore incollato fino alla fine. Se i testi sono interessanti e coinvolgenti, dice Luisa Carrada, nessuno li abbandonerà a metà. Similmente, occorre anche sfatare il mito che i testi della rete siano per forza “veloci”. Intanto, buona parte della comunicazione mediata è asincrona, cioè viene o può venire letta in un momento successivo alla sua creazione. Questo ci dà, in realtà, un po’ di tempo per pensare a cosa vogliamo davvero dire e a come lo vogliamo dire. Spesso siamo noi utenti che non vogliamo prendercelo, quel tempo: per pigrizia mentale, per fretta… e inseriamo in rete testi sciatti, poco chiari, scritti di getto. Senza avere piena coscienza del fatto che poi quel testo, in rete, ci rimane per un tempo indefinito. I testi in rete sono incisi nella pietra molto più profondamente di quanto non si pensi, ha rilevato recentemente, in una delle conferenze che abbiamo tenuto assieme, Bruno Mastroianni, autore di un libro del quale ho scritto la prefazione, La disputa felice (Cesati, 2017). Questo dovrebbe renderci super-cauti nel digitare i nostri pensieri per affidarli a un social network.
Anche la seconda affermazione contiene del vero. Diciamo che la rete ha reso visibile un tipo di scrittura a cui non eravamo abituati: un italiano scritto informale (come lo definisce Giuseppe Antonelli) che prima, come ho già ricordato, era più difficile da incontrare. In questo senso, la rete ma soprattutto i social sono una cartina di tornasole delle difficoltà scrittorie diffuse tra gli italiani. Si possono censire errori ricorrenti, alcuni così ricorrenti da far sospettare che un giorno possano addirittura cambiare la norma linguistica. Già, perché ricordiamolo: la norma può modificarsi in base alle spinte degli utenti di una lingua.

Quali cambiamenti nella struttura lessicale e sintattica della lingua italiana sta producendo l’utilizzo del web?
Si creano neologismi, spesso effimeri, che però hanno una circolazione immediata e più massiccia: si pensi al fenomeno “petaloso” o a “webete”. Non è detto che poi le parole finiscano nei dizionari, perché spesso rimangono dei gergalismi (come “cuorare” o “stellinare”, ancora di destino incerto) circoscritti a un solo settore della lingua. Si inventano tante parole anche solo per divertimento. Questa è una tendenza che è sempre stata presente nella nostra lingua, ma che il web ha reso più evidente. A livello di sintassi, è chiaro che trattandosi spesso di testi informali la lingua mostra tutte le caratteristiche di quello che già negli anni Ottanta del ‘900 i linguisti hanno definito “italiano neostandard” o “dell’uso medio”: meno subordinate, la preferenza per tempi e modi verbali più semplici, l’uso del “lui” invece dell'”egli”, una generale semplificazione del sistema delle congiunzioni (chi usa oggi “affinché”? In rete è un… panda). Ogni tanto, capita anche di trovare dei travasi inversi: non ho mai incontrato una K in un compito invece di un CH, per esempio, mentre mi è successo, sempre nei compiti degli studenti, di trovare degli “avvolte” per “a volte” o degli “apposto” per “a posto”, e non posso escludere che non siano in parte causati dal fatto che spesso in rete si gioca con gli spazi e si scrivono cose “tutte attaccate”, magari registrando anche i raddoppiamenti fonosintattici tipici del parlato (tipo “tuttapposto”, per l’appunto, o “machestaiaddì”).

Il web sta riportando in auge la scrittura dopo l’egemonia dell’oralità televisiva, radiofonica e del telefono: cosa comporta questo fenomeno?
Ma siamo sicuri che sia scrittura? I linguisti sono piuttosto concordi nel definire questo tipo di comunicazione come “italiano digitato”. Picchiettare sui tasti, più o meno fisici, non corrisponde a scrivere a mano: le due azioni mettono in moto parti diverse del cervello, e anzi, l’ideale sarebbe imparare a digitare bene, senza, però, perdere l’uso della penna, o della matita. Queste ultime, infatti, ci costringono a micromovimenti di grande precisione che chi non si esercita tende a perdere. Per esempio, ai miei studenti consiglio sempre di cercare di prendere appunti a mano, non con i vari strumenti elettronici che hanno. Si consideri che i più pigri fotografano direttamente le diapositive che proietto… mah! Molto meglio scrivere a mano. O vogliamo diventare degli esseri umani con i pollicioni superefficienti, incapaci però di impugnare la penna? Detto questo, io sono molto contenta dell’avvento della rete nelle nostre vite. Sicuramente, digitare è meglio di non scrivere nulla.

Quale ecologia linguistica dei mezzi di comunicazione elettronici è possibile e necessaria?
Io sono una tecnoentusiasta. Penso che internet possa farci un gran bene, dal punto di vista di conoscenze, allargamento dei nostri orizzonti, rottura delle nostre bolle di opinioni omogenee. Però la rete ci mette di fronte ogni giorno a persone che la pensano diversamente da noi, laddove la tendenza umana è quella di stare soprattutto con chi ha idee simili alle nostre. Questo nuovo stato di cose richiede uno sforzo da parte di tutti. Assodato che l’essere umano non è naturalmente buono, e che in un certo senso “impariamo” a “essere buoni” grazie al fatto che siamo animali sociali, o forse proprio per stare in mezzo agli altri, e convenendo che certo, le piattaforme possono e devono fare la loro parte nel tentare di regolamentare la rete (senza esagerare, però, che altrimenti demandiamo a multinazionali le decisioni riguardo a cosa sia giusto o sbagliato), io penso che sia essenziale rimettere gli utenti al centro del processo comunicativo in rete. Occorre imparare, tutti insieme, a stare in rete in maniera attiva e proattiva. Occorre contenersi, non cadere vittime dell’urgenza di comunicare, dell’opinione a ogni costo. Occorre porsi un sacco di dubbi sulle proprie competenze e imparare a verificare le informazioni facendo a Google le domande giuste. Alla prossima bufala che ci capita sotto mano, che ci colpisce alla pancia, occorre riuscire a fermarsi un attimo di più a riflettere se sia il caso di ricondividerla oppure no. Mi piacerebbe che i comportamenti da gregge, gli “lo hanno fatto tutti e quindi lo faccio anche io”, diventassero piano piano una cosa del passato.